Cennino 1400

Cennino Cennini, Il libro dell’arte, ca. 1400


Quoted from: Cennino Cennini, Il libro dell’arte, o Trattato della pittura di Cennino Cennini; di nuovo pubblicato, con molte correzioni e coll’aggiunta di più capitoli, tratti dai codici fiorentini (per cura di Gaetano e Carlo Milanesi), Firenze 1859.

Introduzione

I. Nel principio…

Nel principio che Iddio onnipotente creò il cielo e la terra, sopra tutti animali e alimenti creò l’uomo e la donna alla sua propia immagine, dotandoli di tutte virtù. Poi, per lo inconveniente che per invidia venne da Lucifero ad Adam, che con sua malizia e segacità lo ingannò di peccato contro al comandamento di Dio, cioè Eva, e poi Eva Adam; onde per questo Iddio si crucciò inverso d’Adam, e sì li fe’ dall’angelo cacciare, lui e la sua compagna, fuor del paradiso, dicendo loro: perchè disubbidito avete el comandamento il quale Iddio vi dètte, per vostre fatiche ed esercizii vostra vita traporterete. Onde cognoscendo Adam il difetto per lui commesso, e sendo dotato da Dio sì nobilmente, si come radice, principio e padre di tutti noi; rinvenne di sua scienza di bisogno era trovare modo da vivere manualmente. E così egli incominciò con la zappa, ed Eva col filare. Poi seguitò molte arti bisognevoli, e differenziate l’una dall’altra; e fu ed è di maggiore scienza l’una che l’altra; chè tutte non potevano essere uguali; perchè la più degna è la scienza; appresso di quella séguita alcuna discendente da quella, la quale conviene aver fondamento da quella con operazione di mano: e questa è un’arte che si chiama dipignere, che conviene avere fantasia, con operazione di mano, di trovare cose non vedute (cacciandosi sotto ombra di naturali), e fermarle con la mano, dando a dimostrare quello che non è, sia. E con ragione merita metterla a sedere in secondo grado alla scienza, e coronarla di poesia. La ragione è questa: che il poeta, con la scienza prima che ha, il fa degno e libero di poter comporre e legare insieme sì e no come gli piace, secondo sua volontà. Per lo simile al dipintore dato è libertà potere comporre una figura ritta, a sedere, mezzo uomo, mezzo cavallo, sì come gli piace, secondo sua fantasia. Adunque, o per gran cortesia o per amore, tutte quelle persone che in loro si sentono via o modo di sapere o di potere aiutare ed ornare queste principali scienze con qualche gioiello, che realmente senza alcuna peritezza si mettano innanzi, offerendo alle predette scienze quel poco sapere che gli ha Iddio dato.

Sì come piccolo membro essercitante nell’arte di dipintoría, Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, nato, fui informato nella detta arte dodici anni da Agnolo di Taddeo da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre; il quale suo padre fu battezzato da Giotto, e fu suo discepolo anni ventiquattro. Il quale Giotto rimutò l’arte del dipignere di greco in latino, e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno. Per confortar tutti quelli che all’arte vogliono venire, di quello che a me fu insegnato dal predetto Agnolo mio maestro, nota farò, e di quello che con mia mano ho provato; principalmente invocando l’alto Iddio onnipotente, cioè Padre, Figliuolo, Spirito Santo; secondo, quella dilettissima avvocata di tutti i peccatori Vergine Maria, e di santo Luca evangelista, primo dipintore cristiano, e dell’avvocato mio santo Eustachio, e generalmente di tutti i santi e sante del paradiso. Amen.

II.
Come alcuni vengono all’arte, chi per animo gentile, e chi per guadagno.

Non sanza cagione d’animo gentile alcuni si muovono di venire a questa arte, piacendogli per amore naturale. Lo intelletto al disegno si diletta, solo che da loro medesimi la natura a ciò gli trae, senza nulla guida di maestro, per gentilezza di animo. E per questo dilettarsi, seguitano a volere trovare maestro; e con questo si dispongono con amore d’ubbidienza, stando in servitù per venire a perfezione di ciò. Alcuni sono, che per povertà e necessità del vivere seguitano, sì per guadagno e anche per l’amor dell’arte; ma sopra tutti quelli, da commendare è quelli che per amore e per gentilezza all’arte predetta vengono.

III.
Come principalmente si de’ provedere chi viene alla detta arte.

Adunque, voi che con animo gentile sete amadori di questa virtù, principalmente all’arte venite, adornatevi prima di questo vestimento: cioè amore, timore, ubbidienza e perseveranza. E quanto più tosto puoi, incomincia a metterti sotto la guida del maestro a imparare; e quanto più tardi puoi, dal maestro ti parti.

IV.
Come ti dimostra la regola in quante parti e membri s’appartengon l’arti.

El fondamento dell’arte, e di tutti questi lavorii di mano principio, è il disegno e ’l colorire. Queste due parti vogliono questo, cioè: sapere tritare, o ver macinare, incollare, impannare, ingessare, e radere i gessi, e pulirli, rilevare di gesso, mettere di bolo, mettere d’oro, brunire, temperare, campeggiare, spolverare, grattare, granare, o vero camusciare, ritagliare, colorire, adornare, e invernicare in tavola o vero in cona. Lavorare in muro, bisogna bagnare, smaltare, fregiare, pulire, disegnare, colorire in fresco, trarre a fine in secco, temperare, adornare, finire in muro. E questa si è la regola dei gradi predetti, sopra i quali, io con quel poco sapere ch’io ho imparato, dichiarerò di parte in parte.

. . .


Colori

XXXV.
Riducendoti al triare de’ colori.

Per venire a luce dell’arte di grado in grado, vegniamo al triar de’ colori, avvisandoti chi sono i colori più gentili, e più grossi, e più schifi; quale vuol esser triato o ver macinato poco, quale assai; quale vuole una tempera, quale ne vuole un’altra; e così come sono svariati ne’ colori, così sono nelle nature delle tempere e del triare.

XXXVI.
Come ti dimostra i colori naturali; e come dèi macinare il negro.

Sappi che sono sette colori naturali; cioè quattro propri di lor natura terrigna, siccome negro, rosso, giallo e verde: tre sono i colori naturali, ma voglionsi aiutare artifizialmente, come bianco, azzurro oltremarino, o della Magna, e giallorino. Non andiamo più innanzi, e torniamo al nero colore. Per triarlo come si dè’, togli una prieta proferitica rossa, la quale è pietra forte e ferma: chè sono di più ragioni pietre da macinare colori, sì come proferito, serpentino e marmo. Il serpentino è tenera prieta, e non è buona; il marmo è piggiore, ch’è troppo tenera. Ma sopra tutto è ’l proferito: e se togli di quelli così lucidi lucidi, è meglio; e meglio un di quelli che non sieno tanto tanto puliti; e di larghezza da mezzo braccio in su di quadro. Poi togli una prieta da tenere in mano, pur proferitica, piana di sotto e colma di sopra, in forma di scodella, e di grandezza men di scodella, in forma che la mano ne sia donna di poterla menare, e guidarla in qua e là come le piace. Poi togli quantità di questo negro, o di altro color che sia, quanto sarebbe una noce, e metti in su questa pría; e con quella che tieni in mano, stritola bene questo negro. Poi togli acqua chiara o di fiume, o di fontana, o di pozzo, e macina il detto negro per spazio di mezza ora, o di una ora, o di quanto tu vuoi; ma sappi, se ’l triassi un anno, tanto sarà più negro e miglior colore. Poi togli una stecca di legno sottile, larga tre dita, c’abbia il taglio come di coltello; e con questo taglio frega su per questa pria, e raccogli il detto colore nettamente, e mantiello liquido, e non troppo asciutto, acciò che corra bene alla pietra, e che ’l possa ben macinare, e ben raccoglierlo. Poi il metti nel vasellino, e mettivi dentro dell’acqua chiara predetta, tanta che ’l vasello sia pieno; e così lo tieni sempre in molle e ben coperto dalla polvere e d’ogni cattiveria, cioè in una cassettina atta a tenere più vaselli di licori.

XXXVII.
Il modo di sapere far di più maniere nero.

Nota che del negro son più maniere di colori. Negro egli è una pietra negra, tenera, e ’l colore è grasso. Avvisandoti che ogni color magro è migliore che il grasso: salvo che in mettere d’oro, bolio, o verdeterra, che abbia a mettere d’oro in tavola, quanto più è grasso, tanto viene miglior oro. Lasciamo star questa parte. Poi è negro il quale si fa di sermenti di viti; i quali sermenti si vogliono bruciarli; e quando sono bruciati, buttarvi su dell’acqua e spegnerli, e poi a modo dell’altro nero. E questo è colore negro e magro; ed è de’ perfetti colori che adoperiamo, ed è il tutto. È un altro negro che si fa di guscia di mandorle, o di persichi arsi; e questo è perfetto nero e sottile. È un altro negro che si fa in questa forma. Togli una lucerna piena d’olio di semenza di lino, e empi la detta lucerna del detto olio, e impiglia la detta lucerna: poi la metti così impresa sotto una tegghia ben netta, e fa’ che la fiammetta della lucerna stia appresso al fondo della tegghia a due o tre dita, e ’l fummo ch’esce della fiamma batterà nel fondo della tegghia: affumasi con corpo. Sta’ un poco; piglia la tegghia, e con qualche cosa spazza questo colore, cioè questo fummo, in su carta o in qualche vasello; e non bisogna triarlo, nè macinarlo, perocchè egli è sottilissimo colore. Così per più volte riempi la lucerna del detto olio, e rimetti sotto la tegghia, e fanne per questo modo quanto te ne bisogna.

XXXVIII.
Della natura del color rosso, che vien chiamato sinopia.

Rosso è un color naturale che si chiama sinopia, o ver porfido. Il detto colore è di natura magra e asciutta. Sostien bene il triare; chè quanto più si tria, tanto più vien fine. È buono a lavorallo in tavola, o ver in ancone o in muro, in fresco e in secco. E questo fresco e secco ti darò a intendere quando diremo del lavorare in muro. E questo basti al primo rosso.

