Baldinucci 1682
Filippo Baldinucci, Vita del Cavaliere Gio. Lorenzo Bernino Scultore, Architetto, e Pittore, Firenze [Vincenzio Vangelisti] 1682.
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pp. 66–68
Nel parlare, ch’ io hò fatto fin qui dell’ Opere del Bernino io ò procurato di soddisfare all’ ordine dell’ Istoria. Mi piace ora il toccare generalmente alcuna cosa dell’ altre belle qualità di lui, che siccome, o furono proprie del suo naturale, o fatte a lui connaturali per lungo corso d’ industriosa fatica furono in ogni tempo, e luogo delle sue azioni inseparabili compagne.
Possiamo primieramente con ogni ragione affermare, che il Cavalier Bernino sia stato nell’ arti sue singolarissimo, conciossiachè egli abbia posseduto in eminente grado l’ arte del disegno, ciò, che dimostrano assai chiaro l’ Opere, ch’ egli à condotto in Scultura, Pittura, e Architettura, e gl’ infiniti disegni di Figure di Corpi umani, che si vedono di sua mano, quasi per tutte le più rinomate Gallerie d’ Italia, e fuori, fra i quali meritan degno luogo quegli, che contengono i Libri del Sereniss. Gran Duca di Toscana, raccolti dalla g. m. del Sereniss. Cardinal Leopoldo; tanti, che possiede l’ Eccellentiss. casa Ghigi, e altri in gran numero, che furon mandati in Francia, ne’ quali si scorge simmetria maravigliosa, maestà grande, e una tal franchezza di tocco, che è propriamente un miracolo; ed io non saprei dire, chi mai nel suo tempo gli fusse stato eguale in tal facoltà. Effetto di questa franchezza è stato l’ aver egli operato singolarmente in quella sorta di disegno, che noi diciamo Caricatura, o di colpi caricati, deformando per ischerzo a mal modo l’ Effigie altrui, senza togliere loro la somiglianza, e la Maestà, se talvolta eran Principi grandi, come bene spesso accadeva per lo gusto, che avevano tali Personaggi di sollazzarsi con lui in sì fatto trattenimento, anche intorno a i propri volti, dando poi a vedere i disegni ad altri di non minore affare. È concetto molto universale, ch’ egli sia stato il primo, che abbia tentato di unire l’ Architettura con la Scultura, e Pittura in tal modo, che di tutte si facesse un bel composto; il che fece egli con togliere alcune uniformità odiose di attitudini, rompendo le talora senza violar le buone regole, ma senza obbligarsi a regola; ed era suo detto ordinario in tal proposito, che chi non esce talvolta della Regola, non la passa mai; voleva però, che chi non era insieme Pittore, e Scultore a ciò non si cimentasse, ma stasse fermo ne’ buoni precetti dell’ Arte. Conobbe egli fin da principio, che il suo forte era la Scultura, onde quantunque egli al dipignere si sentisse molto inclinato, con tutto ciò non vi si volle fermare del tutto; e ‘l suo dipignere, possiamo dire, že fosse per mero divertimento; fece egli perciò sì gran progressi in quell’ Arte, che si vedono di sua mano, oltre a quegli, che sono in pubblico, sopra 150. quadri, molti de’ quali son posseduti dall’ Eccellentissime Case Barberina, e Ghigi, e da quella de’ suoi figliuoli, ed un bellissimo, e vivo ritratto di sua Persona si conserva nella tanto rinomata stanza de’ Ritratti di proprie mani de’ gran Maestri nel Palazzo del Sereniss. Granduca.
Non fu mai forse avanti a’ nostri, e nel suo tempo, chi con più facilità, e franchezza maneggiasse il Marmo. Diede all’ opere sue una tenerezza maravigliosa, dalla quale appresero poi molti grandi Uomini, che hanno operato in Roma ne’ suoi tempi; e se bene alcuni biasimavano i panneggiamenti delle sue Statue, come troppo ripiegati, e troppo trafitti, egli però stimava esser questo un pregio particolare del suo scalpello, il quale in tal modo mostrava aver vinta la gran difficultà di render, per così dire, il marmo pieghevole, e di sapere ad un certo modo accoppiare insieme la Pittura, e la Scultura, ed il non avere ciò fatto gli altri Artefici, diceva dependere dal non esser dato loro il cuore di rendere i sassi così ubbidienti alla mano, quanto se fussero stati di pasta, o cera; questo però diceva egli non già con affetto di iattanza, o presunzione, ma per render conto di se stesso, e dell’ opere sue, perchè per altro in quanto alla cognizione del proprio talento apparteneva, egli conservò sempre basso concetto di se, solito dire sovente, che quanto più operava, tanto meglio conosceva di non saper nulla; e potè tanto in lui questa cognizione, che quantunque egli non facesse mai Opera senza uno straordinario amore, con tutto ciò fatta, ch’e’ l’aveva, considerando il più bello, che le mancava, ne perdeva l’affetto, e non la guardava più.
Da questa moderazione di stima di se stesso nacque nel Bernino una gran discretezza nel parlar dell’ opere altrui, che lo portava a lodare il buono, e tacere il manchevole, e non avendo che lodare, inventar modi di tacere parlando; così essendo una volta stato condotto da un Cardinale a vedere una Cupola, ch’egli aveva fatto dipignere ad un suo molto favorito Pittore, nella quale l’Artefice s’era portato assai male; interrogato dallo stesso Prelato alla presenza di molti Professori di ciò, che gli ne paresse, dopo averla bene osservata, rispose al Cardinale, che poco intendendo dell’ Arte, si aspettava sentire encomi del suo Pittore; Veramente l’Opera parla da se, e ciò disse con energia fino a tre volte; onde perchè chi riceve, sempre per modo di se stesso riceve, il Cardinale prese quel detto per una somma lode, mentre i Professori guardandosi in viso l’un l’altro fra se stessi si ridevano di quell’ Opera. Diceva, che per dar gran lode ad una cosa non doveva bastare l’avere ella in se pochi errori, ma l’avere molti pregi: a questa sentenza aggiugneva il Cardinal Pallavicino suo intrinsechissimo: quello che dite voi nell’arte vostra, dico io nella mia, cioè, che non è contrassegno della falsità d’una sentenza l’avere contro di se argomenti insolubili, ma ragioni sode, e convincenti, che prouino la conclusione, siccome non può negarsi, che si dia il moto, e pure il Filosofo Zenone fece tali argomenti per provare, ch’e’ non si desse, che non son mai stati sciolti fin’ ora.
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