Dolce 1557
Lodovico Dolce, Dialogo Della Pittura di M. Lodovico Dolce, Intitolato l’Aretino. Nel quale si ragione della dignità di essa Pittura, e di tutte le parti necessarie, che a perfetto Pittore si acconvengono. Noc esempi di Pittori antichi e moderni; e nel fine si fa mentione delle virtù e delle opere del Divin Titiano, Venegia [Gabriel Giolito de’ Ferrari] 1557.
DIALOGO DELLA
PITTVRA DI M.
LODOVICO DOLCE.
PIETRO ARETINO, GIOVAN
FRANCESCO FABRINI.
. . .
fol. 39v–52v
Aret. Non ci mancano esempi d’altri Pittori, de’ quali se io facessi in lor presenza mentione, essi torcerebbono il naso. Ora bisogna che la mescolanza de’ colori sia sfumata & unita di modo, che rappresenti il naturale, e non resti cosa, che offenda gli occhi: come sono le linee de’ contorni, le quali si debbono fuggire (che la Natura non le fa) e la negrezza, ch’io dico dell’ombra fiere e disunite. Questi lumi & ombre posti con giudicio & arte fanno tondeggiar le figure: e danno loro il rilevo, che si ricerca: del qual rilevo le figure, che sono prive, paiono, come ben diceste, dipinte, percioche resta la superficie piana. Chi adunque ha questa parte, ne ha una delle piu importanti. Cosi la principal difficultà del colorito è posta nella imitation delle carni, e consiste nella varietà delle tinte, e nella morbidezza. Bisogna dipoi sapere imitare il color de’ panni, la seta, l’oro, & ogni qualità cosi bene, che paia di veder la durezza, o la tenerezza piu e meno, secondo che alla condition del panno si conuiene. saper fingere il lustro delle armi, il fosco della notte, la chiarezza del giorno; lampi, fuochi, lumi, acqua, terra, sassi, herbe, arbori, frondi, fiori, frutti, edifici, casamenti, animali, e si fatte cose tanto a pieno, che elle habbino tutte del vivo, e non satin mai gli occhi di chi le mira. Ne creda alcuno, che la forza del colorito consista nella scelta de’ bei colori: come belle lache, bei azurri, bei verdi, e simili; percioche questi colori sono belli parimente, senza, che e’ si mettano in opera: ma nel saper gli maneggiare convenevolmente. Ho conosciuto io in questa città un Pittore, che imitava benißimo il Zambellotto, ma non sapeva vestire il nudo, e pareva, che quello fosse non panno, ma una pezza di zambellotto gettata sopra la figura a caso. Altri in contrario non fanno imitar la diversità delle tinte de’ panni, ma pongono solamente i colori pieni, come essi stanno, in guisa, che nelle opere loro no si ha a lodare altro, che i colori.
Fab. In questo mi pare, che ci si voglia una certa convenevole sprezzatura, in modo, che non ci sia ne troppa vaghezza di colorito, ne troppa politezza di figure: ma si vegga nel tutto una amabile sodezza. Percioche sono alcuni Pittori, che fanno le lor figure si fattamente pulite, che paiono sbellettate, con acconciature di capegli ordinati con tanto studio, che pur uno non esce dell’ordine. Il che è uitio e non uirtù: perche si cade nell’affettatione, che prima di gratia qualunque cosa. Onde il giudicioso Petrarca parlato del capello della sua Laura, chiamollo, Negletto ad arte, innanellato, & hirto. Et di qui avertisce Horatio, che si debbano levar uia da i Poemi gli ornamenti ambitiosi.
Fab. Bisogna sopratutto fuggire la troppa diligenza, che in tutte le cose nuoce. Onde Apelle soleva dire, che Prothogene (se io non prendo errore) in ciascuna parte del dipingere gli era eguale, e forse superiore: ma egli in una cosa il vinceva; e questa era, ch’ei non sapeva levar la mano dalla Pittura.
Fab. O quanto la souerchia diligenza è anco dannosa ne gli Scrittori; percioche, oue si conosce fatica, iui necessariamente è durezza et affettatione, laquale è sempre abhorrita da chi legge.