XXXIX.
Il modo del fare rosso ch’è chiamato cinabrese, da incarnare in muro; e di suo’ natura.

Rosso è un colore che si chiama cinabrese chiara, e questo colore non so che s’usi altrove che a Firenze; ed è perfettissimo a incarnare, o ver fare incarnazioni di figure in muro, e lavorallo in fresco. Il qual colore si fa della più bella sinopia che si truovi, e più chiara; ed è missidada e triata con bianco santogiovanni, il quale così si chiama a Firenze; ed è fatto questo bianco con calcina ben bianca e ben purgata. E quando questi due colori sono ben triati insieme (cioè le due parti cinabrese, e il terzo biancozzo), fanne panetti piccoli come mezze noci, e lasciali seccare. Come n’hai bisogno, tra’ne quel che ti pare; chè il detto colore ti fa grande onore di colorir volti, mani, e ignudi in muro, come detto ho. E talvolta ne puo’ fare di belli vestiri, che in muro paiono di cinabro.

XL.
Della natura del rosso il quale vien chiamato cinabro; e come si dee triarlo.

Rosso è un colore che si chiama cinabro: e questo colore si fa per archimia, lavorato per lambicco; del quale, perchè sarebbe troppo lungo a porre nel mio dire ogni modo e ricetta, lascio stare. La ragione? perchè, se ti vorrai affaticare, ne troverrai assai ricette, e spezialmente pigliando amistà di frati. Ma io ti consiglio, perchè non perda tempo nelle molte svariazioni di pratiche, pigli pur di quel che truovi da’ speziali per lo tuo denaro: e voglio insegnare a comperallo, e cognoscere il buon cinabro. Compera sempre cinabro intero, e non pesto nè macinato. La ragione? chè le più volte si froda o con minio, o con matton pesto. Guarda la pezza intera del cinabro; e dove è in maggiore altezza il tiglio, più disteso e dilicato, questo è il migliore. Allora questo metti in su la pria detta di sopra, macinandolo con acqua chiara, quanto più puoi; che se il macinassi ogni dì persino a venti anni, sempre sarebbe migliore e più perfetto. Questo colore richiede più tempere, secondo i luoghi dove l’hai ad operare, che più innanzi ne tratteremo, ed avviserotti dove è più suo luogo. Ma tieni a mente, che la natura sua non è di vedere aria, ma più sostiene in tavola che in muro; perocchè per lunghezza di tempo, stando all’aria, vien nero quando è lavorato e messo in muro.

XLI.
Della natura di uno rosso il quale è chiamato minio.

Rosso è un colore che si chiama minio, il quale è artificiato per archimia. Questo colore è solo buono a lavorare in tavola, chè se l’adoperi in muro, come vede l’aria subito diventa nero, e perde suo colore.

XLII.
Della natura di un rosso ch’è chiamato amatisto, o ver amatito.

Rosso è un colore che si chiama amatito. Questo colore è naturale, ed è prieta fortissima e soda. Ed è tanto soda e perfetta, che se ne fa priete e dentelli da brunire oro in tavola; le quali vengono di colore nero e perfetto, bruno come un diamante. La prieta pura è di color di pagonazzo, o ver morello, ed ha un tiglio come cinabro. Pesta prima questa tal prieta in mortaio di bronzo, perchè, rompendola in su la tua proferitica prieta, si potrebbe spezzare; e quando l’hai pesta, mettine quella quantità che vuoi triare in su la pietra, e macina con acqua chiara; e quanto più la trii, più vien migliore e più perfetto colore. Questo colore è buono in muro a lavorare in fresco; e fatti un color cardinalesco, o ver pagonazzo, o ver un color di lacca. Volerlo adoperare in altre cose, o con tempere, non è buono.

XLIII.
Della natura di un rosso ch’è chiamato sangue di dragone.

Rosso è un colore che si chiama sangue di dragone. Questo color alcune volte si adopera in carte, cioè in miniare. Lascialo pur stare, e non te ne curar troppo, chè non è di condizione da farti molto onore.

XLIV.

Della natura di un rosso il quale vien chiamato lacca.

Rosso è un colore che si chiama lacca, la quale è colore artifiziato. Ve n’è più ricette; ma io ti consiglio per lo tuo denaro togli i color fatti, per amor delle pratiche; ma guarda di cognoscer la buona, perocchè ce n’è di più ragioni. Si fa lacca di cimatura di drappo, o ver di panno, ed è molto bella all’occhio. Di questa ti guarda, però che ella ritiene sempre in sè grassezza, per cagione dell’allume, e non dura niente nè con tempere nè sanza tempere, e di subito perde suo colore. Guardatene bene di questa. Ma togli lacca la qual si lavora di gomma, ed è asciutta, magra, granellosa che quasi par terra, e tien colore sanguineo. Questa non può essere altro che buona e perfetta. Togli questa, e triala in su la tua pría; macinala con acqua chiara, ed è buona in tavola. Ed anche s’adopera in muro con tempera; ma l’aria è sua nimica. Alcuni son che la triano con orina; ma vien dispiacevole, perchè subito puzza.

XLV.
Della natura di un color giallo ch’è chiamato ocria.

Giallo è un color naturale, il quale si chiama ocria. Questo colore si trova in terra di montagna, là ove si trovano certe vene come di zolfore; e là ov’è queste vene, vi si trova della sinopia, del verdeterra, e di altre maniere di colori. Vi trovai questo, essendo guidato un dì per Andrea Cennini mio padre, menandomi per lo terreno di Colle di Valdelsa, presso a’ confini di Casole, nel principio della selva del comune di Colle, di sopra a una villa che si chiama Dometaría. E pervegnendo in uno vallicello, in una grotta molta salvatica, e raschiando la grotta con una zappa, io vidi vene di più ragioni colori: cioè ocria, sinopia scura e chiara, azzurro e bianco, che ’l tenni il maggior miracolo del mondo, che bianco possa essere di vena terrigna; ricordandoti che io ne feci la prova di questo bianco, e trova’lo grasso, che non è da incarnazione. Ancora in nel detto luogo era vena di color negro. E dimostravansi i predetti colori per questo terreno, sì come si dimostra una margine nel viso di uno uomo, o di donna.

Ritornando al colore dell’ocria, andai col coltellino di dietro cercando alla margine di questo colore; e sì t’imprometto che mai non gustai il più bello e perfetto colore di ocria. Rispondeva non tanto chiaro quanto è giallorino; poco più scuretto; ma in capellatura, in vestimenti, come per lo innanzi ti farò sperto, mai miglior colore trovai di questo color d’ocria. È di due nature, chiaro e scuro. Ciascuno colore vuole un medesimo modo di triarlo con acqua chiara, e triarlo assai; chè sempre vien più perfetto. E sappi che quest’ocria è un comunal colore, spezialmente a lavorare in fresco, che con altre mescolanze; che, come ti dichiarerò, si adopera in incarnazioni, in vestiri, in montagne colorite, e casamenti, e cavelliere, e generalmente in molte cose. E questo colore di sua natura è grasso.

XLVI.
Della natura di un color giallo ch’è chiamato giallorino.

Giallo è un colore che si chiama giallorino, el quale è artificiato, ed è molto sodo. È grieve come prieta, e duro da spezzare. Questo colore si adopera in fresco, e dura sempre, cioè in muro e in tavola con tempere. Questo colore vuol essere macinato, sì come gli altri predetti, con acqua chiara. Non molto vuol essere triato; e innanzi che il trii, perchè è molto malagevole a ridurlo in polvere, convienti per mortaro di bronzo pestarlo, sì come de’ fare del lapis amatito. Ed è, quando l’hai mettudo in opera, color molto vago in giallo: chè di questo colore con altre mescolanze, come ti dimostrerò, se ne fa di belle verdure e color d’erbe. E sì mi do a intendere che questo colore sia propia prieta, nata in luogo di grandi arsure di montagne: però ti dico sia color artificiato, ma non di archimia.

XLVII.
Della natura di un giallo ch’è chiamato orpimento.

Giallo è un colore che si chiama orpimento. Questo tal colore è artificiato, e fatto d’archimia, ed è propio tosco. Ed è di color più vago giallo; ed è simigliante all’oro, che color che sia. A lavorare in muro non è buono, nè in fresco nè con tempere, però che viene negro come vede l’aria. È buono molto a dipignere in palvesi e in lancie. Di questo colore mescolando con indaco baccadeo, fa color verde da erbe e da verdure. La sua tempera non vuol d’altro che di colla. Di questo colore si medicina gli sparvieri da certa malattia che vien loro. El detto colore è da prima il più rigido colore da triarlo, che sia nell’arte nostra. E però quando il vuo’ triarlo, metti quella quantità che vuoi in su la tua prieta; e con quella che tieni in mano, va’ a poco a poco lusingandolo a stringerlo dall’una pietra all’altra, mescolandovi un po’ di vetro di migliuòlo, perchè la polvere del vetro va ritraendo l’orpimento al greggio della pietra. Quando l’hai spolverato, mettivi su dell’acqua chiara, e trialo quanto puoi; chè se ’l triassi dieci anni, sempre è più perfetto. Guardati da imbrattartene la bocca, che non ne riceva danno alla persona.

XLVIII.
Della natura d’un giallo ch’è chiamato risalgallo.

Giallo è un colore giallo che si chiama risalgallo. Questo colore è tossico proprio. Non si adopera per noi se none alcuna volta in tavola. Non è da tenere suo’ compagnia. Volendolo triarlo, tieni di quelli modi che detto ti ho degli altri colori. Vuole essere macinato assai con acqua chiara; e guárdati la persona.

XLIX.
Della natura di un giallo che si chiama zafferano.

Giallo è un colore che si fa di una spezia che ha nome zafferano. Convienti metterlo in su pezza lina, in su pria o ver mattone caldo; poi abbi mezzo miuolo, o ver bicchieri, di lisciva ben forte. Mettivi dentro questo zafferano; trialo in su la priea. Viene colore bello da tignere panno lino, o ver tela. È buono in carta. E guardi non vegga l’aria, chè subito perde suo colore. E se vuoi fare un colore il più perfetto che si truova in color d’erba, togli un poco di verderame e di zafferano; cioè, delle tre parti l’una zafferano; e viene il più perfetto verde in color d’erba che si trovi, temperato con un poco di colla, come innanzi ti mosterrò.

