Mengs 1780/II
Antonio Raffaello Mengs, Opere II, Parma [Stamperia reale] 1780.
LETTERA DI MENGS
A
D. ANΤΟΝΙΟ PONZ.
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pp. 50–51
STILE FACILE.
Alcuni Professori han seguito uno stile assai bello, e di molta facilità, senza essere totalmente viziosi, come fu Pietro da Cortona, colla sua Scuola, in cui si contraddistinse Luca Giordano suo Discepolo. Costoro possono dirsi Pittori di stile Facile, volgari, e popolari, che non hanno investigata la perfezione, contentandosi di dare in tutte le parti dell’ Arte una idea sufficiente per distinguere una cosa dall’altra, senza danno della loro perfezione; fondandosi che la perfezione è nota a pochi, e ordinariamente non lo è a chi premia con mercede i Professori; cosicchè questi celebratissimi Artisti non han messo altro studio nelle loro Opere che quanto bastava per farsi intendere dal volgo de’ Dilettanti con pochissima applicazione.
Per quello, che spetta alla pratica della Pittura, ella comprende cinque parti principali, che sono il Disegno, il Chiaroscuro, il Colorito, l’ Invenzione, e la Composizione. In qualsisia Opera concorrono principalmente, e assolutamente le tre prime; e tutto quel, che si fa in queste parti, si può dimostrare se sia fatto bene, o male. Non è così delle altre due, che hanno molto dell’ arbitrario, e benchè debbano esser guidate dalla ragione rilevano tuttavia qualche cosa dalle opinioni, donde nasce la difficoltà di trovar regole fisse da contentar tutti: e siccome l’Invenzione, e la Composizione regolano tutta la parte della scelta, ciascuno sceglie diversamente secondo il suo genio, e approva quanto ha scelto.
COMPOSIZIONE
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pp. 59–60
Come tra’ Greci la Pittura avea acquistata la somma perfezione per mezzo di Zeusi, e di Parrasio, e che il grande Apelle, siccome ho detto, non ebbe da aggiungerle che la grazia, parimente anche tra’ Moderni niente mancava alla Pittura dopo Raffaello, se non quella grazia, che le aggiunse Antonio Allegri, il quale compì tutto quello, che poteva desiderare lo stile della Pittura moderna, appagando la ragione degl’ intelligenti, e la vista di tutti.
Dopo questi gran Pittori vi fu un intervallo, finchè i Caracci da Bologna studiando le Opere de’ loro predecessori, e principalmente quelle di Correggio, formarono una nuova Scuola, e divennero i primi, e più felici tra gl’ Imitatori. Annibale fu il più corretto imitatore, e riunì lo stile delle Statue antiche colla grandiosità di Lodovico; ma disprezzò le sottigliezze dell’ Arte, e le riflessioni filosofiche. Da questi Caracci si formò una Scuola di molti uomini abili, e tutti seguirono lo stesso cammino, all’ eccezione di Guido Reni, che fu d’un talento grande, di molta facilità, e introdusse nella Pittura uno stile gradevole, composto di Bello, di Grazioso, di Ricco, e di Facile. Guercino da Cento fu inventore d’ altro stile particolare di Chiaroscuro, che si chiama di macchie, di contrapposizioni, di varietà, e d’ interruzioni di tutto il Chiaroscuro.
Dopo questi Valentuomini, che imitavano con modo facile l’apparenza della perfezione de’ primi e della Natura, venne Pietro da Cortona, il quale trovò tuttavia troppa difficoltà d’ accomodarsi a quegli stili, ed avendo riportato dalla Natura un gran talento si applicò principalmente alla parte della Composizione, e a ciò, che si chiama Gusto. Fin allora tutte le Composizioni avean avuta una spezie di simmetria, o sia di disposizione, regolata secondo l’equilibrio, e secondo domandava l’invenzione della Storia; ma Pietro da Cortona separò quasi la Invenzione dalla Composizione, badando molto più a quelle parti, che dilettano la vista, come sono la contrapposizione, e i contrasti de’ membri nelle figure; cosicchè d’allora s’introdusse il costume di riempiere i Quadri di una folla di figure ben piantate, senza pensare se convenissero o no alla Storia; il che è diametralmente contrario alla pratica degli antichi Greci, che usavano metter poche figure, affinchè la loro perfezione fosse più visibile: i Cortoneschi all’ incontro ne mettono molte, acciocchè le imperfezioni non sieno sì palesi
Quest’ ultima Scuola si è estesa moltissimo, e ha mutato il carattere della Pittura. Poco dopo venne Carlo Maratti, che aspirando alla perfezione la cercò nelle Opere degli altri Pittori, e particolarmente in quelle de’ Caracci. Benchè egli facesse tutti gli studj pel naturale si conosce da quegli stessi, che era nella preoccupazione di non seguitare la sua semplicità. Questa massima egli estese in tutte le parti dell’ Arte; e con ciò ha dato alla sua Scuola, che è stata l’ultima di Roma, un certo stile di squisitezza, e di affettazione.
La Francia ha avuto anche uomini grandi, particolarmente nella Composizione, in cui Niccola Pussino fu, dopo Raffaello, quegli che più imitò lo stile degli antichi Greci. Carlo le Brun fu abbondante: diversi altri Francesi furono uomini di merito; e finchè la loro Scuola non si dipartì dalle massime dell’ Italiana produsse molti buoni Professori, che si resero insigni in varie parti dell’ Arte; ma venuti in appresso alcuni, che preferivano le magnifiche Opere di Rubens esistenti a Parigi alle perfette di Raffaello, imitarono in parte gli oggetti gradevoli, che offriva la Natura in Francia colle massime di Rubens, e formarono uno stile, che piacque per la novità e pel brio, per cui è inclinata quella Nazione, e ripudiarono il gusto Italiano facendosi uno stile Nazionale, in cui quello ch’essi chiamano Spirito, fa la essenzial parte. D’allora non dipinsero più nè Egizj, nè Greci, nè Romani, nè Barbari, come avea fatto il gran Pussino, ma sempre Francesi; e con ciò pretesero esprimere i caratteri di qualunque altra Nazione.