Aret. Finalmente ricerca al Pittore un’altra parte: della quale la Pittura, ch’è priua, riman, come si dice, fredda, & è a guisa di corpo morto, che non opera cosa neruna. Questo è, che bisogno, che le figure movano gli animi de’ riguardanti, alcune turbandogli, altre rallegrandogli, altre sospingendogli a pietà, & altre a sdegno, secondo la qualità della historia. Altrimenti puti il Pittore di non haver fatto nulla: perche questo è il condimento di tutte le sue uirtù: come auiene parimente al Poeta, all’Historico, & all’Oratore: che se le cose scritte o recitate mancano di questa forza, mancano elle ancora di Spirito e di uita. Ne puo movere il Pittore, se prima nel far delle figure non sente nel suo animo quelle paßioni, o diciamo affetti, che vuole imprimere in quello d’altrui. Onde dice il tante volte allegato Horatio, se vuoi, ch’io pianga, è mestiero, che tu avanti ti dolga teco. Ne è poßibile, che alcuno con la man fredda riscaldi colui, ch’egli tocca. Ma Dante ristringe bene la perfetta eccellenza del Pittore in questi versi.
“Morte li morti, e i vivi parean vivi,
“Non vide me’ di me chi vide il vero.
E benche il pervenire alla perfettione della eccellenza della Pittura, alla quale fa mestiero di tante cose, sia impresa malagenole & faticosa, e gratia dalla liberalità de’ cieli concedura a pochi (che nel vero bisogna, che’l Pittore, cosi bene, come il Poeta, nasca, & sia figliuolo della Natura) non è da credere, (come toccai da prima) che ci sia una sola forma del perfetto dipingere: anzi, perche le compleßioni de gli huomini, e gli humori sono diversi, cosi ne nascono diverse maniere: e ciascuno segue quella, a cui è inchinato naturalmente. Di qui ne nacquero Pittori diversi; alcuni piacevoli, altri terribili, altri vaghi, et altri ripieni di grandezza & di maestà: come veggiamo medesimamente trovarsi ne gl’Historici, ne’ Poeti, e ne gli Oratori. Ma di questo diremo un poco piu avanti: perche ‘hora io voglio venire al paragone, per cui è nato questo ragionamento.
Fab. È buona pezza, ch’io attendo, che ci vegniate.
Aret. Questo poco, che ho detto, è in universale tutto quello, che appartiene alla Pittura. Se farete disideroso d’intendere alcuni particolari, potrete leggere il libretto, che scrisse della Pittura Leon Battista Alberti, tradotto felicemente, come tutte le altre sue cose, da M. Lodovico Domenichi: e l’opera del Vasari.
Fab. Parmi, che basti non solo a perfettamente giudicar, ma anco a perfettamente dipingere, questo tanto, che n’havete favellato: perche le altre cose per lo piu consistono nell’esercitio e nella pratica. E fra quante mi havete detto, me ne piacciono sommamente due: l’una, che bisogna, che le Pitture movano: l’altra, che’l Pittore nasca. Perche ci si veggono molti, che alla parte della industria non hanno mancato; & si sono affaticati lungo tempo ne’ rilievi, e nelle cose vive; e mai non hanno potuto passare un mediocre termino. Altri, che per un tempo hanno dimostro principi grandißimi, et hanno camminato un pezzo avanti scorti dalla Natura, e poi da lei abandanati, sono tornati all’indietro, riuscendo nulla. Onde si puo ridur benißimo a cotal proposito quei versi sententiosißimi dell’Ariosto, col mutamento di due parole. Sono i Poeti & i Pittori pochi; Pittori, che non sian del nome indegni,
Poi, quanto al movimento, poche Pitture ho io veduto qui in Vinegia (levandone quelle del Divin Titiano) che movano.
Aret. Ricercando adunque tutte le parti, che si richieggono al Pittore, troveremo, che Michel Agnolo ne possede una sola, che è il disegno, e che Rafaello le possedea tutte: o almeno (perche l’huomo non puo esser Dio, a cui niuna cosa manca) la maggior parte; e se gli mancò al cun cosa, quella essere stata pochißima, e di picciolo momento,
Fab. Provatelo.