L.
Della natura d’un giallo che si chiama árzica.

Giallo è un colore che s’chiama árzica; il qual colore è archimiato, e poco si usa. Il più che si appartenga di lavorar di questo colore, si è a’ miniatori, e usasi più in verso Firenze che in altro luogo. Questo è color sottilissimo; perde all’aria; non è buono in muro; in tavola è buono. Mescolando un poco d’azzurro della Magna e giallorino, fa bel verde. Vuolsi macinare, come gli altri colori gentili, con acqua chiara.

LI.
Della natura di un verde il quale è chiamato verde terra.

Verde è un color naturale di terra, il quale si chiama verdeterra. Questo colore ha più proprietà: prima, ch’egli è grassissimo colore, e buono a lavorare in visi, in vestiri, in casamenti, in fresco, in secco, in muro, in tavola, e dove vuoi. Trialo a modo degli altri colori detti di sopra, con acqua chiara; e quanto più il trii, tanto è migliore. E temperandolo, sì come ti mosterrò il bolo da mettere di oro, così medesimamente puoi mettere d’oro con questo verdeterra. E sappi che gli antichi non usavano di mettere d’oro in tavola altro che con questo verde.

LII.
Della natura d’un verde che si chiama verde azzurro.

Verde è un colore el quale è mezzo naturale: e questo si fa artifizialmente, chè si fa d’azzurro della Magna; e questo si chiama verde azzurro. Non ti metto come si fa, ma compera del fatto. Questo colore è buono in secco, con tempera di rossume d’uovo, da fare arbori e verdure e da campeggiare; e chiareggialo con giallorino. Questo colore per se medesimo è grossetto, e par come sabbionino. Per amor dell’azzurro trialo poco poco, colla man leggiera; però che se troppo il macinassi, verrebbe in colore stinto e cenderaccio. Vuolsi triarlo con acqua chiara; e quando l’hai triato, mettilo nel vasello dell’acqua chiara sopra il detto colore, e rimescola bene l’acqua col colore. Poi el lascia posare per ispazio di una ora, o due, o tre; e butta via l’acqua; e ’l verde riman più bello. E lavalo per questa forma due o tre volte, e sarà più bello.

LIII.
Del modo come si fa un verde di orpimento e d’indaco.

Verde è un colore el quale si fa d’orpimento le due parti, e una parte indaco; e triasi bene insieme con acqua chiara. Questo colore è buono a dipignere palvesi e lancie, e anche si adopera a dipignere camere in secco. Non vuole tempera se non colla.

LIV.
Del modo come si fa un verde d’azzurro e giallorino.

Verde è un colore che si chiama azzurro della Magna, e giallorino. Questo è buono in muro e in tavola, e temperato con rossume d’uovo. Se vuoi che sia bello più, mettivi dentro una poca d’árzica. E ancora è bel colore mettendovi entro l’azzurro della Magna, pestando le prugnole salvatiche, e farne agresto, e di quello agresto metterne quattro o sei gocciole sopra il detto azzurro; ed è un bel verde; non vuole vedere aria. E per ispazio di tempo quell’acqua delle prugnole viene a mancare.

LV.
Del modo da fare un verde d’azzurro oltramarino.

Verde è un colore che si fa d’azzurro oltramarino e d’orpimento. Convienti di questi colori rimescolare con senno. Piglia l’orpimento prima, e mescolavi dell’azzurro. Se vuoi che penda in chiaro, l’orpimento vinca; se vuoi che penda in iscuro, l’azzurro vinca. Questo colore è buono in tavola, e none in muro. Tempera con colla.

LVI.
Della natura di un verde che si chiama verderame.

Verde è un colore il quale si chiama verderame. Per se medesimo è verde assai; ed è artificiato con archimia, cioè di rame e di aceto. Questo colore è buono in tavola, temperato con colla. Guarda di none avvicinarlo mai con biacca, perchè in tutto sono inimici mortali. Trialo con aceto, che ritiene secondo suo’ natura. E se vuoi fare un verde in erba perfettissimo, è bello all’occhio, ma non dura. Ed è buono più in carta o bambagina o pecorina, temperato con rossume d’uovo.

LVII.
Come si fa un verde di biacca e verdeterra, o vuoi bianco sangiovanni.

Verde è un colore di salvia, il quale si fa mischiato di biacca e verdeterra, in tavola, temperato con rossume d’uovo; o vuoi in muro, in fresco, mescolato el verdeterra con bianco sangiovanni, fatto di calcina bianca e curata.

LVIII.
Della natura del bianco sangiovanni.

Bianco è un colore naturale, ma bene è artificiato; el quale si fa per questo modo. Togli la calcina sfiorata, ben bianca; mettila spolverata in uno mastello per ispazio di dì otto, rimutando ogni dì acqua chiara, e rimescolando ben la calcina e l’acqua, acciò che ne butti fuori ogni grassezza. Poi ne fa’ panetti piccoli, mettili al sole su per li tetti; e quanto più antichi son questi panetti, tanto più è migliore bianco. Se ’l vuoi far presto e buono, quando i panetti son secchi, triali in su la tua pría con acqua, e poi ne fa’ panetti, e riseccali; e fa’ così due volte, e vedrai come sarà perfetto bianco. Questo bianco si tria con acqua, e vuole essere bene macinato. È buono da lavorare in fresco, cioè in muro, senza tempera; e sanza questo non puoi fare niente, come d’incarnazione, ed altri mescolamenti degli altri colori che si fa in muro, cioè in fresco; e mai non vuole tempera nessuna.

LIX.
Della natura della biacca.

Bianco è un colore archimiato di piombo, el quale si chiama biacca. Questa biacca è forte, focosa, ed è a panetti, come mugliòli, o ver bicchieri. E se vuoi cognoscere quella ch’è più fine, togli sempre di quella di sopra della forma sua, che è a modo d’una tazza. Questo colore quanto più il macini, tanto è più perfetto, ed è buono in tavola. Ben si adopera in muro: guardatene quanto puoi, chè per ispazio di tempo vien nera. Macinasi con acqua chiara; soffera ogni tempera, ed è tutta tuo’ guida in ischiarare ogni colore in tavola, come ti fa il bianco in muro.

LX.
Della natura dell’azzurro della Magna.

Azzurro della Magna è un colore naturale, el quale sta intorno e circunda la vena dell’ariento. Nasce molto in nella Magna, e ancora in quel di Siena. Ben è vero, che con arte, o ver pastello, si vuole ridurre a perfezione. Di questo azzurro, quando tu hai a campeggiare, si vuole triare poco poco e leggermente con acqua, perchè è forte sdegnoso della prieta. Se ’l vuoi per lavorarlo in vestiri, o per farne verde, come indietro t’ho detto, vuolsi triarlo più. Questo è buono in muro, in secco, e in tavola. Soffera tempera di rossume d’uovo, e di colla, e di ciò che vuoi.

LXI.
A contraffare di più colori simiglianti all’azzurro della Magna.

Azzurro che è come sbiadato, e simigliante ad azzurro, sic: togli indaco baccadeo, e trialo perfettissimamente con acqua; e mescola con esso un poco di biacca, in tavola; e in muro, un poco di bianco sangiovanni. Torna simigliante ad azzurro. Vuole essere temperato con colla.

LXII.
Della natura e modo a fare dell’azzurro oltramarino.

Azzurro oltramarino si è un colore nobile, bello, perfettissimo oltre a tutti i colori; del quale non se ne potrebbe nè dire nè fare quello che non ne sia più. E per la sua eccellenza ne voglio parlare largo, e dimostrarti appieno come si fa. E attendici bene, però che ne porterai grande onore e utile. E di quel colore, con l’oro insieme (il quale fiorisce tutti i lavori di nostr’arte), o vuoi in muro, o vuoi in tavola, ogni cosa risprende.