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pp. 89–131
LETTERA DI MENGS
SOPRA
IL PRINCIPIO, PROGRESSO, E DECADENZA
DELL’ ARTI DEL DISEGNO.
Il risultato delle nostre conversazioni intorno alle Arti del Disegno è la richiesta, che voi mi fate, ch’io ne scriva il mio parere sopra i principj, progresso, e decadenza. Ben volentieri lo farei con esporre tutto quello, che per lunghe esperienze, e riflessioni ho imparato, qualora lo credessi di qualche utilità agli altri; ma son ritenuto da due ostacoli: il primo è la diffidenza di me stesso, sentendomi inabile a spiegarmi con la necessaria proprietà; l’altro è l’impossibilità di comunicare agli altri una idea chiara di queste cose senza incominciare dai principj più triviali per elevarsi gradatamente ai più sublimi; il che m’impegnerebbe in un’Opera molto grande, e superiore alle mie forze fisiche, e morali. Ciò nondimeno la volontà, che ho di compiacervi, mi fa trascurare ogni ostacolo, e scrivere qualche cosa per mostrarvi la mia pronta ubbidienza. Vi prego però di ricever questo poco per una riprova della nostra amicizia, e non come un Trattato degno da darsi al Pubblico.
La maggior parte delle invenzioni umane sono prodotte dalla necessità, eccettuate però le Arti, che si chiamano Belle, le quali derivano dalla inclinazione, che ha l’uomo per la imitazione. I materiali, che in esse si impiegano, esistono nella medesima Natura: e siccome ella contiene delle cose, che in qualche modo si rassomigliano tra di loro, io credo, che tali rassomiglianze abbiano eccitato negli uomini il desiderio di supplire, e di aggiungere le parti, che mancavano, o che differivano, per farle così rassomiglianti; e con questo mezzo di comparazione, e di composizione si saranno trovate molte cose, che poi si eseguiscono per l’artifizio della imitazione.
Per comprendere quello io ho da dire in appresso conviene, che io spieghi ciò ch’io intendo per Idea. Per Idea dunque io intendo quella impressione, che le cose lasciano nel nostro cervello, mediante la quale impressione può la memoria ritornare a rappresentarci le percezioni. Queste idee sono più, o meno chiare, e distinte secondo la maggiore, o minore intensità con cui le ha ricevute il nostro intendimento, e secondo la sua capacità di distinguere, e di determinare le parti più essenziali delle cose. Poche sono le invenzioni, che non debbano il loro principio al caso, cioè a quella combinazione, cui diamo questo nome, perchè ne ignoriamo le cause. Le Arti del Disegno hanno verisimilmente la loro origine, come ho detto, dalla inclinazione, e dalla volontà d’imitare, donde facilmente sarà nata la Plastica, essendo ben naturale, che gli uomini abbiano concepita l’idea d’imitare con terra ammassata colle mani le figure umane, o degli animali, e che poi a caso, o per riflessione l’abbiano cotta al fuoco per farla più dura, e consistente. La Storia non ci mostra con precisione l’andamento di questo principio; ma è ben naturale, che fosse così, poichè sappiamo che anche dopo perfezionate le Arti vi sono stati tuttavía de’ Popoli, che usavano Statue di terra cotta; ed essendo in oltre della più remota antichità l’arte di fabbricare con mattoni, di dar loro una certa forma, e di cuocerli, era ben verisimile, che nello stesso tempo venisse agli uomini l’idea di formare, e di cuocere le figure della stessa materia. Alcuni Autori pretendono, che i Terafin, Idoli Lari di Laban, rubati da Racchele, fossero immagini di terra cotta. Ma non voglio trattenermi ad esaminare questi fatti di tanta grande antichità, nella di cui intelligenza sono gli Scrittori divisi, e confusi; e questo dovea necessariamente succedere, per aver tutti preteso di fare la Storia esatta delle Arti colla preoccupazione d’essere state inventate in un solo luogo, e da una sola Nazione; il che non pare vero, perchè essendo l’uomo lo stesso in tutte le parti, ed avendo le stesse necessità, passioni, e capricci, è conseguente, che in tutti i tempi, e paesi abbia pensato, e pensi della stessa maniera, e che abbia inventate le stesse cose.
Prima d’innoltrarmi giova spiegare la parola Arte. Io credo, che ella non sia altro che la maniera di produrre qualche Opera con determinati mezzi, e con determinato fine. Il fine delle Belle Arti è di dilettare per via della imitazione; e i mezzi sono di ordinare le cose imitabili in maniera, che nella imitazione abbiano più ordine e chiarezza; ciò, che produce la Bellezza: e perciò le Arti, che hanno questo oggetto, chiamansi Belle. La Bellezza in particolare non è altro che un modo di essere delle cose, che per i mezzi più semplici ci dà un’idea chiara delle buone, ed essenziali qualità.
Molti sono d’opinione, che tra le Belle Arti la Scultura sia la più antica, perchè è quella, che il più semplicemente imita la figura delle cose. Ella fu inventata in diversi tempi, e luoghi; ma sembra, che incominciasse a introdursi pel culto, che si chiama Idolatrìa. Può darsi anche, che abbia avuto un principio più innocente, cercandosi per mezzo d’immagini conservar la memoria delle persone amate, o di talento, o di merito superiore alle altre, o forse per significare alcune proprietà della Natura per mezzo di figure, ad oggetto d’istruire gl’ignoranti, e i materiali, come sappiamo, che si praticava in Egitto. Quella Nazione non potè perfezionare queste Arti per quanto le esercitasse per molti secoli, perchè vi si opponeva il suo culto religioso, il quale non permetteva agli Artefici di partirsi dalla forma stabilita per i suoi Idoli, e perchè ancora la classe de’ Cittadini, che vi s’impiegava, era riputata vile. A queste ragioni si univano altre per impedire il progresso delle Arti, e la principale era, che tanto gli Egizj, come i Caldei, gli Arabi, e altri, che lavoravano alcune figure, erano troppo ignoranti, e rozzi per poter produrre cose, che non fossero molto grossolane. E’ naturale all’uomo la propensione, e l’attaccamento alle cose materiali, che cadono sotto i suoi sensi; e perciò le altre Nazioni, che vennero dopo, benchè fossero in tempi più illuminati, seguirono i primi inventori, nè si appartarono mai interamente dalla loro grossolana maniera. Lo stesso è accaduto al rinascimento delle Arti in Europa, come a suo luogo diremo.