Aret. Prima, quanto alla inventione, chi riguarda bene, e considera minutamente le Pitture l’uno e dell’altro, troverà, Rafaello haver mirabilmente osservato tutto quello, che a questa appartiene; e Michel Agnolo o niente o poco.
Fab. Mi par cio una gran disuguaglianza di paragone.
Aret. Non dico di piu del vero. Et uditemi con patientia. Per lasciar da parte cio che richiede all’Historia (in che Rafaello imitò talmente gli Scrittori, che spesso il giudicio de’ gl’intendenti si move a credere, che questo Pittore habbia le cose meglio dipinte, che essi discritte; o alme no, che seco gioftri di pari, ) e parlando della convenevolezza, Rafaello non se ne dipartì giamai: ma fece i putti putti, cioe morbidetti e teneri: gli huomini robusti; e le donne con quella delicatezza, che conuien loro.
Fab. Non ha serbata il gran Michel Agnolo ancora egli questa convenevolezza?
Aret. Se io voglio piacere a voi, & a suoi fautori, dirò che si: ma se debbo dir la verità, u’affermo di no. Che se ben vedete nelle Pitture di Michel Agnolo la distintione in general dell’età e de’ sessi (cosa, che fanno far tutti) non la troverete gia partitamente ne’ muscoli. Ne voglio stare a metter mano nelle sue cose; si per la riverenza, ch’io gli porto, e che si dee portare a cotal huomo: si perche non è necessario. Ma che direte voi della honestà ? Pare a voi, che si convenga, per dimostrar le difficultà dell’arte di scoprir sempre senza rispetto quelle parti delle figure ignude, che la vergogna e la honestà celate tengono: non havendo riguardo ne alla santità delle persone, che si rappresentano, ne al luogo, oue stanno dipinte?
Fab. Voi sete troppo rigido e scropuloso.
Aret. Chi ardirà di affermar, che stia bene, che nella Chiesa di San Pietro, Prencipe degli Apostoli, in una Roma, oue concorre tutto il mondo: ne la cappella del Pontefice; il quale, come ben dice il Bembo, in terra ne assembra Dio, si veggano dipinti tanti ignudi, che dimostrano dishonestamente dritti e riversi: cosa nel vero (favellando con ogni sommeßione) di quel santißimo luogo indegna. Ecco, che le leggi prohibiscono, che non si stampino libri dihonesti: quanto maggiormente si debbono prohibir simili Pitture. Percioche pare egliforse a noi, che elle movano le menti de’ riguardanti a diuotion e ? o le alzino alla contemplatione delle cose divini-ne? Ma concedasi a Michel Agnolo per la sua gran uirtù quello, che non si concederebbe a verun’altro. Et a noi sia lecito ancora di dire il vero. E se non è lecito, non voglio anco haver detto questo: benche io no’l dica per mordere, ne per mostrar, ch’io solo sappia.
Fab. Gli occhi sani, Signor Pietro, non si corrompono, o scandalezzano punto per veder dipinte le cose della Natura: ne gl’infermi riguardano che che sia con sanamente. E potrete comprendere, che quando cio fosse di tanto cattino esempio, non si comporterebbe. Ma poi, che andate ponderando le cose con la severità di Socrate, ui dimado, se egli ancora pare a voi, che Rafaello dimostrasse honestà, quando dissegnò in carte, e fece intagliare a Marc’Antonio in rame quelle donne et huomini, che lasciuamente, & anco dishonestamente si abbracciano?
Aret. Io ui potrei rispondere, che Rafaello non ne fu inventore, ma Giulio Romano suo creato et herede. Ma posto pure, ch’egli le havesse o tutte, o parte disegnate, non le publicò per le piazze ne per le Chiese: ma vennero esse alle mani di Marc’Antonio, che per trarne utile l’intagliò al Bauiera. Il qual Marc’Antonio, se non era l’opera mia, sarebbe stato da Papa Leone della sua temerità degnamente punito.