Prima, togli lapis lazzari. E se vuoi cognoscere la buona pietra, togli quella che vedi sia più piena di colore azzurro, però che ella è mischiata tutta come cenere. Quella che tiene meno colore di questa cenere, quella è migliore. Ma guar’ti che non fusse pietra d’azzurro della Magna, che mostra molto bella all’occhio, che pare uno smalto. Pestala in mortaio di bronzo coverto, perchè non ti vada via in polvere; poi la metti in su la tua pría profferitica, e triala sanza acqua: poi abbia un tamigio coverto, a modo gli speziali, da tamigiare spezie; e tamigiali e ripestali come fa per bisogno: e abbi a mente, che quanto la trii più sottile, tanto vien l’azzurro sottile, ma non sì bello e violante e di colore ben nero; chè il sottile è più utile ai miniatori, e da fare vestiri biancheggiati. Quando hai in ordine la detta polvere, togli dagli speziali sei oncie di ragia di pino, tre oncie di mastrice, tre oncie di cera nuova, per ciascuna libra di lapis lazzari. Poni tutte queste cose in un pignattello nuovo, e falle struggere insieme. Poi abbi una pezza bianca di lino, e cola queste cose in una catinella invetriata. Poi abbia una libra di questa polvere di lapis lazzari, e rimescola bene insieme ogni cosa, e fanne un pastello tutto incorporato insieme. E per potere maneggiare il detto pastello, abbi olio di semenza di lino, e sempre tieni bene unte le mani di questo olio. Bisogna che tegni questo cotal pastello per lo men tre dì e tre notti, rimenando ogni dì un pezzo; e abbi a mente, che lo puoi tenere il detto pastello quindici dì, un mese, quanto vuoi. Quando tu ne vuoi trarre l’azzurro fuora, tieni questo modo. Fa’ due bastoni d’un’asta forte, nè troppo grossa, nè troppo sottile; e sieno lunghi ciascuno un piè, e fa’ che sieno ben ritondi da capo e da piè, e puliti bene. E poi abbi il tuo pastello dentro nella catinella invetriata, dove l’hai tenuto; e mettivi dentro presso a una scodella di lisciva calda temperatamente; e con questi due bastoni, da catuna mano il suo, rivolgi e struca e mazzica questo pastello in qua e in là, a modo che con mano si rimena la pasta da fare pane, propriamente in quel modo. Come hai fatto che vedi la lisciva essere perfetta azzurra, trannela fuora in una scodella invetriata; poi togli altrettanta lisciva, e mettila sopra il detto pastello, e rimena con detti bastoni a modo di prima. Quando la lisciva è ben tornata azzurra, mettila sopra un’altra scodella invetriata, e rimetti in sul pastello altrettanta lisciva, e ripriemi a modo usato. E quando la lisciva è bene azzurra, mettila in su un’altra scodella invetriata: e per lo simile fa’ così parecchi dì, tanto che il pastello rimanga che non tinga la lisciva; e buttalo poi via, chè non è più buono. Poi ti reca dinanzi da te in su una tavola per ordine tutte queste scodelle, cioè prima, seconda, terza, quarta tratta, per ordine seguitando ciascuna: rimescola con mano la lisciva con l’azzurro che, per gravezza del detto azzurro, sarà andato al fondo; e allora cognoscerai le tratte del detto azzurro. Diliberati in te medesimo di quante ragioni tu vuoi azzurri, di tre, o di quattro, o di sei, e di quante ragioni tu vuoi: avvisandoti che le prime tratte sono migliori, come la prima scodella è migliore che la seconda. E così se hai diciotto scodelle di tratte, e tu voglia fare tre maniere d’azzurro, fa’ che tocchi sei scodelle, e mescolale insieme, e riducile in una scodella: e sarà una maniera. E per lo simile delle altre. Ma tieni a mente, che le prime due tratte, se hai buon lapis lazzari, è di valuta questo tale azzurro di ducati otto l’oncia, e le due tratte di dietro è peggio che cendere. Sì che sie pratico nell’occhio tuo di non guastare gli azzurri buoni per li cattivi: e ogni dì rasciuga le dette scodelle delle dette liscive, tanto che gli azzurri si secchino. Quando son ben secchi, secondo le partite che hai, secondo le alluoga in cuoro, o in vesciche, o in borse. E nota, che se la detta pría lapis lazzari non fusse così perfetta, o che avessi triata la detta che l’azzurro non rispondesse violante, t’insegno a dargli un poco di colore. Togli una poca di grana pesta, e un poco di verzino; cuocili insieme; ma fa’ che il verzino o tu ’l grattugia, o tu il radi con vetro; e poi insieme li cuoci con lisciva, e un poco d’allume di rôcca; e quando bogliono, che vedi è perfetto color vermiglio, innanzi ch’abbi tratto l’azzurro della scodella (ma bene asciutto della lisciva), mettivi su un poco di questa grana e verzino; e col dito rimescola bene insieme ogni cosa; e tanto lascia stare, che sia asciutto senza o sole, o fuoco, e senz’aria. Quando il truovi asciutto, mettilo in cuoro o in borsa, e lascialo godere, chè è buono e perfetto. E tiello in te, chè è una singulare virtù a sapello ben fare. E sappi ch’ell’è più arte di belle giovani a farlo, che non è a uomini; perchè elle si stanno di continuo in casa, e ferme, ed hanno le mani più dilicate. Guar’ti pur dalle vecchie. Quando ritorni per volere adoperare del detto azzurro, pigliane quella quantità che ti bisogna: e se hai a lavorare vestiri biancheggiati, vuolsi un poco triare in su la tua pría usata: e se ’l vuoi pur per campeggiare, vuolsi poco poco rimenare sopra la pría, sempre con acqua chiara chiara, bene lavata e netta la pría: e se l’azzurro venisse lordo di niente, piglia un poco di lisciva, o d’acqua chiara, e mettila sopra il vasellino, e rimescola insieme l’uno e l’altro: e questo farai due o tre mute, e sarà l’azzurro bene purgato. Non ti tratto delle sue tempere, però che insieme più innanzi ti mosterrò di tutte le tempere di ciascuni colori in tavola, in muro, in ferro, in carta, in pietra, e in vetro.


Pennelli

LXIII.
Com’è di bisogno sapere fare i pennelli.

Perchè detto ho nominatamente di tutti i colori che con pennello si adoperano, e come si triano (i quali colori sempre vogliono stare in una cassetta ben coverta, col becco sempre in molle, e bagnati); ora ti voglio dimostrare ad operarli con tempera e senza tempera. Ma el ti fa pur bisogno saper a che modo gli puoi mettere in overa; chè non si può fare senza pennelli. Onde lasciamo stare ogni cosa; e fa’ prima che sappi fare i detti pennelli, de’ quali si tiene questo modo.

LXIV.
In che modo si fa pennelli di vaio.

Nell’arte è di bisogno adoperare due ragioni di pennelli: cioè pennelli di vaio, e pennelli di setole di porco. Quelli di vaio si fanno per questo modo. Togli códole di vaio (chè di nessun altro son buone); e queste códole vogliono essere cotte e non crude. E i vaiai tel diranno. Abbi questa tal coda: prima tirane fuori la punta, che sono peli lunghi; e asuna le punte di più code, chè da sei o otto punte ti farà un pennello morbido da potere mettere d’oro in tavola, cioè bagnare con esso, come dinanzi ti mosterrò. Ritorna pure alla tua coda, e recatela in mano: e togli i peli del mezzo della coda, i più diritti e più sodi, e a poco a poco ne fa’ cotali particelle; e bagnali in uno mugliuolo di acqua chiara, e a particella a particella gli premi e strigni con le dita. Poi gli taglia con forbicine; e quando ne hai fatto più e più parti, asunane insieme tante, che facci di quella grossezza che vuoi i pennelli; tali che vada in bucciuolo di avvoltoio; tali che vada in bucciuolo di oca; tali che vada in bucciuolo di penna di gallina o di colombo. Quando hai fatte queste sorte, mettendole insieme ben gualive l’una punta pari dell’altra, togli filo o seta incerata, e con due groppi, o ver nodi, legale bene insieme, ciascuna sorta per sè, secondo vuoi grossi i pennelli. Poi togli il tuo bucciuolo di penna corrispondente alla quantità legata de’ peli, e fa’ che il bucciuolo sia aperto, o ver tagliato da capo; e metti questi peli legati su per lo detto cannello, o vero bucciuolo. Tanto fa’, che n’esca fuora, delle dette punte, quanto puoi premerle di fuora, acciò che il pennello venga sodetto; chè quanto vien più sodo e più corto, tanto è migliore e più dilicato lavorìo fa. Fa’ poi un’asticciuola d’árgiere, o di castagno, o d’altro legno buono; e falla pulita, netta, ritratta in forma di un fuso, di quella grossezza che vada a stretto nel detto cannello, e fa’ che sia lunga una spanna. E hai come si dee fare il pennello di vaio. È vero che i pennelli di vaio vogliono essere di più ragioni: sì come da mettere d’oro; sì come lavorare di piatto, che vuole essere un poco mozzetto colle forbicine, e arrotato un poco in sulla pría proferitica, tanto che si dimestichi un poco; tale pennello vuole essere appuntato con perfetta punta per profilare; e tale vuol essere piccinin piccinin, per certi lavori e figurette ben piccole.

LXV.
Come e in che modo dèi fare i pennelli di setole.

I pennelli di setole si fanno in questa forma. Prima togli setole di porco bianco, che sono migliori che le negre (ma fa’ che sieno di porco dimestico); e fanne un pennello grosso, dove vada una libra delle dette setole, e legalo a un’asta grossetta, con groppo o ver nodo di bómare, o ver versuro. E questo tale pennello si vuole dirozzarlo a imbiancare muri, a bagnare muri dove hai a smaltare; e dirozzalo tanto, che le dette setole divegnano morbidissime. Poi disfa’ questo cotal pennello, e fanne le sorte come vuoi far d’ogni condizione pennello. E fanne di quelli che le punte sieno ben gualive di ciascuna setola, che si chiamano pennelli mozzi; e di quelli che sieno puntii, d’ogni maniera di grossezza. Poi fa’ asticciuola di quel legname detto di sopra, e lega ciascheduno mazzuolo con filo doppio incerato. Mettivi dentro la punta della detta asticciuola, e va’ legando gualivamente la metà del detto mazzuolo di setole, e poi su per l’asticciuola; e medesimamente fa’ così di tutti.

LXVI.
El modo di conservare le codole di vaio che non intarmino.

Se vuoi conservare le code di vaio che non s’intarmino e non si pelino, intingile nella terra intrisa, o ver crea. Impastavele bene dentro, e appiccale, e lasciale stare. Quando le vuoi adoperare, o farne pennelli, lavale bene con acqua chiara.


Pittura murale

LXVII.
Il modo e ordine a lavorare in muro, cioè in fresco, e di colorire o incarnare viso giovenile.

Col nome della santissima Trinità ti voglio mettere al colorire.

Principalmente comincio a lavorare in muro, del quale t’informo che modi dèi tenere a passo a passo. Quando vuoi lavorare in muro (ch’è ’l più dolce e il più vago lavorare che sia), prima abbi calcina e sabbione, tamigiata bene l’una e l’altra. E se la calcina è ben grassa e fresca, richiede le due parti sabbione, la terza parte calcina. E intridili bene insieme con acqua, e tanta ne intridi, che ti duri quindici dì o venti. E lasciala riposare qualche dì, tanto che n’esca il fuoco: chè quando è così focosa, scoppia poi lo ’ntonaco che fai. Quando se’ per ismaltare, spazza bene prima il muro, e bagnalo bene, chè non può essere troppo bagnato; e togli la calcina tua ben rimenata a cazzuola a cazzuola; e smalta prima una volta o due, tanto che vegna piano lo ’ntonaco sopra il muro. Poi, quando vuoi lavorare, abbi prima a mente di fare questo smalto bene arricciato, e un poco rasposo. Poi, secondo la storia o figura che de’ fare, se lo intonaco è secco, togli il carbone, e disegna, e componi, e cogli bene ogni tuo’ misura, battendo prima alcun filo, pigliando i mezzi degli spazi. Poi batterne alcuno, e coglierne i piani. E a questo che batti per lo mezzo, a cogliere il piano, vuole essere uno piombino da piè del filo. E poi metti il sesto grande, l’una punta in sul detto filo: e volgi il sesto mezzo tondo dal lato di sotto; poi metti la punta del sesto in sulla croce del mezzo dell’un filo e dell’altro, e fa’ l’altro mezzo tondo dal lato di sopra, e troverrai che dalla man diritta hai, per gli fili che si scontrano, fatto una crocetta. Per costante, dalla man zanca metti il filo da battere, che dia propio in su tuttadue le crocette: e troverai il tuo filo essere piano a livello. Poi componi col carbone, come detto ho, storie o figure; e guida i tuo’ spazj sempre gualivi, o uguali. Poi piglia un pennello piccolo e pontío di setole, con un poco d’ocria, senza tempera, liquida come acqua; e va’ ritraendo e disegnando le tue figure, aombrando come arai fatto con acquerelle quando imparavi a disegnare. Poi togli un mazzo di penne, e spazza bene il disegno del carbone.