Quando le Arti del Disegno s’introdussero in alcune parti della Grecia, e in altre s’inventarono, presero subito miglior forma, sì perchè quelle genti aveano migliore istruzione, come perchè erano di maggior bellezza. Il primo si prova dal non essere avanti d’Omero fiorito in Grecia alcuno Scultore, nè Pittore di riputazione; e il secondo è contestato da tutta la Storia, e dalla esperienza. Le Opere di quel divino Poeta ci fanno conoscere, che nel suo tempo non erano molto avanzate le Arti, perchè l’idea, ch’ei ce ne dà, è molto povera, e niente dice, che sia paragonabile alle Opere, che posteriormente fecero i Greci. Non nomina mai Statua alcuna di marmo; e quando fa menzione di qualche produzione delle Arti, aggiunge sempre la ricchezza, e l’ornato; donde io inferisco, che l’idea, che egli avea di queste Opere era quella, che avea presa da’ Fenici, i quali per mezzo del commercio la diffusero ne’ paesi marittimi.
Quando finalmente i Greci cominciarono a coltivare il Disegno, erano già una Nazione in qualche modo culta; onde non oprarono come gli Egizj, e gli altri Popoli sopraddetti, seguaci grossolanamente l’uno dell’altro, e copiando il Discepolo dal Maestro; ma con ragioni filosofiche ricercavano le parti più nobili, e più degne delle cose per imitarle, e aggiungendo sempre un’ idea all’altra pervennero al sommo grado della perfezione.
Non si deve credere, che i Greci omettessero le minuzie dell’Arte perchè le ignorassero, poichè sappiamo, che Dedalo, Scultore in legno de’ più antichi, fu tenuto per singolare nell’espressione delle vene del corpo, e nella finitezza del lavoro. Ma questo metodo, nato dalla mera imitazione della Natura, fu presto abbandonato dai Greci, considerando, che quello, che importava per dare idea della figura umana, era la costruzione, e la fabbrica del corpo per le sue parti maggiori, ed essenziali. Videro, che componendosi l’uomo di testa, di busto, e di parti, che hanno articolazione, le sue azioni, e i suoi movimenti dipendono dallo stendere de’ membri allontanandoli dal corpo, o avvicinandoveli; quindi inferirono, che l’agilità, e la facilità del movimento dipende principalmente, che i membri non sieno pesanti, ma d’una proporzione tale da poter esser mossi da’ muscoli più vicini. La vista, e l’esperienza, che acquistarono per la Ginnastica, li fece avvertire, che le persone di torace spazioso erano più proprie per gli esercizj, e per le fatiche; e secondo queste ragioni formavano le loro figure con semplicissimi contorni, dando solamente l’idea necessaria, e chiara di ciaschedun membro, e parte del corpo, senza farvi comparire le minuzie, segnando però con chiarezza, e determinatamente tutte le parti essenziali, e anche con più distinzione di quel che sono in realtà; ma senza eccedere i limiti del possibile.
In questo modo inventarono, e stabilirono la strada dello stile Bello, comprendendo nelle loro Opere la struttura dell’uomo, e il suo meccanismo meglio di quello, che è nella stessa Natura. Andando di questo passo aggiunsero sempre maggior energía alle loro Opere, e dividendo sempre più le parti generali trovarono la grazia, e la soavità dell’Arte. La perfezione della Bellezza pervenne al suo punto per mano di Fidia in tempo di Pericle, e le altre parti fino alla grazia crebbero fino all’età di Alessandro Magno, in cui Prassitele, e Policleto elevarono la Scultura al più alto grado di perfezione così, che non poteva andare più avanti: ma siccome tutti i pensieri, e le azioni umane tendono sempre alla progressione, quando gli Artisti, che succederono, vollero aggiungere qualche cosa alla perfezione di que’ Maestri, non trovarono altro spediente che di aggiungere il superfluo all’essenziale. Ma essendo limitato l’intendimento umano, non potè combinare l’uno coll’altro; e quanto s’introdusse d’inutile, altrettanto si perdè del necessario, e mancandosi così nel più importante, l’Arte andò deteriorando nella sua perfezione. Non ostante questo corso naturale delle cose umane l’Arte si sostenne per molto tempo in Grecia, e spezialmente in Atene, perchè la Filosofía, cui era sì dedita quella Nazione, la preservò dall’errore di cadere nelle cose minime per lasciar le grandi, e le importanti, come successe a que’ Popoli, che si lasciarono ingannare, e condurre dal puro diletto della vista, e da quelle capricciose svogliature, che si chiamano Mode, le quali ordinariamente non hanno altra bellezza che il merito di non essere esistite il giorno precedente.
Finalmente corsero gran pericolo le Arti quando i Romani conquistarono la Grecia; ma per fortuna non erano sì barbari que’ Vincitori da restare insensibili alla soda magnificenza, e bellezza delle Opere Greche: cosicché se con la forza delle loro armi, con un governo tutto militare, e coll’austerità, e quasi fierezza de’ loro costumi giunsero a soggiogare i Greci, questi al contrario coll’amenità del loro genio, colla soavità delle maniere, e colla bellezza delle loro Opere soggiogarono, per così dire, le teste de’ Romani, i quali subito che conobbero la Grecia si confessarono barbari, chiamando quelle Arti, e quegli Artisti in Italia, e impegnandosi a coltivare le invenzioni de’ loro vinti.
