Lanzi 1796/II.2

Luigi Lanzi, Storia Pittorica della Italia II/2, Ove si descrivono altre Scuole della Italia superiore, la Bolognese, la Ferrarese, e quelle di Genova e del Piemonte, Bassano [Remondini] 1795–1796.


DELLA
STORIA PITTORICA
DELLA ITALIA SUPERIORE
LIBRO TERZO.


SCUOLA BOLOGNESE.

. . .

ЕРОСА ТERZA.

I CARACCI E GLI ALLIEVI LORO,
E I LOR SUCCESSORI FINO
AL CIGNANI.

. . .

pp. 154–162

Prospettiva.

Bologna poco avea veduto di grande in genere di quadratura fino al Dentone (Girolamo Curti), che ne fu il ristoratore anche nel resto della Italia. Lo chiamo ristoratore: perciocchè Gio. e Cherubino Alberti in Roma, e i Sandrini in Brescia, e il Bruni in Venezia ne avean dati ottimi saggi. Nè poco secondo i suoi tempi, avean fatto, come già contammo, Agostino dalle prospettive, e Tommaso Lauretti in Bologna stessa. Ma i loro esempj o negletti, o depravati da’ successori, non produssero all’arte stabil vantaggio; anzi per le città d’Italia o non eran quadraturisti, o assai rari, e questi considerati quasi come un rifiuto de’ figuristi.

IL DENTONE.

Il Dentone co’ suoi compagni risvegliò quest’arte, la nobilitò, la ingrandì. Uscito da un Filatojo de’ Sigg. Rizzardi cominciò con Lionello Spada a tentare il disegno delle figure; e trovandolo troppo arduo al suo ingegno, si volse alla quadratura, e dal Baglione apprese ad oprar la riga e a tirar le linee. Più oltre da tal maestro non volle: ma comperatisi un Vignola ed un Serlio, studiò quivi gli ordini dell’architettura, si fondò nella prospettiva, si formò un gusto sodo, e ben regolato; che migliorò di poi quando vide Roma, e in essa i vestigj dell’ architettura antica. Assai specolò sul rilievo, ch’è l’anima di questa professione. Le sue finte cornici, i colonnati, le loggie, i balaustri, gli archi, i modiglioni veduti di sotto in su spesso han fatto dubitare che fossero ajutati da stucchi, o da altro corpo rilevato; quando tutto è effetto di un chiaroscuro da lui ridotto a una facilità, verità, grazia non più veduta. Ne’ colori si attenne al naturale delle pietre e dei marmi; rifiutando quelle tinte di gemme e di pietre dure, che poi s’introdussero ad onta del verisimile.

Fu sua invenzione tratteggiar l’oro sopra i lavori a fresco. Valevasi dell’olio cotto con trementina e cera gialla stemprate insieme e poste così bollenti con sottil pennello ove occorrono i lumi e ove si applica la foglia dell’oro. Peraltro di tal ritrovamento fece uso parchissimo, lasciandone l’abuso a’ seguaci. Geloso della durevolezza soleva abbozzare, e tornar poi a ricoprire, facendo tutto di sodo impasto; e ne’ luoghi esposti non si fidò della calce che non vi unisse marmo bianco sottilmente pesto; come nella facciata del palazzo Grimaldi. Così diede nuovo lustro a’ palazzi e alle chiese; e passando quinci a’ teatri, mise anche in essi un nuovo spettacolo. Dipingea le scene più vicine con grandissima forza di scuri, che sminuendosi a mano a mano terminavano nelle ultime assai dolcemente. Questa opposizione di fierezza e di dolcezza facea in poco spazio apparire un viaggio immenso; e accresceva in guisa la illusione del rilievo negli edifizj rappresentativi, che molti in quel primo tempo salivano in sul palco per esplorarne il vero in più vicinanza. Per tal eccellenza fu invitato più volte a operare fuor di Bologna; in Ravenna dal Card. Legato, in Parma e in Modena da’ Sovrani, in Roma dal Principe Lodovisj, a cui dipinse una sala, che tolse il grido alla sala Clementina dipinta da Gio. Alberti, e tenuta fino a quel tempo per cosa mirabile.