Poi togli un poco di sinopia senza tempera, e col pennello puntío sottile va’ tratteggiando nasi, occhi e capellature, e tutte stremità e intorni di figure; e fa’ che queste figure sieno bene compartite con ogni misura, perchè queste ti fanno cognoscere e provedere delle figure che hai a colorire. Poi fa’ prima i tuoi fregi, o altre cose che voglia fare d’attorno, e come a te convien torre della calcina predetta, ben rimenata con zappa e con cazzuola, per ordine che paia unguento. Poi considera in te medesimo quanto il dì puoi lavorare; chè quello che smalti, ti convien finire in quel dì. È vero che alcuna volta di verno, a tempo di umido, lavorando in muro di pietra, alcuna volta sostiene lo smalto fresco in nell’altro dì. Ma, se puoi, non t’indugiare; perchè il lavorare in fresco, cioè di quel dì, è la più forte tempera e migliore, e ’l più dilettevole lavorare che si faccia. Adunque smalta un pezzo d’intonaco sottiletto (e non troppo) e ben piano, bagnando prima lo ’ntonaco vecchio. Poi abbi il tuo pennello di setole grosse in mano, intingilo nell’acqua chiara; battilo e bagna sopra il tuo smalto; e al tondo, con un’assicella di larghezza di una palma di mano, va’ fregando su per lo ’ntonaco ben bagnato, acciò che l’assicella predetta sia donna di levare dove fosse troppa calcina, o porre dove ne mancasse, e spianare bene il tuo smalto. Poi bagna il detto smalto col detto pennello, se bisogno n’ha; e colla punta della tua cazzuola, ben piana e ben pulita, la va’ fregando su per lo intonaco. Poi batti le tuo’ fila dell’ordine, e misura lo prima fatto allo ’ntonaco di sotto. E facciamo ragione che abbi a fare per dì solo una testa di santa o di santo giovane, sì come è quella di Nostra Donna santissima. Come hai pulita così la calcina del tuo smalto, abbi uno vasellino invetriato; chè tutti i vaselli vogliono essere invetriati, ritratti come il migliuolo o ver bicchiero, e voglion avere buono e grave sedere di sotto, acciò che riseggano bene che non si spandessero i colori. Togli quanto una fava d’ocria scura (chè sono di due ragioni ocrie, chiare e scure); e se non hai della scura, togli della chiara macinata bene. Mettila nel detto tuo vasellino, e togli un poco di nero, quanto fusse una lente; mescola colla detta ocria. Togli un poco di bianco sangiovanni, quanto una terza fava; togli quanto una punta di coltellino di cinabrese chiara; mescola con li predetti i colori tutti insieme per ragioni, e fa’ il detto colore corrente e liquido con acqua chiara, senza tempera. Fa’ un pennello sottile acuto di setole liquide e sottili, che entrino su per uno bucciuolo di penna d’oca; e con questo pennello atteggia il viso che vuoi fare (ricordandoti che divida il viso in tre parti, cioè la testa, il naso, il mento con la bocca), e da’ col tuo pennello a poco a poco, squasi asciutto, di questo colore, che si chiama a Firenze verdaccio, a Siena bazzèo. Quando hai dato la forma del tuo viso, e ti paresse o in le misure, o come si fosse, che non rispondesse secondo che a te paresse; col pennello grosso di setole, intinto nell’acqua, fregando su per lo detto intonaco, puoi guastarlo e rimendarlo. Poi abbi un poco di verdeterra ben liquido, in un altro vasello; e con pennello di setole, mozzo, premuto col dito grosso e col lungo della man zanca, va’ e comincia a ombrare sotto il mento, e più dalla parte dove dee essere più scuro il viso, andando ritrovando sotto il labbro della bocca, e in nelle prode della bocca, sotto il naso; e dal lato sotto le ciglia, forte verso il naso; un poco nella fine dell’occhio verso le orecchie: e così con sentimento ricercare tutto ’l viso e le mani dove ha essere incarnazione. Poi abbi un pennello aguzzo di vaio, e va’ rifermando bene ogni contorno (naso, occhi, labbri, e orecchie), di questo verdaccio. Alcuni maestri sono che adesso, stando il viso in questa forma, tolgono un poco di bianco sangiovanni, stemperato con acqua; e vanno cercando le sommità e rilievi del detto volto bene per ordine; poi danno una rossetta ne’ labbri e nelle gote cotali meluzzine; poi vanno sopra con un poco d’acquerella, cioè incarnazione, bene liquida; e rimane colorito. Toccandolo poi sopra i rilievi d’un poco di bianco, è buon modo. Alcuni campeggiano il volto d’incarnazione, prima; poi vanno ritrovando con un poco di verdaccio e incarnazione, toccandolo con alcuno bianchetto: e riman fatto. Questo è un modo di quelli che sanno poco dell’arte: ma tieni questo modo, di ciò che ti dimosterrò del colorire; però che Giotto, il gran maestro, tenea così. Lui ebbe per suo discepolo Taddeo Gaddi fiorentino anni ventiquattro; ed era suo figlioccio; Taddeo ebbe Agnolo suo figliuolo; Agnolo ebbe me anni dodici: onde mi mise in questo modo del colorire; el quale Agnolo colorì molto più vago e fresco che non fe Taddeo suo padre.

Prima abbia un vasellino: mettivi dentro, piccola cosa che basta, d’un poco di bianco sangiovanni, e un poco di cinabrese chiara, squasi tanto dell’uno quanto dell’altro. Con acqua chiara stempera ben liquidetto; con pennello di setole morbido, e ben premuto con le dita, detto di sopra, va’ sopra il tuo viso, quando l’hai lasciato tocco di verdeterra, e con questa rossetta tocca i labbri, e le meluzze delle gote. El mio maestro usava ponere queste meluzze più in ver le orecchie che verso il naso, perchè aiutano a dare rilievo al viso; e sfummava le dette meluzze d’attorno. Poi abbi tre vasellini, i quali dividi in tre parti d’incarnazione; che la più scura, sia per la metà più chiara che la rossetta; e l’altre due di grado in grado più chiara l’una che l’altra. Or piglia il vasellino della più chiara, e con pennello di setole ben morbido, mozzetto, togli della detta incarnazione, con le dita premendo il pennello; e va’ ritrovando tutti i rilievi del detto viso. Poi piglia il vasellino della incarnazione mezzana, e va’ ricercando tutti i mezzi del detto viso, e mani e pie’ e imbusto, quando fai uno ignudo. Togli poi il vasellino della terza incarnazione, e va’ nella stremità dell’ombre, lasciando sempre, in nella stremità, che ’l detto verdeterra non perda suo credito; e per questo modo va’ più volte sfumando l’una incarnazione con l’altra, tanto che rimanga bene campeggiato, secondo che natura ’l promette. Guar’ti bene, se vuoi che la tua opera gitti ben fresca, fa’ che col tuo pennello non eschi di suo luogo ad ogni condizione d’incarnazione, se non con bella arte commettere gentilmente l’una con l’altra. Ma veggendo tu lavorare, e praticare la mano, ti farebbe più avidente che vederlo per iscrittura. Quando hai date le tue incarnazioni, fanne un’altra molto più chiara, squasi bianca; e va’ con essa su per le ciglia, su per lo rilievo del naso, su per la sommità del mento e del coverchio dell’orecchio. Poi togli un pennello di vaio, acuto; e con bianco puro fa’ i bianchi delli occhi, e in su la punta del naso, e un pochettino dalla proda della bocca, e tocca cotali rilievuzzi, gentili. Poi abbia un poco di negro in altro vasellino, e con detto pennello profila il contorno delli occhi sopra le luci delli occhi; e fa’ le nari del naso, e buchi dentro dell’orecchie. Poi togli in un vasellino un poco di sinopia scura, profila gli occhi di sotto, il naso d’intorno, le ciglia, la bocca; e ombra un poco sotto il labbro di sopra, che vuole pendere un poco più scuretto che il labbro di sotto. Innanzi che profili così i dintorni, togli il detto pennello, col verdaccio va’ ritoccando le capellature; poi col detto pennello con bianco va’ trovando le dette capellature; poi piglia un’acquarella di ocria chiara; va’ ricoprendo le dette capellature con pennello mozzo di setole, come incarnassi. Va’ poi col detto pennello ritrovando le stremità con ocria scura; poi va’ con un pennelletto di vaio, acuto, e con ocria chiara e bianco sangiovanni, ritrovando i rilievi della capellatura. Poi col profilare della sinopia va’ ritrovando i contorni e le stremità della capellatura, come hai fatto il viso, per tutto. E questo ti basti a un viso giovane.

LXVIII.
Il modo di colorire un viso vecchio in fresco.

Quando vuoi fare un viso di vecchio, a te conviene usare questo medesimo modo che al giovine; salvo che ’l tuo verdaccio vuole essere più scuretto, e così le incarnazioni; tenendo quel modo e quella pratica c’hai fatto del giovane, e per costante le mani, e piedi, e ’l busto. Mo sia tu, che ’l tuo vecchio abbi capellatura e barba canuta. Quando l’hai trovato di verdaccio e di bianco col tuo pennello di vaio acuto, togli in un vasellino bianco sangiovanni e un poco di negro mescolato, liquido, e con pennello mozzo e morbido di setole, ben premuto, va’ campeggiando barba e capellatura; e poi fa’ di questo miscuglio un poco più scuretto, e vai trovando le scurità. Poi togli un pennelletto di vaio acuto, e va spelando gentilmente su per li rilievi delle dette capellatura e barba. E di questo cotal colore tu puo’ fare il vaio.

LXIX.
Il modo di colorire più maniere di barbe e di capellature in fresco.

Quando vuoi fare d’altre capellature e d’altre barbe, o sanguigne, o rossette, o negre, o di qual maniera tu vuoi, falle pur prima di verdaccio, e ritrovale di bianco; poi le campeggia all’usato modo detto di sopra. Avvisati pur di qual colore tu vuoi, chè la pratica di vederne delle fatte t’insegnerà.