Consideriamo ora quello, che una stessa cosa produce in diverse Nazioni secondo i suoi principj, e costumi. I Romani, i quali non erano che Soldati, ed Oratori e punto Filosofi, appena incominciarono ad abbandonare le loro rustiche, ed aspre maniere, caddero nella rilassatezza del lusso eccessivo, e confusero l’idea del bello con quella del ricco, persuadendosi, come fanno anche attualmente molti, che tutto quel che piace sia bello; e con questo principio si eressero arbitri di giudicar di tutto senza scienza, e senza cognizione dell’essenza delle cose. I Romani ebbero pochi Artisti in proporzione de’ Greci, e comunemente servivansi di questi; ma fecero gran danno alle Arti coll’impiegarvi degli Schiavi, e colla ignoranza, con cui giudicavano delle Opere. La Grecia, malgrado il suo abbassamento, al più piccolo atomo di libertà, o di felicità si ravvivava; e quando finalmente dovè cedere le Arti al corso, e alle vicende delle cose umane, non le perdè interamente, nè le vide rovinate finchè fu invasa, e oppressa dalla barbara, e feroce Nazione, che oggi ancora la domina, e tiranneggia.
La traslazione dell’Impero Romano a Costantinopoli contribuì moltissimo alla decadenza delle Arti in Italia, e in Grecia. In questa trovandola già spogliata delle migliori Opere, e de’ migliori Artisti, e terminando di spogliarla per adornar la nuova Roma; e in Italia, perchè fu lasciata esposta alle invasioni, e alle conquiste de’ Barbari. Concorse anche molto alla ruina delle Arti la necessità, in cui si trovarono in quel tempo i Capi del Cristianesimo, di estirpare l’Idolatría, e distruggere gl’Idoli, ne’ quali indistintamente furono comprese tutte le più belle Statue, condannando, e anatematizzando gl’Idoli, e chi li faceva; e questo con tanto furore, ch’è maraviglia, che ci sieno pure rimaste tante belle Opere della venerabile Antichità.
Quando poi si formò di nuovo l’Impero d’Occidente l’Idolatría era già estirpata, e il Cristianesimo stabilito nelle sue vastissime Provincie; onde si pensò alle Arti, ma con poco successo, perchè l’ignoranza avea occupato tutto il Mondo, e stendendosi esso Impero fra Nazioni barbare, e feroci, separate di commercio da’ Paesi di clima dolce, e benigno, e di costumi soavi, dove in altro tempo erano fiorite le Arti, e le Scienze, niente di buono si fece; e gli Scultori spezialmente si diedero ad imitare gli uomini con quelle vesti ridicole, che occultano, e non vestono le figure. Tali sono tutti i monumenti, che chiamiamo Gotici, sotto il di cui nome si hanno da intendere tutte le Nazioni Alemanne, o vicine all’Alemagna.
In questo infelice stato restarono le Arti per molti secoli, senza migliorar mai, finchè cominciarono come a rinascere in Italia, e particolarmente nella Repubblica di Firenze. Il primo passo fu di raccogliere le Medaglie, e le Pietre incise dagli Antichi, e con quella imitazione s’incominciò a discacciare la barbarie Tedesca. Ghiberto fu il primo, che si propose d’imitare dette Antichità; ma siccome non vide le Statue grandi, si rese insigne soltanto nel piccolo. A lui succede Donatello; e ben presto Michelangelo Buonarroti, approfittandosi delle Statue raccolte dai Medici, aprì gli occhi, e conobbe, che gli Antichi avean tenuta una certa arte nell’imitare la verità, con cui si faceva la imitazione più intelligibile, e più bella, che nello stesso originale. Cercò quel grande Artista l’origine della Bellezza, e credette averla trovata per mezzo dell’Anatomía, sopra cui egli fece il maggiore studio, e giunse a tale eccellenza, che s’immortalò per quella nuova strada, benchè egli non trovasse quello che cercava, cioè la Bellezza, perchè questa non si trova in una sola parte, ma nel tutto, e nella unione dell’Anatomía, della proporzione, e delle altre circostanze, che compongono le cose belle.
Gli altri Scultori della Scuola Fiorentina imitarono Michelangelo nell’apparenza dello stile Anatomico ma senza arrivare all’intelligenza del Maestro; e perciò gli sono tanto inferiori Giovanni Bologna, Mont-Orsoli, e altri, finchè decadde la Scultura con la sorte della Repubblica, e del suo Governo, e passò a stabilirsi in Roma. Quivi l’Algardi cominciò a introdurre nella Scultura lo stile, che i Pittori del suo tempo già seguivano, cioè pretese usare nella sua Arte la stessa imitazione della Pittura, ricercare gli effetti del Chiaroscuro, aumentare certe parti per la vista; insomma uscire da’ limiti del fine della Scultura, che è d’imitare le forme della verità, e non le apparenze; il che è ufficio della Pittura: in questa guisa egli introdusse lo stile Ammanierato. All’Algardi succedè Lorenzo Bernini, il quale incominciò dove l’altro avea finito; e consacratosi interamente ad abbagliare la vista, fece certe Statue, e Gruppi con invenzioni le più ardite e capricciose, e in certo modo gustose, come se ne veggono tante in Roma, nelle quali ei sagrificò sempre la correzione al brío, e fece tutte le forme alterate.
Gli Scultori venuti dopo si sono mostrati indecisi nella imitazione dell’Algardi, e del Bernini; e se si sono serviti della verità è stato per trovar le forme, e soggettarle alla maniera de’ suddetti Maestri. Il Fiammingo, che faceva i Putti con tanta leggiadría, tentò imitare l’antico nella figura di Santa Susanna, e giunse ad imitarne l’apparenza, non già le massime essenziali. Rusconi è stato l’ultimo degli Scultori degni d’essere citati. Le sue Opere sono più gustose che perfette, poichè in vece di buone ragioni dell’Arte la sua bontà consiste unicamente nell’osservanza di certe regole pratiche, le quali in cambio di onorar l’Arte l’avviliscono.
Da quanto finora io ho esposto della Scultura s’inferisce, che ella s’innalzò per mezzo della Filosofía; che negligentando, o sforzando le ragioni essenziali decadde; che è risorta con la imitazione delle Opere degli Antichi; e finalmente, che avendo abbandonato lo spirito filosofico, il vero fine, e l’oggetto dell’Arte, è precipitata nel dispregevole stato, in cui ora giace. Forse dirà taluno, che in Francia ella ha fiorito, e tuttavía fiorisce. Oh amico caro, voi avete vedute le Opere di que’ Professori, e avete facilmente conosciuto questo errore. Lo stesso spirito, che regna tra que’ Pittori, perseguita gli Scultori, cioè d’abusarsi di tutto il buono mettendocene troppo.