ANGIOL MICHELE COLONNA.

Costumò il Dentone di tor seco un figurista, che gli formasse le statue, i chiaroscuri, i puttini, e talvolta pure gli animali e i fiorami, onde ornò (nè sempre discretamente) le sue architetture. Servivanlo in ciò a gara i più dotti giovani, vogliosi di profittare in quell’arte, e di farsi nome. Nella sala de’ Conti Malvasia al Trebbio lo ajutarono il Brizio, Francesco e Antonio Caracci, e il Valesio; nella gran cappella di S. Domenico il Massari; e questi altresì gli fu compagno nella biblioteca de’ PP. di S. Martino, dove dipinse la celebre Disputa di S. Cirillo. In palazzo Tanara si valse del Guercino, che vi effigiò il suo grand’Ercole: così altrove lo ajutarono il Campana, il Galanino, lo Spada, e di qualche cartone il soccorse lo stesso Guido.

Ma il suo miglior compagno fu Angiol Michele Colonna, che venuto in età fresca di Como, e studiato alquanto sotto il Ferrantini, finalmente congiuntosi al Dentone divenne celebre in Europa. Fu questi, come il Crespi racconta, in riputazione del miglior frescante, che mai avesse Bologna; tanto spiritoso figurista d’uomini e di animali, e tanto eminente in prospettive e in ogni maniera di ornati; che solo bastava a ogni gran lavoro. Solo dipinse una camera di corte a Firenze; e a S. Alessandro di Parma una cappella. Nella tribuna di quella chiesa fu sua la quadratura; le figure del Tiarini: e in più altri luoghi la quadratura fu del Dentone, le figure del Colonna. Era singolar suo talento, con qualunque pittore operasse, così adattarsi allo stile e allo spirito del collega, che l’opera tutta si credeva idea d’una sola mente, e opera di una sola mano. Nè avea mestieri di aspettar tempo: mentre il compagno conduceva il proprio lavoro, egli con una velocità e con un accordo mirabile affrettava il suo; molto perciò ambito da ognuno, e più di ogni altro dal Dentone, che l’ebbe seco dal ritorno di Roma fino alla morte.

AGOSTINO MITELLI.

Mentre i due valentuomini promoveano questa professione cresceva nel loro studio Agostino Mitelli, giovane di feracissimo ingegno; non ignaro delle figure, che il Passeri vuol che apprendesse da’ Caracci; e ben fondato in prospettiva e in architettura, che attinse dal Falcetta. Quando i due amici dipingeano a Ravenna il palazzo arcivescovile, e in Parma e in Modena a corte, il Mitelli ora il figurista ajutava ed ora il quadraturista: ma questa seconda era l’arte, che più piacevagli, e a cui finalmente, dividendosi da’ maestri, si donò tutto. Le prime sue operazioni rapirono il pubblico, non perchè pareggiassero la forza, la sodezza, la verità del Dentone; ma perchè aveano una vaghezza e una grazia non più veduta da acclamarlo quasi per un Guido nella quadratura. Avea ingentilito con certo original gusto il rigor dell’arte, inteneriti i profili, raddolcite le tinte, introdotto uno stile di fogliami, di cartelle, di rabeschi tratteggiati d’oro, che spirava leggiadria. Le idee degli ornati eran varie secondo gli edifizj; altri nelle chiese, altri nelle sale, altri ne’ teatri: ogni ornamento avea luogo opportuno, e intervallo giusto: tutta l’opera finalmente accordata con una dolcissima armonia alle genti non per anco usate a sì fatte illusioni facea ricordare in certo modo i palazzi incantati de’ romanzieri. Primi compagni del Mitelli furono due suoi condiscepoli in quadratura, Andrea Sighizzi, e Gio. Paderna, e talora il figurista Ambrogj; nomi non ignobili nella storia dell’arti; ma disuguali a tal collega.

GIOSEFFO MITELLI.