LXX.
Le misure che dee avere il corpo dell’uomo fatto perfettamente.

Nota che, innanzi più oltre vada, ti voglio dare a littera le misure dell’uomo. Quelle della femmina lascio stare, perchè non ha nessuna perfetta misura. Prima, come ho detto di sopra, il viso è diviso in tre parti: cioè la testa, una; il naso, l’altra; e dal naso al mento, l’altra. Dalla proda del naso per tutta la lunghezza dell’occhio, una di queste misure: dalla fine dell’occhio per fine all’orecchie, una di queste misure: dall’uno orecchio all’altro, un viso per lunghezza: dal mento sotto il gozzo al trovare della gola, una delle tre misure: la gola, lunga una misura: dalla forcella della gola alla sommità dell’omero, un viso; e così dall’altro omero: dall’omero al gomito, un viso: dal gomito al nodo della mano, un viso ed una delle tre misure: la mano tutta per lunghezza, un viso: dalla forcella della gola a quella del magone, o vero stomaco, un viso: dallo stomaco al bellico, un viso: dal bellico al nodo della coscia, un viso: dalla coscia al ginocchio, due visi: dal ginocchio al tallone della gamba, due visi: dal tallone alla pianta, una delle tre misure: il piè, lungo un viso.

Tant’è lungo l’uomo, quanto per il traverso, over le braccia, distenda; le braccia con le mani, per fino a mezza la coscia. È tutto l’uomo lungo otto visi e due delle tre misure. Ha l’uomo, men che la donna, una costola del petto dal lato manco. È in tutto l’uomo ossa….. Dee avere la natura sua, cioè la verga, a quella misura che è piacere delle femmine; siano i suoi testicoli piccoli, di bel modo e freschi. L’uomo bello vuole essere bruno, e la femmina bianca, ec.

Degli animali irrazionali non ti conterò, perchè non n’apparai mai nessuna misura. Ritra’ne e disegna più che puoi del naturale, e proverai. E a ciò fia buona pratica.

LXXI.
El modo di colorire un vestimento in fresco.

Or ritorniamo pure al nostro colorire in fresco e in muro. Se vuoi colorire un vestire di qual veste tu vuoi, prima ti conviene disegnarlo gentilmente col tuo verdaccio, e che ’l tuo disegno non si vegga molto, ma temperatamente. Poi, o vuoi bianco vestire, o vuoi rosso, o vuoi giallo, o verde, o come tu vuoi, abbi tre vasellini. Pigliane uno, mettivi dentro quel colore che vuoi, diciamo rosso; togli del cinabrese, un poco di bianco sangiovanni: e questo sia l’un colore, ben rimenato con acqua. Gli altri due colori, fanne un chiaro, cioè mettendovi assai bianco sangiovanni. Piglia ora del primo vasello e di questo chiaro, e fa’ un colore di mezzo, e ha’ne tre. Piglia ora il primo, cioè lo scuro, e con pennello di setole, grossetto e un poco puntío, va’ per le pieghe della tua figura ne’ più scuri luoghi, e non passare il mezzo della grossezza della tua figura. Poi piglia il colore di mezzo; va’ campeggiando dall’un tratto scuro all’altro, e commettendoli insieme, e sfummando le tue pieghe nelle stremità delli scuri. Poi va’ pure con questi colori di mezzo a ritrovare le scurità, dove dee essere il rilievo della figura, mantenendo sempre bene lo gnudo. Poi piglia il terzo colore più chiaro, e per quello medesimo modo che hai ritrovato e campeggiato l’andare delle pieghe dello scuro, così fa’ del rilievo, assettando le pieghe con buon disegno e sentimento, con buona pratica. Quando hai campeggiato due o tre volte con ogni colore (non uscendo mai del proposito de’ colori, di non dare nè tòrre il luogo dell’un colore all’altro, se non quando si vengono a congiugnere), sfummali e commetteli bene. Abbi poi in un altro vasello ancora color più chiaro, ch’è ’l più chiaro di questi tre; e va’ ritrovando, e biancheggiando la sommità delle pieghe. Poi togli un altro vasello bianco puro, e va’ ritrovando perfettamente tutti i luoghi di rilievo. Poi va’ con la cinabrese pura, e va’ pe’ luoghi scuri, e per alcuni dintorni; e rimanti il vestire fatto per ordine. Ma veggendo tu lavorare, comprendi meglio assai che per lo leggere. Quando hai fatto la tua figura, o storia, lasciala asciugare tanto, che in tutto sia ben risecca la calcina e i colori; e se in secco ti rimane a fare nessun vestire, terrai questo modo.

LXXII.
El modo di colorire in muro in secco, e sue tempere.

Ogni colore di quelli che lavori in fresco, puoi anche lavorare in secco; ma in fresco sono colori che non si può lavorare, come orpimento, cinabro, azzurro della Magna, minio, biacca, verderame, e lacca. Quelli che si può lavorare in fresco, sono giallorino, bianco sangiovanni, nero, ocria, cinabrese, sinopia, verdeterra, amatisto. Quelli che si lavorano in fresco vogliono per compagnia, a dichiararli, bianco sangiovanni; e i verdi, quando gli vuoi lasciare per verde, giallorino; quando li vuoi lasciare verdi in colore di salvia, to’ del bianco. Quelli colori che non si possono lavorare in fresco, vogliono per compagnia, a dichiararli, biacca e giallorino, e alcuna volta orpimento; ma rade volte orpimento: mo sia tu; credo che sia superfluo. A lavorare un azzurro biancheggiato, togli quella ragione di tre vaselli, che t’ho insegnato, della incarnazione e della cinabrese; e per lo simile vuol essere di questo, salvo che dove toglievi il bianco, togli la biacca, e tempera ogni cosa. Due maniere di tempere ti son buone, l’una miglior che l’altra. La prima tempera, togli la chiara e rossume dell’uovo, metti dentro alcune tagliature di cime di fico, e ribatti bene insieme; poi metti in su questi vasellini di questa tempera, temperatamente, non troppa nè poca, come sarebbe un vino mezzo innacquato. E poi lavora i tuoi colori o bianco, o verde, o rosso, sì come ti dimostrai in fresco; e conducera’ i tuoi vestiri, secondo in modo che fai in fresco, con temperata mano, aspettando il tempo del rasciugare. Se déssi troppa tempera, abbi che di subito scoppierà il colore, e creperà dal muro. Sia savio, e pratico. Prima ti ricordo, innanzi cominci a colorire, e vogli fare un vestire di lacca, o d’altro colore, prima che facci niun’altra cosa, togli una spugna ben lavata, e abbi un rossume d’uovo con la chiara, e mettilo in due scodelle d’acqua chiara rimescolata bene insieme; e con la detta spugna, mezza premuta, della detta tempera va’ ugualmente sopra tutto il lavoro, che hai a colorire in secco, e ancora adornare d’oro; e poi liberamente va’ a colorire come tu vuoi. La seconda tempera si è propio rossume d’uovo; e sappi che questa tempera è universale, in muro, in tavole, in ferro; e non ne puoi dare troppo, ma sia savio di pigliare una via di mezzo. Prima vadi più innanzi, di questa tempera ti voglio fare un vestire in secco, sì come ti feci in fresco di cinabrese. Ora tel vo’ fare di azzurro oltramarino. Togli tre vaselli al modo usato: nel primo metti le due parti azzurro e ’l terzo biacca: il terzo vasello, le due parti biacca, e ’l terzo azzurro: e rimescola e tempera secondo che detto t’ho. Poi togli il vasello vuoto, cioè il secondo: togli tanto dell’uno vasello quanto dell’altro, e fa’ una conmestizione insieme ben rimenata con pennello di setole, o vuoi di vaio, mozzo e sodo; e col primo colore, cioè col più scuro, va’ per le stremità ritrovando le pieghe più scure. Togli poi il mezzan colore, e va’ campeggiando di quelle pieghe scure, e ritrova le pieghe chiare di rilievo della figura. Poi togli il terzo colore, e va’ campeggiando, e facendo delle pieghe, che vengono sopra il rilievo; e va’ commettendo bene l’un colore con l’altro, sfummando e campeggiando, a modo che t’insegnai in fresco. Poi togli ’l colore più chiaro, e mettivi dentro della biacca con tempera, e va’ ritrovando le sommità delle pieghe del rilievo. Poi togli un poco di biacca pura, e va’ su per certi gran rilievi, come richiede il nudo della figura. Poi va’ con azzurro oltramarino, puro, ritrovando la fine delle più scure pieghe e dintorni; e per questo modo leccando il vestire, secondo i luoghi e suo’ colori, sanza mettere o imbrattare l’un colore coll’altro, se non con dolcezza. E così fa’ di lacca e di ciascun colore che lavori in secco ec.

LXXIII.
El modo di sapere fare un color biffo.

Se vuoi fare un bel colore biffo, togli lacca fina, azzurro oltramarino, tanto dell’uno quanto dell’altro, temperato. Poi piglia tre vasellini, a modo di sopra; e lascia stare di questo color biffo nel suo vasellino per ritoccare li scuri. Poi di quello che ne trai, fanne tre ragioni di colori da campeggiare il vestire, digradanti, più chiaro l’uno che l’altro, a modo detto di sopra.

LXXIV.
A lavorare un color biffo in fresco.

Se vuoi fare un biffo per lavorare in fresco, togli indaco e amatisto, e mescola sanza tempera a modo di quello di sopra, e fanne in tutto quattro gradi. Poi lavora il tuo vestire.

LXXV.
A volere contraffare uno azzurro oltramarino lavorandolo in fresco.

Se vuoi fare un vestire in fresco simigliante all’azzurro oltramarino, togli indaco con bianco sangiovanni, e digrada insieme i tuo’ colori: e poi in secco, toccalo nella stremità, di azzurro oltramarino.

LXXVI.
A colorire un vestire pagonazzo, o vero morello, in fresco.

Se vuoi fare in fresco un vestire pagonazzo simigliante alla lacca, togli amatisto, bianco sangiovanni, e digrada i tuoi colori a modo detto; e va’gli sfummando, e commettendoli bene insieme. Poi in secco, nelle estremità, toccherai con lacca pura e temperata.