Fab. Questa è una coperta sopra l’aloè di zucchero fino.
Aret. Io non mi discosto punto dalla verità. Ne si disconuiene al Pittore di fare alle volte per giuoco simili cose: come gia alcuni Poeti antichi scherzarono lasciuamente in gratia di Mecenate sopra la imagine di Priapo per honorare i suoi horti. Ma in publico, e masimamente in luoghi sacri e in soggetti divini: si dee haver sempre risguardo all’honestà. E sarebbe assai meglio, che quelle figure di Michel Agnolo fossero piu abondevoli in honestà, e manco perfette in disegno, che, come si vede, perfettißime e dishonestißime. Ma questa honestà usò sempre il buon Rafaello in tutte le cose sue, in tanto, che, quantunque egli desse generalmente alle sue figure un’aria dolce e gentile, che inuagisce et infiamma: nondimeno ne i volti delle sante, & sopra tutto della Vergine, madre del Signore, serbò sempre un no so che di santità e di divinità (e non pur ne’ volti, ma in tutti i lor movimenti) che par, che levi dalla mente de gli huomini ogni reo pensiero. Onde in questa parte della inventione, si d’intorno alla historia, quanto alla convenevolezza, Rafaello è superiore.
Fab. Non so, quanto al componimento della Historia, che Michel Agnolo ceda a Rafaello: anzi tengo il contrario: cioè, che Michel Agnolo nel vinca d’affai. Percioche odo dire, che nell’ordine del suo stupendo Giudicio si contegono alcuni sensi allegorici profondißimi, i quali vengono intesi da pochi.
Aret. In questo meriterebbe lode, essendo che parrebbe, ch’egli havesse imitato quei gran Filosofi, che nascondevano sotto velo di Poesia misteri grandißimi della Filosofia humana e divina, affine ch’e’ non fossero intesi dal volgo: quasiche non volessero gettare a Porci le Margherite. E questo vorrei io ancora credere, che fosse stato l’intendimento di Michel Agnolo, se non si vedessero nel medesimo Giudicio alcune cose ridicole.
Fab. E quali cose ridicole sono queste?
Aret. Non è cosa ridicola l’haversi imaginato in cielo tra la moltitudine dell’anime beate alcuni, che teneramente si baciano; oue dourebbono essere intenti e col pensiero levati alla divina contemplatione, et alla futura sentenza: masimamente in un giorno si terribile, come leggiamo e indubitatamente crediamo, che habbia ad esser quello del giudicio nel quale si canta nel sacro Hinno, che Stupirà la morte e parimente la Natura: dovendo risuscitare in tal giorno la humana generatione, la quale haurà a render partitamente ragione delle buone e delle ree operationi, da lei fatte in uita, all’eterno giudice delle cose. Poi, che senso mistico si puo cavare dallo haver dipinto Christo sbarbato? o dal vedere un Diavolo, che tira in giu con la mano, aggrappata ne’ testicoli, una gran figura, che per dolore si morde il dito? Ma di gratia non mi fate andar piu avanti, accio che non paia, ch’io dica male d’un ‘huomo, che per altro è divino.
Fab. Vi ritorno a dire, che la sua inventione è ingnosißima, e da pochi intesa.
Aret. Non mi par molta lode, che gli occhi de’ fanciulli; e delle matrone e donzelle, veggano apertamente in quelle figure la dishonesta, che dimostrano, e solo i dotti intendano la profondità delle allegorie, che nascondono. Ma io ui dirò di lui, come dicono, che hebbe a dire un dotto e Santo huomo di Persio Poeta Satirico, il quale è oscurißimo fuor di modo. Se non vuoi essere inteso, ne io voglio interderti: e con queste parale lo trasse in fuoco, facendone conveniente sacrificio a Vulcano: cosi voglio dire io, poi che Michel Agnolo non vuole, che le sue inventioni vengan intese, senon da pochi e dotti, io, che di questi puchi e dotti non sono, ne lascio il pensiero a lui. Habbiamo considerato Michel Agnolo nelle Historie sacre. Consideriamo un poco Rafaello nelle profane: perche, oue in queste lo ritroveremo accuratißimo & honestißimo, comprenderemo, quanto piu egli sia stato in quelle altre.