Secondo io ho potuto osservare nelle Storie, che parlano delle Arti, mi pare, che la Pittura debba essere stata inventata molto più tardi della Scultura; ed ho i miei dubbj se le Nazioni, che coltivarono la Scultura prima de’ Greci, avessero mai conosciuta la Pittura. Niuna menzione se ne fa nella Sacra Scrittura, nè nelle Storie antiche, nemmeno degli Egizj; donde inferisco, che tutte quelle Nazioni ne furono ignare finchè non le appresero da’ Greci: e siccome l’origine delle Arti consiste nell’imitazione delle cose vere, io credo, che per molto tempo non si facesse altro che tingere con colori rassomiglianti alla verità i simolacri scolpiti, e forse venne questa idea dai colori, che aveano gli stessi materiali, e particolarmente le terre cotte, che rassomigliano al colorito della carne. Plinio ci racconta varie storie della invenzione della Pittura; ma egli stesso le condanna per poco esatte. La suppone nondimeno molto antica, e cita alcune Opere fatte in Italia da’ Greci, che a suo tempo si conservavano tuttavía fresche in Lanuvio, benchè fossero fatte poco dopo la distruzione di Troja. Il tempo, in cui dice questo Autore, che fiorì Bularco, è molto antico, e suppone, che prima di questo fossero vissuti quelli, che facevano Monocromati, cioè d’un solo colore. Questo passo di Plinio mi dà occasione di fare alcune riflessioni a motivo de’ monocromati, che si sono trovati in Ercolano, e si conservano nella collezione di Portici, che con animo sì grande, e con tanto buon gusto incominciò Sua Maestà Cattolica, e che se si continuasse collo stesso impegno, ed amore per le Arti, soddisferebbe i voti di tutte le genti, e Nazioni colte.
Queste Pitture, o per meglio dire Disegni, fatti di un sol colore rosso-nericcio sopra tavole di marmo bianco, hanno un mediocre grado di eccellenza in quanto ai profili; ma in tutto il restante dello stile sembrano Opere fatte nell’infanzia dell’Arte, sì pel gusto, che regna nelle vesti, come per gli estremi delle mani, e de’ piedi. Questa mia opinione dell’antichità di queste Pitture non è stata approvata da alcuni dotti nella lingua Greca, dicendo, che le lettere, con cui sono scritti i nomi delle persone rappresentate, sono di tempi molto posteriori. A costoro si potrebbe rispondere, che essendo l’Autore Ateniese, potè quella Nazione aver sorpassate le altre nella maniera di scrivere. Ma oltrechè questa spiegazione non mi soddisfa, trovo altra difficoltà nel colore, con cui dette Pitture sono fatte, essendo non terra rossa, ma cinabro (dagli Antichi detto Minio), e sappiamo, che questo colore non fu noto che fin dopo di Apelle. Insomma se queste Pitture non sono un’impostura, cioè, che anche in quel tempo si volessero far passare per più antiche di quello che erano, sarebbe necessità dire, che in Atene fiorì la Pittura molto tardi; o che gl’ignoranti non si vergognassero di mettere i loro nomi nelle Opere; o che queste fossero di qualche ricco Dilettante, il quale non era obbligato a saperne di più; o finalmente, che non servono a nulla per l’erudizione della Storia della Pittura.
Ritornando alle nostre riflessioni dico, che non trovandosi niente di sicuro negli Autori circa il principio della Pittura, dobbiamo credere, che incominciò da un semplice contorno, riempiendo il mezzo con un colore solo, e il più rassomigliante all’oggetto, che si voleva rappresentare. Alcune Pitture di Ercolano fatte ad imitazione delle cose Egizie confermano la mia opinione. Non dico già, che queste sieno di quel tempo, ma io le credo fatte imitando quel gusto, per farle passare per cose veramente Egizie. Dello stesso modo, con poca differenza, è incominciata la Pittura moderna, come dirò in appresso; e così hanno incominciato i Cinesi, e vediamo, che sono andati poco più oltre.
E’ verisimile, che questo stato d’infanzia della Pittura in Grecia (se mai vi fu) durasse poco tempo. Plinio, che compilò tutti gli Autori, che scrissero prima di lui, non ostante che solo per incidenza tratti de’ colori, dà un’idea di quello, che dovettero essere i Coloristi anteriori ai Monocromisti; e siccome io suppongo, ch’ei parli de’ Greci principalmente, si può congetturare prudentemente, che quella Nazione abbandonasse presto quella maniera, e che incominciasse ad usare un poco di chiaroscuro, a far monocromi, e a poco a poco andasse aggiungendo la varietà de’ colori, e gradatamente collo stesso spirito filosofico, che si distinsero nella Scultura, conducessero la Pittura fino al maggior grado di perfezione. Polignoto, che visse verso i tempi di Fidia, fu il primo, che espresse perfettamente i costumi, e perciò meritò tanto applauso in sì florido tempo della Grecia. Parrasio fu abbondantissimo, e possedè tutte le parti della Pittura, come Zeusi, e altri di quel tempo. Protogene fu anche più abile, e più finito; e allora venne Apelle, il quale avendo trovato il cammino aperto, e vivendo nel secolo di Alessandro Magno, nel di cui tempo la Natura sembra, che facesse l’ultimo sforzo per produrre, e suscitare i maggiori talenti, affine di sostener la gloria, e la libertà della Patria, aggiunse all’Arte della Pittura l’ultima perfezione, cioè la Grazia, la quale nasce dalla sicurezza, che dà la Scienza per oprare, e produce facilità nello stesso operare, nel pensare, e nel farsi intendere. Era così sicuro Apelle di possedere questa prerogativa, che lodando le qualità degli altri Pittori diceva, che egli li superava solamente nella Grazia; e riprese Protogene perchè non sapeva staccarsi le Opere dalle mani. Da ciò si deduce, che l’Arte pervenne allora al suo ultimo grado: ma siccome per questo stesso non poteva andare più in su, nè mantenersi in quello stato, s’incominciarono ad aumentar le Opere in quantità, e in grandezza, dividendosi in varie classi, come per esempio in assunti bassi, o bambocciate, in varietà di cose stravaganti, caricature, e in altre spezie ridicole, con che patì la Pittura la stessa sorte della Scultura, finchè il lusso Romano la degradò dalla nobiltà, con cui era stata trattata in Grecia, facendo dipingere tutte le case o da Greci miserabili, o da Schiavi incapaci di pensare, neppur d’imitare le Opere de’ felici tempi della Grecia, quando il Pubblico di una Città o d’una Provincia intera dava il premio di un Quadro. Al contrario in Roma ogni Cittadino opulento faceva dipingere le pareti de’ suoi edifizj più disprezzevoli, credendo di avvilire le abitazioni nobili colla Pittura, le quali rivestiva con marmi, e con bronzi, dove la spesa faceva più onore che il gusto. Nelle Città di Ercolano, di Stabia, di Pompeja, felicemente scoperte da Sua Maestà Cattolica, si vedono dipinte le più infelici case, e fin le Taverne, e le Bettole; e se qualche Pittura si vede ne’ Tempj, ne’ Teatri, negli Edifizj pubblici, è per la povertà de’ Paesi; lo che si conosce dai pochi marmi, che vi si son trovati, mentrechè in Roma si adoperavano con tanta profusione.