Il solo Colonna parea nato per associarsi con lui, siccome fece tostochè gli fu morto il suo Curti. Si strinse fra loro una società, che fu quasi il secondo atto della vita di Angiol Michele; società, che conciliata dalla stima e dall’interesse scambievole, e nodrita con l’uso e con gli uffizj della più vera amicizia, durò per 24 anni, cioè infin che la morte del Mitelli non la disciolse. Fra questo tempo i due amici accrebbero a Bologna i buoni esempj dell’arte; e sono delle opere loro più celebri la cappella del Rosario, e la Sala de’ Conti Caprara. Altrove, come ne’ palazzi Bentivogli e Pepoli fece sole architetture Agostino; e in altri si veggon suoi quadri di prospettive lavorati a guazzo con figure di Gioseffo suo figlio, pittor seguace del Torre, che intagliò anche meglio che non dipinse.

Fuor di Bologna eran sempre invitati insieme il Mitelli e il Colonna; a Parma, a Modena, in Firenze da’ respettivi Sovrani, in Genova da’ Marchesi Balbi, in Roma dal Card. Spada, la cui sala assai grande ricrebbero in certo modo e resero più magnifica con finti colonnati, e sfondi artificiosi, introducendovi pur gradinate, per le quali molte figure in varj e strani vestiti salgono e discendono. Chiamati poi alla corte di Filippo IV, gli ornarono in Madrid tre camere ed una sala grandissima, ove il Colonna fece la tanto applaudita favola di Pandora. Due anni si trattennero in quella corte; i quali furono i due ultimi del Mitelli, morto ivi e rimasto in sommo desiderio alla corte, e agli artefici, de’ quali allora era capo Diego Velasquez.

Scuola del Colonna e del Mitelli.

Tornò in Italia il Colonna; e quasi un terzo atto della sua vita si posson dire que’ vensette anni che poi visse, valendosi per le quadrature ne’ primi anni di Giacomo Alboresi grande allievo del Mitelli, negli altri di Giovacchino Pizzoli suo proprio scolare, noto anche fra’ paesisti.

GIOVACCHINO PIZZOLI.
GIO. GHERARDINI.
ANTONIO ROLI.

Il Crespi aggiunge Gio. Gherardini, ed Antonio Roli; e in questo ternario è compresa tutta la scuola del Colonna. Osserva il Malvasia che dalla società del Mitelli trasse utile Angiol Michele stesso in ciò che è quadratura; non perchè uguagliasse mai il morto amico, ma perchè più gentil maniera usò da ind’ innanzi. Il suo progresso vedesi nella cupola di S. Biagio, e nella volta e in una cappella di S. Bartolommeo dipinte poi che tornò di Spagna. Molti altri sono i suoi lavori di quest’epoca, a Ponzacco villa del March. Nicolini di Firenze, a Padova in un palazzo Morosini, in Parigi presso il Sig. de Lionne Segretario di Stato del Re di Francia. Visse il Colonna fino agli 86 anni di età e lasciò morendo innumerabili professori di un’arte, che i suoi due colleghi, ed egli insieme con loro avean poco meno che messa al Mondo.

Ho nominati varj giovani di queste Scuole; e questi ancora formarono società, e scorser l’Italia servendo a’ Sovrani e a’ Signori privati, e formando allievi in ogni luogo: niun’ arte si propagò mai più velocemente.

GIO. PADERNA.
BALDASSARE BIANCHI.
GIO. GIACOMO MONTI.
GIO. BATISTA CACCIOLI.
GIACOMO ALBORESI.
DOMENICO SANTI.
ANDREA SIGHIZZI.