Fab. Io u’ascolto.
Aret. Non so, se habbiate veduto appresso il nostro Dolce la carta della Rosana di mano di Rafaello; che fu gia stampata in rame.
Fab. Non mi ricorda.
Aret. Questa è una carta, nella quale rappresentò Rafaello in disegno di acquarella, tocco ne’ chiari con biacca, la incoronatione di Rosana: la quale essendo bellißima femina, fu amata grandemente da Alessandro Magno. E adunque in questa carta disegnato il detto Alessandro: il quale stando inanzi a Rosana, le porge la corona: & ella siede accanto un letto con attitudine timida e riverente: & è tutta ignuda, fuor che, per cagione di serbar la honestà, un mordetto panniccino le nasconde le parti, che debbono tenensi nascose. Ne si puo imaginar ne la piu dolce aria, ne il piu delicato corpo, con una pienezza di carne convenevole; e con istatura, che non eccede in lunghezza, ma è suelta con venevolmente. Evvi un fanciullo ignudo con l’ali, che le scalcia i piedi; & un’altro dal disopra, che le ordina i capegli. V’è anco alquanto piu lontano un giovanetto pur nudo, raffigurato per Himeneo, Dio delle nozze, che dimostra col dito ad Alessandro la medesima Rosana: come inuitandol al trastullo di Venere, o di Giunone, & un’huomo, che porta la face. Evvi piu oltre un groppo di fanciulli: de’ quali alcuni ne portano uno sopra lo scudo di Alessandro, dimostrando fatica e vivacità conveniente a gli anni, & un’altro porta la sua lancia. Ce n’è uno, che essendosi vestito la sua corazza, non potendo reggere il peso, è caduto in terra, e par che piagna. E sono tutti di aria, e di attitudini diverse, e bellißimi. In questo componimento Rafaello ha seruito alla historia, alla convenevolezza, & all’honesto. Et oltre a cio s’è imaginato di suo, come Poeta mutolo, la inventione d’Himeneo, & de’ fanciulli.
Fab. Questa inuetione parmi haver letta in Luciano.
Aret. Sia, come si voglia: ella è espressa cosi bene, che potrebbe venire in dubbio, se Rafaello l’havesse tolta da libri di Luciano; o Luciano dalle Pitture di Rafaello: se non fosse, che Luciano nacque piu secoli avanti. Ma che è percio ? Anco Virgilio discriffe il suo Laocoonte tale, quale l’haveva prima veduto nella satua di mano de i tre artefici Rhodiani: la quale con istupor di tutti hoggidi ancora si vede in Roma. Et è cosa iscambievole, che i Pittori cavino spesso le loro inventioni da i Poeti, & i Poeti dai Pittori. Il simile ui potrei dire della sua Galathea, che contende con la bella Poesia del Policiano, e di molte altre fue leggiadrißime fantasie: ma farei troppo lungo: e voi le potete haver veduto altre volte, e vedere quando ui piace in Roma: senza le molte fue bellißime carte, che intagliate in rame per mano del non meno intendente, che diligente Marc’ Antonio, vanno a torno: e quelle anco, che di sua mano si trovano appresso di diversi, che è un numero quasi infinito, argomento efficacißimo della fertilità di quel divino ingegno: & in ciascuna si veggono inventioni mirabili con tutti i avertimenti, ch’io u’ho detto. E in materia sacra ui puo bastare il quadro della santa Cicilia dall’organo, che è in Bologna nella Chiesa di San Giovanni in monte: e quello della Trasfiguration di Christo sopra il monte Tabor, ch’è in San Pietro Montorio di Roma: senza una infinità di quadri, che si veggono per la Italia, tutti belli e tutti divini.