Ora consideriamo, Amico mio, quale sarà stata l’eccellenza de’ Pittori Greci del miglior tempo, e quanto doveano essere maravigliose le Opere di que’ classici Artisti, mentrechè in queste di Ercolano troviamo tanto pregio. Sappiamo di certo, che gli Antichi possederono il Disegno al sommo grado, poichè ce lo mostrano le loro Statue; e in queste Pitture di Ercolano il Disegno non è la parte più rimarchevole, benchè vi si vegga la traccia di un ottimo gusto, e di una gran facilità di mantenersi ne’ giusti limiti de’ contorni, cioè di non esser caricati, duri, nè secchi. Cagiona soprattutto maraviglia il vedervi la grande intelligenza del chiaroscuro, e della natura dell’aria, la quale essendo un corpo di qualche densità comunica, e riflette la luce alle parti, che non la ricevono dai raggi diretti. Avendo io osservato come fino nelle più infime di queste Pitture sia ben intesa questa parte, benchè eseguita con negligenza, mi ha stupefatto il pensare, e il figurarmi come doveano essere le Opere de’ famosi Pittori contemporanei agli Scultori d’un Apollo di Belvedere, d’un Gladiatore, di una Venere di Medici, e di altre Opere consimili, che neppure sono degli Artisti di primo rango dell’Antichità.
Benchè il colorito di queste Pitture non sia molto eccellente, non perciò abbiamo da dubitare, che gli Antichi nol possedessero in gran perfezione, quando sappiamo, che facevano distinzione tra i due Ajaci di diversa mano, dicendo, che uno era alimentato di rose e l’altro di carne. Sapevano la Prospettiva, come si riconosce nelle riferite Pitture di Ercolano; e se non l’intendevano, io non so che cosa volesse dire Parrasio quando sosteneva, che non si può esser buon Pittore senza Geometría. Quello, che forse gli Antichi non possederono così bene come i Moderni è la Composizione macchinosa, perchè il loro principale studio era la perfezione, e la qualità delle cose, e non la quantità di esse. Si può credere, che il loro modo di comporre le Pitture fosse poco differente dallo stile del Basso-rilievo, secondo si vede nelle stesse Pitture di Ercolano, nelle quali sono eccellenti i contrasti, la grazia delle figure, i bei partiti, e le espressioni. Si conosce ancora, che furono fatte con molta velocità, e franchezza, e dipinte con buon fresco. Insomma se si paragonano esse Pitture con tutte le Opere de’ Moderni, e se si considera, che furon fatte in luoghi sì poco nobili, si conoscerà quanto superiore fosse la Pittura degli Antichi alla nostra.
Io ho fatta questa piccola digressione per dileguare la difficoltà, che molti hanno, che gli Antichi fossero migliori Pittori de’ Moderni, fondandosi nella mediocrità delle Pitture di Ercolano, e di altre, che si conservano a Roma, senza riflettere allo stato infelice, in cui i Romani ridussero la Pittura. Ella finalmente ebbe la stessa sorte della Scultura; e cadendo i Professori d’entrambe nell’estrema ignoranza e nel disprezzo, e contribuendovi anche l’abolizione dell’Idolatría, si può dire, che fu quasi interamente obblíata, o almen ridotta al miserabile stato, in cui vediamo alcune sante Immagini, e barbari Mosaici, che si conservano in alcune Chiese antiche.
Per molti secoli giacque in quel disprezzabile stato; e il singolare è, che la stessa causa della sua ruina la fece rinascere, cioè il culto della Religione Cristiana. Il gran commercio dell’Italia colla Grecia, e con altre parti del Mondo introdusse l’opulenza; e volendo gl’Italiani edificar Chiese, e adornarle d’Immagini accorsero que’ miserabili Pittori, e Mosaicisti Greci per farvi quel poco, che sapevano; e con quest’occasione impararono alcuni Veneziani, Bolognesi, Toscani, e Romani a lavorare colla stessa rustichezza, che vedevano ne’ loro Maestri. Così andò spargendosi l’officio di dipingere, finchè i Toscani la sollevarono i primi dal barbarismo per mezzo di Giotto, e della sua Scuola.