Gio. Paderna scolar del Dentone, e poi imitator del Mitelli il più felice che mai fosse, si collegò con Baldassare Bianchi; e morto il Paderna e divenuto il Bianchi genero del Mitelli, fu dal suocero accompagnato con Gio. Giacomo Monti. Questa società ancora fu gradita in Italia, specialmente a Mantova, ove rimasero pensionati. Lor figurista fu Gio. Batista Caccioli da Budrio scolar del Canuti, e buon seguace del Cignani; di cui restano affreschi, e tavole, e quadri da stanza, specialmente teste di vecchj, molto pregiati. Giacomo Alboresi altro genero del Mitelli assai fece nella corte di Parma, e non poco in quella di Firenze, e nella villa Capponi di Colonnata; ajutato nelle figure da Fulgenzio Mondini, e morto questo in quella città, da Giulio Cesare Milani, che fu il migliore allievo del Torre. Domenico Santi detto Mengazzino fu similmente un de’ più abili scolari del Mitelli; e in San Colombano, a’ Servi, in palazzo Ratta ha lasciate belle opere di prospettiva con figure di Giuseppe Mitelli, del Burrini, e più che altro del Canuti; non dipartendosi dalla Patria. Si han care ne’ gabinetti le sue prospettive in tela; e mal si discernono talvolta da quelle di Agostino. Andrea Sighizzi padre, e maestro di tre pittori operò anche in Torino, in Mantova, in Parma, ove restò pensionato a’ servigj di corte: il suo miglior compagno fu il Pasinelli. Lungo sarebbe raccorre tutt’ i quadraturisti discesi da quelle Scuole, nè tutti forse ne son degni. Niun’ arte si estese più presto; ma niuna più presto degenerò. Alle buone regole dell’architettura succedette il capriccio, e crebbe fino all’impudenza quando il gusto borrominesco si dilatò per l’Italia. Che anzi l’architettura, ch’è l’essenziale di questa professione, si cominciò in processo di tempo a riguardar come un accessorio; ponendosi il maggiore studio ne’ vasi de’ fiori, ne’ festoni, nelle frutte, ne’ fogliami, in certe bizzarrie da grottesco, contro le quali a ragione e non senza frutto declamarono l’Algarotti e il Crespi.

GIOVANNINO DA CAPUGNANO.

Si nomini almen sul finire Giovannino da Capugnano, giacchè ne scrissero non brevemente il Malvasia e l’Orlandi, ed è nome sì decantato negli studj de’ pittori anco a’ giorni nostri. Costui preso da un piacevole delirio di fantasia, si fece a credere di esser pittore; siccome quell’antico presso Orazio si credea ricco e padrone di quante navi capitavano al porto di Atene. La sua maggiore abilità era far croci per le cantonate, e dar vernice a’ cancelli. Si mise poi a lavorare de’ paesi a tempera, ove con mostruose proporzioni vedevansi le case minori degli uomini, gli uomini più piccioli delle pecore, e queste men grandi degli uccelli. Applaudito nel suo contado, per ostentarsi a maggior teatro, dalle natíe montagne passò a Bologna; vi aprì casa, e a’ Caracci, che soli pareangli sapere alquanto più di sè, richiese un giovane da istruire nel suo studio. Lionello Spada, ch’era cervello amenissimo, vi andò e vi stette alcun tempo, copiandone i disegni, e simulandogli ossequio come a maestro. Quando gli parve di dover finire la beffa, gli lasciò nella camera una testa bellissima di Lucrezia da sè fatta, e sopra l’uscio appese alcune ottave in lode del Capugnano, cioè in derisione. Il buon uomo si querelò di Lionello come di un ingrato, che avendo in sì poco tempo imparato a dipinger sì bene con la scorta de’ suoi disegni, gliene dava sì reo cambio: ma i Caracci gli scoprirono in fine tutta la celia: questo fu quasi un elleboro, che lo curò. In alcune gallerie di Bologna si son conservate le sue pitture come pezzi, che interessano alcun poco la storia, (a) e benchè fatte con serietà divertono al pari di qualunque caricatura de’ Miel, o de’ Cerquozzi. Chi gradisse un secondo esempio d’imbecillità in linea di pittura, legga il Crespi a pag. 141, ove riferisce le memorie di un Pietro Galletti, che persuaso similmente di esser nato pittore, servì di trastullo agli studenti della pittura, che solennemente lo addottorarono nell’arte loro entro la cantina di un monistero.

(a) Lettere Pittoriche Tom. II pag. 53.