Fab. Ho certo veduto molte cose di Rafaello in Roma, & in altra parte: e vi affermo, che sono miracolose, e nelle inventioni eguali, e forse maggiori di quelle di Michel Agnolo. Ma nel disegno, come potete alui aguagliarlo?
Aret. Io vi lascio Fabrini, e lascierò sempre nel nostro parere, non potendo fare altro: perche le ragioni non persuadono tutti: e cio auiene o per ostinatione, o per ignorantia, o per affettione. In voi, nel quale non possono cader l’altre due, ha luogo la terza, laquale è difetto escusabile: e, come io dißi avanti,
Spesso occhio ben san fa veder torto.
Ma d’intorno al disegno, ch’è la seconda parte, dovendo noi considerar l’huomo vestito & ignudo, ui confermo, che quanto al nudo, Michel Agnolo è stupendo, veramente miracoloso e sopra humano. ne fu alcuno, che l’avanzasse giamai; ma in una maniera sola, ch’è in fare un corpo nudo muscoloso e ricercato, con i scorti e movimenti fieri, che dimostrano minutamente ogni difficultà dell’arte. & ogni parte di detto corpo, e tutte insieme, sono di tanta eccellenza, che ardisco dire, che non si possa imaginar, non che far, cosa piu eccellente, ne piu perfetta. Ma nelle altre maniere è non solo minore di se stesso, ma di altri ancora perche egli o non sa, o non vuole osservar quelle diversità delle età e de’ sessi, che si son dette di sopra: nelle quali è tanto mirabile Rafaello. E, per conchinderla, chi vede una sola figura di Michel Agnolo, le vede tutte. Ma è da avertire, che Michel Agnolo ha preso del nudo la forma piu terribile e ricercata, e Rafaello la piu piacevole e gratiofa. Onde alcuni hanno comparato Michel Agnolo a Dante, e Rafaello al Petrarca.
Fab. Non m’andate inviluppando con si fatte comparationi, benche elle facciano in mio favore: perche in Dante ci è fugho e dottrina, nel Petrarca solo leggiadrezza di stilo, & ornamenti Poetici. Onde mi ricorda, che un frate minoritano, che predicò, molti anni sono, a Vinegia, allegando alle volte questi due Poeti, soleva chiamar Dante Messer Settembre, e il Petrarca M. Maggio, alludendo alle stagioni, l’una piena di frutti, & l’altra di fiori. Marecatevi inanzi un nudo di Michel Agnolo, et un’altro di Rafaello: & havendogli prima ambedue pienamente considerati, risolueteui poi in dire, qual de i due è piu perfetto.
Aret. Io ui dico, che Rafaello sapeva far bene ogni sorte di nudi, e Michel Agnolo riesce eccellente in una sola: & i nudi di Rafaello han questo di piu, che dilettano maggiormente. Ne dirò, come gia disse un bello ingegno, che Michel Agnolo ha dipinto i facchini, e Rafaello i gentilhuomini. Che, come ho detto, Rafaello ne ha fatti di ogni sorte, e di piacevoli, e di terribili e ricercati, benche con atti piu temperati e piu dolci. Ma naturalmente è stato vago di pulitezza e di delicatezza; si come era etiandio pulitißimo e gentilißimo ne’ costumi, in guisa che non meno fu amato da tutti, di quello, che a tutti fossero grate le sue figure.
Fab. Non basta a dire, questo nudo è bello e perfetto, quanto quell’altro. Ma bisogna provarlo.
Aret. Rispondetemi prima. I nudi di Rafaello, sono eglino storpiati: sono nani, sono troppo carnosi: sono secchi, hanno i muscoli fuor di luogo, o altra parte cattiua?
Fab. Ho inteso da tutti, che stanno bene: ma che non si contiene in loro quell’arte, che si vede in quelli di Michel Agnolo.
Aret. E che arte è questa?
Fab. Non hanno que’ bei dintorni, c’hanno i nudi di quest’altro.
Aret. Quai sono questi bei dintorni?
Fab. Quei, che formano quelle belle gambe, quei bei piedi, mani, schiene, pancie, e tutto il resto.