Questi primi Toscani continuarono per qualche tempo nello stile degli ultimi Greci ne’ panneggiamenti, e ne’ partiti delle figure, perchè trovandosi lungi da’ Tedeschi, e più vicini alle Antichità Romane, ed avendo anche comodità di vedere le Medaglie antiche studiarono anche queste cose. Dopo quella prima Scuola vennero altri, che avanzarono un poco più, come il Masolini, e il Masacci, il quale nell’aria, che dava alle vesti, si rassomiglia al gusto di Raffaello, benchè gli fosse anteriore di quasi un secolo. Ritardò anche il progresso dell’Arte l’infelice moda, che allora s’introdusse, di mettere persone contemporanee ne’ Quadri di Storie antiche con abiti, che allora si usavano in Firenze; il che fece molto danno al Buongusto: ciò nondimeno continuarono avanzandosi nell’Arte col copiare la verità, e collo studiare la Prospettiva, pel di cui mezzo trovò il Ghirlandajo il modo della buona disposizione, e dell’esattezza del Disegno. Leonardo da Vinci si applicò al Chiaroscuro, e alle altre parti principali della Pittura. Nello stesso tempo ella si avanzava nello Stato Veneto, e nella Lombardía per mezzo de’ Bellini, di Mantegna, di Bianchi, e di altri; ma pel cammino, che tutti costoro seguivano, succedendosi nelle massime da Maestri a Discepoli, non era possibile, che l’Arte avanzasse con calore, nè che andasse più innanzi di quello, che facevano Leonardo da Vinci, e Pietro Perugino, avendo già il primo principj di grandiosità, e il secondo una certa grazia, e una semplicità facile.
In quello stato di cose scappò un raggio di quella stessa luce, che illuminò l’antica Grecia, quando Michelangelo, il quale col suo gran talento avea già superato il Ghirlandajo, vide le cose degli antichi Greci nella collezione del magnifico Lorenzo de’ Medici. Pretese imitarle nella Scultura; e animato d’emulazione verso Leonardo per le Opere, che entrambi doveano fare nella Sala del Palazzo Vecchio di Firenze, diede un nuovo aspetto alla Pittura. Considerate, Amico mio, quanto possano le occasioni per risvegliare i talenti, quando il Governo dà loro una nobile ambizione, e l’impiega in Opere grandi. Quanti sublimi ingegni si perdono per non essere impiegati a tempo! Ma in quel secolo, in cui la maggior felicità della Repubblica Fiorentina confinava colla perdita della sua libertà, e il gran potere temporale di Roma con i principj della sua decadenza, tutte le Potenze di Europa si trovavano in fermentazione, e le idee fino delle infime persone erano grandi. In quel tempo dunque si combinò, che i maggiori talenti fossero impiegati in Opere le più vaste, e ciò servì molto per migliorare le Arti. Michelangelo fu scelto per fare una Statua in marmo di ventidue palmi e mezzo, la più colossale, che abbiano intrapresa i Moderni.
Papa Giulio Secondo determinò farsi un magnifico Mausoleo, per cui chiamò a Roma Michelangelo; e mentre esaminava dove collocarlo gli fece dipingere la Volta della Cappella di Sisto Quarto. Questa grand’Opera fu un vasto campo proporzionato al talento di quell’Artista, il quale in età solamente di trent’anni seppe alimentare il fuoco del suo ingegno in vece di dissiparlo. Effettivamente in quella Cappella, dipinta in differenti tempi, benchè consecutivi, si vede, che egli migliorò il suo stile, e che senza un’occasione come quella non sarebbe mai giunto a quel grado, cui pervenne; poichè vi mostrò grandiosità nel tutto, esattezza ne’ contorni, intelligenza nelle forme, un gran rilievo, e sufficiente varietà, di cui non si avea allora giusta idea.
Nello stesso tempo dallo stesso Pontefice fu chiamato a Roma Raffaello per dipingervi le Sale Vaticane. Incominciò quel sublime ingegno a lavorare in quelle spaziose pareti, e prima di compire il primo Quadro ingrandì il suo stile. Incominciò il secondo, che fu quello della Filosofía, chiamato la Scuola di Atene, colle idee, e colle massime, colle quali avea terminato il primo, e portò sostanzialmente la Pittura al più alto grado, in cui si è veduta dopo i Greci. Tutte quelle parti, che potevano essere aggiunte all’Arte dopo Michelangelo, si trovano unite in detta Opera. La composizione, l’invenzione, l’espressione, i panneggiamenti, la varietà de’ caratteri, l’intelligenza, e le sottigliezze dell’Arte si veggono eseguite con maravigliosa facilità.
Continuò Raffaello a dipingere le altre Sale; e quando si scoprì la prima parte della Volta di Michelangelo, allora fu quando gli piacque più questo Pittore. Si dice, che Raffaello studiasse prima in Firenze il Cartone di questa Pittura; ma quando anche ciò fosse vero, non era quello uno stile proprio al delicato carattere del Pittore d’Urbino, il quale in quel tempo conservava tuttavía qualche asprezza del suo Maestro; e oltre a ciò non era quello stile applicabile ai Quadri mezzani, che allora egli dipingeva nelle Stanze del Vaticano. Michelangelo potè piacere a Raffaello quando compì l’Opera della Sistina, e mostrò qualche maggior facilità, e dolcezza; e di quello stile grande, e del suo puro, e regolato compose una terza maniera, con cui poscia dipinse i suoi Quadri. Il primo frutto di questo nuovo stile di Raffaello fu il Profeta Isaía, che è in un pilastro della Chiesa di Santo Agostino in Roma: egli ha tutta la grandiosità de’ Profeti della Cappella Sistina; ma col divario, che in questo si occulta tutto l’artifizio della grandiosità suddetta, e in quelle si mostra troppo l’intenzione dell’Autore. Si racconta, che essendo nata disputa sul prezzo fra Raffaello, e chi gli ordinò questo Profeta, Raffaello si rimise al giudizio di Buonarroti, il quale decise, che il solo ginocchio nudo valeva dippiù; donde si arguìsce la generosa onoratezza d’entrambi. Il Condivi riporta un’altra espressione di Raffaello, la quale prova anche più il suo carattere magnanimo, poichè assicura, che quel Professore rendeva grazie a Dio d’esser nato a tempo d’un Michelangelo. Con tanta grandezza d’animo sanno essere emoli le persone di vero merito!