LXXVII.
A colorire un vestire cangiante in verde, in fresco.

Se vuoi fare un vestir d’angelo, cangiante, in fresco, campeggia il vestire di due ragioni incarnazione, più scura e più chiara, e sfummale bene per lo mezzo della figura; poi la parte più scura. Aombra lo scuro con azzurro oltramarino; e la incarnazione più chiara ombra con verde terra, ritoccandolo poi in secco. E nota, che ogni cosa che lavori in fresco vuole essere tratto a fine, e ritoccato in secco con tempera. Biancheggia il detto vestire in fresco, all’usanza che t’ho detto degli altri.

LXXVIII.
A colorire un vestire, in fresco, cangiante di cignerognolo.

Se vuoi fare cangiante in fresco, togli bianco sangiovanni e negro, e fa’ un colore di vaio, che si chiama cignerognolo. Campeggialo; biancheggialo qual vuoi di giallorino, e qual di bianco sangiovanni. Da’ gli scuri, o vuoi di nero, o vuoi di biffo, o vuoi di verde scuro.

LXXIX.
A colorire un cangiante di lacca, in secco.

Se vuoi fare un cangiante in secco, campeggialo di lacca; biancheggialo d’incarnazione, o vuoi di giallorino; aombra gli scuri, o vuoi di lacca pura, o vuoi di biffo con tempera.

LXXX.
A colorire un cangiante, in fresco o in secco, d’ocria.

Se vuoi fare un cangiante in fresco o in secco, campeggialo d’ocria, biancheggialo con bianco, e l’aombra di verde, nel chiaro; e nell’oscuro, di negro e di sinopia, o vuoi d’amatisto.

LXXXI.
A colorire un vestimento berettino, in fresco o in secco.

Se vuoi fare un vestire berrettino, tolli nero e ocria; cioè le due parti ocria, e il terzo nero; e digrada i colori, come indietro t’ho insegnato, e in fresco e in secco.

LXXXII.
A colorire un vestimento, in fresco e in secco, di colore berettino rispondente al colore di legno.

Se vuoi fare un colore di legno, togli ocria, negro, e sinopia; ma le due parti ocria, e negro e rosso per la metà dell’ocria. Digrada i tuoi colori di questo in fresco, in secco, e in tempera.

LXXXIII.
A fare un vestire d’azzurro della Magna, o oltramarino, o mantello di Nostra Donna.

Se vuoi fare un mantello di Nostra Donna d’azzurro della Magna, o altro vestire che voglia fare solo d’azzurro, prima in fresco campeggia il mantello, o ver vestire, di sinopia e di nero; ma le due parti sinopia, e il terzo negro. Ma prima gratta la perfezione delle pieghe con qualche punteruolo di ferro, o agugiella; poi in secco togli azzurro della Magna lavato bene, o vuoi con lisciva, o vuoi con acqua chiara, e rimenato un poco poco in su la pría da triare. Poi, se l’azzurro è di buon colore e pieno, mettivi dentro un poco di colla stemperata, nè troppo forte, nè troppo lena, che più innanzi te ne parlerò. Ancora metti nel detto azzurro un rossume d’uovo; ma se l’azzurro fosse chiaretto, vuole essere il rossume di questi uovi della villa, che sono bene rossi. Rimescola bene insieme, con pennello di setole morbido: ne da’ tre o quattro volte sopra il detto vestire. Quando l’hai ben campeggiato, e che sia asciutto, togli un poco d’indaco e di negro, e va’ aombrando le pieghe per lo mantello, il più che puoi; pur di punta ritornando più e più fiate in su le ombre. Se vuoi in su’ dossi delle ginocchia, o altri rilievi biancheggiare un poco, gratta l’azzurro puro con la punta dell’asta del pennello. Se vuoi mettere in campo, o in vestire, azzurro oltramarino, temperalo all’usato modo detto di quello della Magna, e sopra quello danne due o tre volte. Se vuoi aombrare le pieghe, togli un poco di lacca fina, e un poco di negro temperato con rossume d’uovo. E aombralo gentile quanto puoi, e più nettamente; prima con poca di quella, e poi di punta, e fa’ men pieghe che puoi, perchè l’azzurro oltramarino vuol poca vicinanza d’altro miscuglio.

LXXXIV.
A fare un vestire negro di abito di monaco o di frate, in fresco o in secco.

Se vuoi fare un vestire negro d’abito di frate o di monaco, togli il nero puro, digradandolo di più ragioni, come prima ho detto di sopra, in fresco, in secco, temperato.

LXXXV.
Del modo di colorire una montagna in fresco o in secco.

Se vuoi fare montagne in fresco e in secco, fa’ un colore verdaccio, di negro una parte, d’ocria le due parti. Digrada i colori, in fresco, di bianco senza tempera; e in secco, con biacca e con tempera; e dà’ loro quella ragione, che dai a una figura di scuro o di rilievo. E quando hai a fare le montagne, che paiano più a lungi, più fai scuri i tuo’ colori; e quando le fai dimostrare più appresso, fa’ i colori più chiari.

LXXXVI.
Il modo di colorire albori, ed erbe, e verdure, in fresco e in secco.

Se vuoi adornare le dette montagne di boschi d’arbori o d’erbe, metti prima il corpo dell’albero di nero puro, temperato, chè in fresco mal si possono fare; e poi fa’ un grado di foglie di verde scuro, o pur di verde azzurro, chè di verdeterra non è buono; e fa’ che le lavori bene e spesse. Poi fa’ un verde con giallorino, che sia più chiaretto; e fa’ delle foglie meno, cominciando a ridurti a trovare delle cime. Poi tocca i chiarori delle cime pur di giallorino, e vedrai i rilievi degli álbori e delle verdure; ma prima, quando hai campeggiato gli álbori di negro in pie’, e alcuni rami degli alberi, e buttavi su le foglie, e poi i frutti; e sopra le verdure butta alcuni fiori e uselletti.

LXXXVII.
Come si de’ colorire i casamenti, in fresco e in secco.

Se vuoi fare casamenti, pigliali nel tuo disegno della grandezza che vuoi, e batti le fila. Poi campeggiali con verdaccio, e con verdeterra, o in fresco o in secco, che sia ben liquido; e qual puoi fare di biffo, qual di cignerognolo, qual di verde, quale in colore berrettino, e per lo simile di quel colore tu vuoi. Poi fa’ una riga lunga, diritta e gentile, la quale dall’uno de’ tagli sia smussata, che non s’accosti al muro; chè fregandovi, o andando su col pennello e col colore non t’imbratterà niente; e lavorrai quelle cornicette con gran piacere e diletto; e per lo simile, base, colonne, capitelli, frontispizi, fioroni, civori, e tutta l’arte della mazzonaría, ch’è un bel membro dell’arte nostra, e vuolsi fare con gran diletto. E tieni a mente, che quella medesima ragione che hai nelle figure dei lumi e scuri, così conviene avere in questi, e da’ a’ casamenti per tutti questa ragione: che la cornice che fai nella sommità del casamento, vuol pendere da lato verso lo scuro in giù; la cornice del mezzo del casamento, a mezza la faccia, vuole essere ben pari e ugualiva; la cornice del fermamento del casamento di sotto, vuole alzare in su per lo contrario della cornice di sopra, che pende in giù.

LXXXVIII.
Il modo del ritrarre una montagna del naturale.

Se vuoi pigliare buona maniera di montagne, e che paino naturali, togli di pietre grandi che sieno scogliose e non polite; e ritra’ne del naturale, dando i lumi e scuro, secondo che la ragione t’acconsente.

LXXXIX.
In che modo si lavora a olio in muro, in tavola, in ferro, e dove vuoi.

Innanzi che più oltre vada, ti voglio insegnare a lavorare d’olio in muro o in tavola, che l’usano molto i tedeschi: e, per lo simile, in ferro e in pietra. Ma prima diren del muro.

XC.
Per che modo dèi cominciare a lavorare in muro ad olio.

Ismalta il muro a modo che lavorassi in fresco; salvo che, dove tu smalti a poco a poco, qui tu dei smaltare distesamente tutto il tuo lavoro. Poi disegna con carbone la tua storia, e fermala o con inchiostro o con verdaccio temperato. Poi abbia un poco di colla bene innacquata. Ancora è miglior tempera tutto l’uovo sbattuto con lattificio del fico in una scodella; e mettivi in su ’l detto uovo un migliuolo d’acqua chiara. Poi, o vuoi con ispugna o vuoi col pennello morbido e mozzetto, daine una volta per tutto ’l campo che hai a lavorare; e lascialo asciugare almen per un dì.

XCI.
Come tu dèi fare l’olio buono per tempera, e anche per mordenti, bollito con fuoco.

Perchè delle utili cose che a te bisogna sapere sì per mordenti sì per molte cose che s’adovra, ti conviene saper fare quest’olio; imperò togli una libra, o due o tre o quattro, d’olio di semenza di lino, e mettilo in una pignatta nuova; e s’è invetriata, tanto è migliore. Fa’ un fornelletto, e fa’ una buca tonda, che questa pignatta vi stia commessa a punto, che ’l fuoco non possa passare di sopra; perchè ’l fuoco vi anderebbe volentieri, e metteresti a pericolo l’olio, e anche di bruciare la casa. Quando hai fatto il tuo fornello, empiglia un fuoco temperato: chè quanto il farai bollire più adagio, tanto sarà migliore e più perfetto. E fallo bollire per mezzo, e sta bene. Ma per fare mordenti, quando è tornato per mezzo, mettivi per ciascuna libra d’olio un’oncia di vernice liquida, che sia bella e chiara: e questo cotale olio è buono per mordenti.

XCII.
Come si fa l’olio buono e perfetto, cotto al sole.

Quando tu hai fatto quest’olio (il quale ancora si cuoce per un altro modo, ed è più perfetto da colorire; ma per mordenti vuol essere pur di fuoco, cioè cotto), abbi il tuo olio di semenza di lino; e di state mettilo in un catino di bronzo o di rame, o in bacino. E quando è il sole lione, tiello al sole; il quale, se vel tieni tanto che torni per mezzo, è perfettissimo da colorire. E sappi che a Firenze l’ho trovato il migliore e ’l più gentile che possa essere.