Aret. Dunque non parea voi, o a fautori di Michel Agnolo, che i nudi di Rafaello hebbiano queste belle parti?
Fab. Dico non pur belle, ma bellißime: ma no, quanto i nudi di Michel Agnolo.
Aret. La regola di giudicar questo bello di donde la cavate voi?
Fab. Stimo, che si debba cavar (come havete detto) dal vivo, e dalle satue de gli antichi.
Aret. Confesserete adunque, che i nudi di Rafaello hanno ogni bella e perfetta parte: perche egli di rado fece cosa, nella quale non imitasse il vivo, o l’antico. Onde si veggono nelle sue figure teste, gambe, torfi, braccia, e piedi, e mani stupendißime.
Fab. Non dimostrò l’ossature, le maccature, e certi nervetti e minutezze, quando ha fatto Michel Agnolo.
Aret. Egli ha dimostro queste parti nelle figure, che lo ricercavano, quanto si ricercava, e Michel Agnolo (e sia detto senza sua offesa) alle volte piu di quello, che si conuiene. Il che si vede cosi chiaramente, che sopra cio non accade, che si dica altro. Poi ui dovete ricordare, ch’io u’ho detto, ch’è di assai maggiore importanza vestir l’ossa di carne polpusa e tenera, che iscorticar le: e, che cio sia vero, replico, che gli antichi per la maggior parte hanno fatte le loro figure dolci, e con pochi ricercamenti. Ma non per questo Rafaello è sempre rimaso su la delicatezza: anzi, come s’è detto, le sue figure variando, ha fatto nudi ricercati secondo il bisogno: come si vede nelle Historie delle sue battaglie, nella figura di quel vecchio portato dal figliuolo, & in diverse altre: ma non s’inuaghì molto di questa maniera: a guisa di quello, che haveva posto ogni suo intento (come parte principalißima del Pittore) in dilettare, ricercando piutosto nome di leggiadro, che di terribile, e ne acquistò insieme un’altro, che fu chiamato gratiofo: perche oltre la inventione: oltre al disegno: oltre alla varietà: oltre che le fue cose tutte mouono sommamente: si trova in loro quell’parte, che havevano, come scrive Plinio, le figure di Apelle: e questa è la venustà, che è quel non so che, che tanto suole aggradire, cosi ne’ Pittori, come ne’ Poeti, in guisa, che empie l’animo altrui d’infinito diletto, non sapendo da qual parte esca quello, che a noi tanto piace. La qual parte considerata dal Petrarca (mirabile e gentil Pittore delle bellezze e delle uirtù di Madonna Laura) lo mosse a cosi cantare. E un non so che ne gli occhi, che in un punto Po far chiara la notte, o curo il die, E ‘l mele amaro, & addolcir l’ascentio.
Fab. Questa, che voi dite venustà, è detta da Greci charis, che io esporrei sempre per gratia.
Aret. Seppe ancora il gran Rafaello fare iscortar le figure, quando egli volle, e perfettamente: senza, che io ui ritorno a dire, che in tutte le fue opere egli usò una varietà tanto mirabile, che non è figura, che ne d’aria ne di movimento si somigli, tal che in cio non appare ombra di quello, che da Pittori hoggi in mala parte è chiamata maniera, cioè cattiua pratica; oue si veggono forme e volti quasi sempre simili. E, si come Michel Agnolo ha ricerco sempre in tutte le sue opere la difficultà: cosi Rafaello all’incontro la facilità; parte, come io dißi, difficile a conseguire: & alla ottenuta in modo, che par, che le fue cose siano fatte senza pensarui, e non affaticate, ne istentate: il che è segno di grandißima perfettione: come anco ne gli Scrittori, che i migliori sono i piu facili: come appresso voi dotti Virgilio, Cicerone, & appresso noi il Petrarca, e l’Ariosto. quanto alla parte del movere, non ne voglio dire altro di quello, ch’o tocco, in caso, che voi non diceste, che le sue figure non movano.
Fab. Questo non nego io. Ma voi che dite di quelle di Michel Agnolo?
Aret. Io non ne voglio parlare: perche questa è parte, che possono giudicar parimente tutti: ne io uorrei col mio dire offenderlo.
Fab. Dunque venite al colorito.
Aret. E mestiero, che consideriamo prima l’huomo vestito.
Fab. In cio non dite altro; che io so, che’l panneggiar di Rafaello è piu lodato, che quello di Michel Agnolo: forse per questo, che Rafaello ha piu studiato nel vestir le figure, e Michel Agnolo nel fare i nudi.
Aret. Anzi Rafaello fu studioso nell’una cosa e nell’altra, e Michel Agnolo nell’ultima sola. E cosi potete (mi credo io) hoggimai vedere che fra questi due nel disegno ci è parità: & anco dalla parte di Rafaello maggiore eccellenza, essendo stato egli piu vario e piu universale, & havendo serbato meglio la proprietà de’ sessi e de’ gli anni; e trovandosi nelle fue Pitture piu gratia e maggior diletto, in tanto, che non fu mai alcuno, che gli dispiacesse cosa di sua mano. E, quanto al colorito.
Fab. In questo ancora assentirò con voi: pur dite uia.
Aret. Superò nel colorito il gratiofißimo Rafaello tutti quelli, che dipinsero inanzi a lui, si a olio, come a fresco, & a fresco molto piu, in guisa, che ho udito dire a molti, & io ancora cosi mi affermo, che le cose dipinte in muro da Rafaello avanzano il colorito di molti buoni maestri a olio: & sono sfumate & unite con bellissimo rilevo, e con tutto quello, che puo far l’arte. Il che non cessa di predicare a ciascuno Santo cognominato Zago, Pittore nel vero espedito e valente in dipingere medesimamente a muro, et oltre a cio studioso dell’anticaglie; delle quali ue ne ha un gran numero: et molto pratico delle historie e de’ Poeti, si come quello, che si diletta di leggere infinitamente. Ne parlerò altrimente ni del colorito di Michel Agnolo: perche ogni un sa, che egli in cio ha posto poca cura, e voi mi cedete. Ma Rafaello ha saputo col mezo de’ colori contrafar mirabilmente qualunque cosa, e carni, e panni, e paesi, e tutto cio che puo venire inanzi al Pittore. Fece ancora ritratti dal naturale: come fu quello di Papa Giulio Secondo, di Papa Leone Decimo, e di molti gran personaggi, che sono tenuti divini. Onde a cio fu grande Architetto: onde dopo la morte di Bramante gli fu allogata dal medesimo Papa Leone la fabrica di San Pietro e del Palagio. il perche si veggono spesso nelle sue Pitture edifici tirati con bellißima Prospettiva. E, quello, che fu di grandißimo danno alla Pittura, mori giovane, lasciando il suo nome illustre in tutte le parti della Europa: e uissei pochi anni di sua sua uita (come ne posso io farui fede, e, come scrive il Vasari con verità) non da priuato, ma da Prencipe, essendo liberale della sua uirtù e de i suoi danari a tutti gli studiosi dell’arte, che ne havevano alcun bisogno: e fu openione universale, che’l Papa gli nolesse dare un Capello rosso. Perche oltre alla eccellenza della Pittura, haveva Rafaello ogni uirtù, & ogni bel costume e gentil creanza, che conuiene a gentil’huomo. Dalle quali tutte cose mosso il Cardinal Bibbiena, lo indusse contra sua voglia a prender per moglie una sua nipote; benche egli ui mettesse tempo in mezo, ne consumasse il matrimonio, aspettando, che’l Papa, che gli ne haveva dato intentione, lo facesse Cardinale: il qual Papa gli haveva dato ancora poco inanzi alla sua morte un’ufficio di cubiculario, grado honorevolißimo & utile. Hora potete molto bene esser chiaro, che Rafaello è stato non pur’uguale a Michel Agnolo nella Pittura, ma superiore. Nella Scoltura è poi Michel Agnolo unico, divino, e pari a gli antichi: ne in cio ha bisogno delle mie lodi, ne di quelle d’altrui. Ne anco puo esser vinto da altri, che da se stesso.
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