XCIII.
Sì come dèi triare i colori ad olio, e adoperarli in muro.

Ritorna a ritriare, o vero macinare, di colore in colore, come facesti a lavorare in fresco; salvo dove triavi con acqua, tria ora con questo olio. E quando li hai triati, cioè d’ogni colore (chè ciascheduno colore riceve l’olio, salvo bianco sangiovanni), abbi vasellini dove mettere i detti colori, di piombo o di stagno. E se non ne truovi, togli degl’invetriati, e mettivi dentro i detti colori macinati: e pongli in una cassetta, che stieno nettamente. Poi con pennelli di vaio, quando vuoi fare un vestire di tre ragioni, sì come t’ho detto, compartiscili e mettili ne’ luoghi loro; commettendo bene l’un colore con l’altro, ben sodetti i colori. Poi sta’ alcun dì, e ritorna, e vedi come son coverti, e ricampeggia come fa mistieri. E così fa’ dello incarnare, e di fare ogni lavorío che vuoi fare: e così montagne, arbori, ed ogni altro lavoro. Poi abbia una piastra di stagno o di piombo, che sia alta d’intorno un dito, sì come sta una lucerna; e tiella mezza d’olio, e quivi tieni i tuo’ pennelli in riposo, che non si secchino.

XCIV.
Come dèi lavorare ad olio in ferro, in tavola, in pietra.

E per lo simile in ferro lavora, e ogni pietra, ogni tavola, incollando sempre prima; e così in vetro, o dove vuoi lavorare.

XCV.
Il modo dell’adornare in muro ad oro, o con istagno.

Ora, poi che dimostrato t’ho del modo del lavorare in fresco, in secco, e ad olio, ti voglio dimostrare a che modo dèi adornare in muro con istagno dorato in bianco, e con oro fine. E nota, che sopra tutto fa’ con meno ariento che puoi, perchè non dura, e viene negro in muro e in legno; ma più tosto perde in muro. Adopera in suo cambio innanzi dello stagno battuto, o vogli stagnuoli. Ancora ti guarda da oro di metà, chè di subito viene negro.

XCVI.
Come dèi sempre usare di lavorare oro fine, e di buoni colori.

In muro i più hanno per usanza adornare con stagno dorato, perchè è di meno spesa. Bene ti do questo consiglio, che ti sforzi di adornare sempre d’oro fine, e di buoni colori, massimamente in nella figura di Nostra Donna. E se vuoi dire: una povera persona non può fare la spesa; rispondoti: che se lavori bene, e dia tempo nelli tuoi lavorii, e di buoni colori, acquisti fama in tal modo, che una ricca persona ti verrà a pagare per la povera; e sarà il nome tuo sì buono in dare buon colore, che se un maestro arà un ducato d’una figura, a te ne sarà proferto due, e verrai ad avere tua intenzione; come che proverbio antico sia: chi grossamente lavora, grossamente guadagna. E dove non ne fossi ben pagato, Iddio e Nostra Donna te ne farà di bene all’anima o al corpo.

XCVII.
In che modo dèi tagliare lo stagno dorato, e adornare.

Quando adorni di stagno, o bianco o dorato, che l’abbia a tagliare con coltellino; prima abbia un’asse ben pulita, di noce o di pero o di susino, sottile non troppo, per ogni parte quadra, sì com’è un foglio reale. Poi abbi della vernice liquida, ungi bene questa asse, mettivi su il tuo pezzo di stagno, ben disteso e pulito. Poi va’ tagliando con coltellino bene aguzzato nella punta, e con riga taglia le filuzza di quella larghezza che vuoi fare i fregi, o vuoi pur di stagno, o vuoi sì larghi, che gli adorni poi o di negro o di altri colori.

XCVIII.
Come si fa lo stagno verde per adornare.

Ancora, per adornare i detti fregi, togli del verderame, triato con olio di linseme; e danne distesamente su per un foglio di stagno bianco, che sarà un bel verde. Lascialo ben seccare al sole, poi in sull’asse distendi con vernice, poi taglia con coltellino, o vuoi prima con istampa fare o rosettine, o qualche belle cosette; e con vernice liquida ungi l’asse, e quelle rosette vi pon su; poi l’attacca al muro. Ancora, se vuoi fare stelle d’oro fino, o mettere la diadema de’ santi, o adornare con coltellino, come ti ho detto, ti conviene prima mettere l’oro fine in su lo stagno dorato.

XCIX.
Come si fa lo stagno dorato, e come colla detta doratura si mette d’oro fine.

Lo stagno dorato si fa in questo modo. Abbi un’asse lunga tre o quattro braccia, ben pulita; e ungesi con grasso o con sevo. Mettevisi su di questo stagno bianco; poi con uno licore, che si chiama doratura, si mette sopra il detto stagno in tre o in quattro luoghi, poco per luogo; e colla palma della mano si va battendo su per questo stagno, gualivando questa doratura così in un luogo come in un altro. Al sole lascialo ben seccare. Quando è squasi asciutta, che poco poco pizza, allora abbi il tuo oro fine, e ordinatamente metti e cuopri il detto stagno del detto oro fine. Poi puliscilo con la bambagia ben netta; spicca lo stagno dall’asse. Quando il vuoi adoperare, fa’ con vernice liquida, e fanne quelle stelle o quei lavorii che vuoi, a modo che fai dello stagno dorato.

C.
Come si debbano fare e tagliare le stelle, e metterle in muro.

In prima hai a tagliare le stelle tutte colla riga; e dove le hai a mettere, metti in su l’azzurro dove viene la stella, prima una bollottolina di cera; e lavoravi la stella a razzo a razzo, siccome hai tagliato in su l’asse. E sappi, che si fa molto più lavorìo con meno oro fine, che non fa a mettere a mordente.

CI.
Come del detto stagno, mettuto d’oro fine, puoi fare le diademe de’ santi in muro.

Ancora se vuoi fare le diademe de’ santi senza mordenti, quando hai colorita la figura in fresco, togli una agugella, e gratta su per lo contorno della testa. Poi in secco ungi la diadema di vernice, mettivi su il tuo stagno dorato, o ver mettudo d’oro fine; mettilo sopra la detta vernice, battilo bene colla palma della mano, e vedrai i segni che facesti coll’agugella. Togli la punta del coltellino bene arrotata, e gentilmente va’ tagliando il detto oro; e l’avanzo riponi per altri tuoi lavorii.

CII.
Come dèi rilevare una diadema di calcina, in muro.

Sappi che la diadema si vuole rilevarla in su lo smalto fresco con una cazzuola piccola, in questo modo. Quando hai disegnata la testa della figura, togli il sesto, e volgi la corona. Poi piglia un poca di calcina, ben grassa, fatta a modo d’unguento o di pasta, e smalta la detta calcina, grossetta di fuori intorno intorno, e sottile inverso il capo. Poi ripiglia il sesto, quando hai ben pulita la detta calcina; e col coltellino va’ tagliando la detta calcina su per lo filo del sesto, e rimarrà rilevata. Poi abbi una stecchetta di legno, forte; e va’ battendo i razzi d’attorno della diadema. E questo ordine vuole essere in muro.

CIII.
Come dal muro pervieni a colorire in tavola.

Quando non vuoi adornare le tue figure di stagno, puoi adornare di mordenti, de’ quali io tratterò per ordine più innanzi perfettamente (de’ quali potrai adoperalli in muro, in tavola, in vetro, in ferro, e in ciacuna cosa), e quelli che sono forti e sufficienti a stare all’aria, al vento, e all’acqua, e quelli che sono da vernicare, e quelli che no. Ma vogliamo pure ritornare al nostro colorire, e di muro andare alle tavole, o vero ancone, ch’è la più dolce arte e la più netta che abbiamo nell’arte nostra. E tieni bene a mente, che chi imparasse a lavorare prima in muro e poi in tavola, non viene così perfetto maestro nell’arte, come perviene a imparare prima in tavola e poi in muro.


Library

Biblioteca Medicea Laurenziana, Ms. Plut. 78.23, fol. 44r–87v.

Editions

Cennino Cennini, Trattato della pittura (messo in luce la prima volta con annotazioni dal cavaliere Giuseppe Tambroni), Roma 1821; Cennino Cennini, Il libro dell’arte, o Trattato della pittura di Cennino Cennini; di nuovo pubblicato, con molte correzioni e coll’aggiunta di più capitoli, tratti dai codici fiorentini (per cura di Gaetano e Carlo Milanesi), Firenze 1859; Cennino Cennini, Il libro dell’arte (A cura di Fabio Frezzato), Vicenza 2003; Lara Broecke (ed.), Cennino Cennini’s Il libro dell’arte. A new English translation and commentary with Italian transcription, London 2015.

Translations

Cennino Cennini, A Treatise on Painting Written by Cennino Cennini in the Year 1437; and First Published in Italian in 1821, with an Introduction and Notes by Signor Tambroni: Containing Practical Directions for Painting in Fresco, Secco, Oil, and Distemper, with the Art of Gilding and Illuminating Manuscripts, adopted by the Old Italian Masters (Translated by Mrs. Merrifield), London 1844; Cennino Cennini, Das Buch von der Kunst oder Tractat der Malerei des Cennino Cennini da Colle di Valdelsa (übersetzt, mit Einleitung, Noten und Register versehen von Albert Ilg), Wien 1871; Cennino Cennini, The Book of the Art of Cennino Cennini. A Contemporary Practical Treatise on Quattrocento Painting (Translated from the Italian, with Notes on Mediæval Art Methods by Christiana J. Herringham), London 1899; Cennino d’Andrea Cennini da Colle di Val d’Elsa, Il libro dell’arte. The Craftsman’s Handbook (Translated from the Italian by Daniel V. Thompson, Jr.), New Haven 1933; Cennino Cennini, Kniha o umění středověku, Praha 1946; Lara Broecke (ed.), Cennino Cennini’s Il libro dell’arte. A new English translation and commentary with Italian transcription, London 2015; Antonín Novák (ed.), Traktáty a receptáře. Výtvarné techniky středověku, renesance a baroka I, Praha 2020, pp. 207–275 .

On-line Editions

Wikisource: Cennino Cennini, Il libro dell’arte

Bibliography

Angela Cerasuolo, Appunti di Vincenzio Borghini sul “Libro dell’arte” di Cennino Cennini, Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz 58, 2016, pp. 117–125.