Col riferito stile dipinse Raffaello le Sibille della Pace, le quali nel loro genere non possono essere più eccellenti, e collo stesso tenore proseguì le altre Opere, che fece di sua mano. L’ultima, che fu la Trasfigurazione, contiene tali delicatezze dell’Arte, sì nell’intelligenza, come nella pratica, e nella esecuzione delle parti dipinte di sua mano, che fa pena, che siasi perduto a trentasett’anni della sua vita un talento così sublime, nato collo stesso spirito degli antichi Greci, e che se fosse fiorito in quel tempo, e in quelle occasioni, avrebbe mostrate le stesse qualità; poichè tra i Moderni è stato egli solo, che ha posseduto i requisiti più essenziali dell’Arte, quali sono l’espressione, la varietà, l’invenzione, la composizione, il disegno, il colorito, e i panneggiamenti: alla fine per uguagliare gli Antichi non gli mancò altro che lo stile della Bellezza, che nè dalle Scuole del suo tempo, nè da’ costumi di allora poteva certamente apprendere.
Nello stesso tempo fondò la Scuola di Pittura in Venezia Giorgione, anteriore di poco a Tiziano, la quale Scuola fece molto progresso per le occasioni di dipingere Facciate grandi, e Saloni. Siccome Tiziano stando a Venezia non ebbe opportunità di esaminare le Opere antiche, non potè acquistare a fondo, come Michelangelo, lo stile grandioso; e perciò non mise nella intelligenza delle forme tutta quella attenzione, che meritano, e si applicò più all’apparenza della verità, che dipende da’ colori de’ corpi, e giunse in questa parte a tale eccellenza col continuo esercizio di dipingere copiando la Natura, che non è stato mai uguagliato da altri; ed a questo contribuì molto la magnificenza de’ Signori Veneziani, che volevano essere ritrattati da lui, o aver di sua mano Pitture di Donne ignude.
Contemporaneamente a Tiziano il Duca di Mantova occupava Mantegna, e in Modena si stabiliva la prima Accademia, che sia stata in Italia, da cui uscì il Bianchi Maestro di Antonio Allegri denominato Correggio. Questi fu chiamato a Parma per dipingere la Chiesa di San Giovanni de’ Monaci Benedettini; e con quell’Opera, che per quel tempo era molto grande, si formò uno stile proporzionato, e diede tanto gusto ai Parmigiani, che gl’incaricarono la pittura della Cupola della Cattedrale. Quel gran talento si approfittò del merito degli altri Pittori anteriori, e contemporanei. Apprese i primi rudimenti dal Bianchi, e poi studiò sotto Mantegna, che era uomo dotto, e appassionato per gli Antichi, e lo impegnò a studiare le loro Opere. Correggio esercitò anche la Plastica lavorando in compagnía di Begarelli; e per l’esercizio della Scultura, che facilita molto l’intelligenza de’ corpi, e per lo studio dell’Antico superò i limiti del miserabile, e ristretto stile de’ Maestri, e fu il primo, che si diede a dilettar la vista con una certa soavità, e grazia, di cui egli fu inventore, e in cui non è stato dopo da altri pareggiato. Il merito principale delle sue Opere consiste nel rilievo, e nella intelligenza del chiaroscuro, sì nella imitazione della verità de’ corpi, come nella invenzione delle masse.
In questa maniera pervenne in quel tempo la Pittura al più alto grado di perfezione, in cui i Moderni l’abbiano mai portata, avendo acquistato per Michelangelo la fierezza de’ contorni, le forme de’ più robusti corpi, e la somma grandiosità; per Raffaello l’invenzione la composizione, la varietà de’ caratteri, l’espressione dello stato delle anime, e il vestir bene i corpi; per Tiziano l’intelligenza de’ colori de’ corpi con tutti quegli accidenti, che la modificazione della luce può in essi produrre; e finalmente per Correggio la delicatezza, e la degradazione del chiaroscuro, il dipingere amoroso, e la squisitezza di grazia, e di gusto.
Trovandosi la Pittura in tale stato era ben necessario o che andasse avanti su le tracce di tali Maestri, o che degenerasse in novità capricciose; e questo effettivamente accadde. I Toscani volendo seguitar Michelangelo imitarono soltanto qualche cosa della forma de’ suoi contorni fieri, ma senza l’intelligenza, e la dottrina del Maestro; e così pretesero imitarlo i Salviati, i Bronzini, i Vasari, ed altri. Nello stesso modo i Discepoli di Raffaello presero qualche parte sola di lui; ma niuno ne apprese l’essenziale. Giulio Romano volendo imitare il serio, e l’espressivo si fece tetro, e affettato nelle fisonomíe. Polidoro per voler esser facile diede in licenze. Pierino tirò sempre allo stile Toscano. Penni fu freddo, e disanimato. Pellegrino Manari visse poco, e così finì quella illustre Scuola. Correggio non lasciò alcun Discepolo degno di lui, poichè il Parmigianino, che lo seguì immediatamente fece un misto delle maniere de’ Discepoli di Raffaello, e della grazia di Correggio, che caricò.
Benchè Tiziano non avesse Discepoli, che lo imitassero in tutto, furono nondimeno i Veneziani più fortunati, perchè continuò, e si sostenne la Pittura per mezzo di Paolo Veronese, il quale non imitò veruno, e formò il suo stile seguendo la Natura, mentre tutti gli altri imitatori, e seguaci de’ suddetti Maestri si proponevano d’imitare qualche loro parte, obblíando il primo fine dell’Arte, che è d’imitare la verità.
E’ costante, e ce lo prova l’esperienza, che ciaschedun Secolo ha il suo carattere particolare, il quale a guisa d’un fermento generale riscalda la fantasía degli uomini. Sia per casualità, o per altri principj, che è inutile ora esaminare, è certo, che ne’ Secoli decimoquarto, e decimoquinto si svegliarono per tutto il Mondo ingegni assai grandi nelle Armi, nelle Lettere, e nelle Arti. In Alemagna, in Francia, in Fiandra, in Olanda apparvero anche le Arti; ma il clima non permise loro far progressi, generalmente parlando, come in Italia, e le idee vi restarono tutte piccole. Ciò nondimeno, siccome quelle Nazioni sono industriose, e diligenti, mostrarono in alcune parti più, o meno il loro ingegno. In Fiandra, e in Olanda, dove era più commercio, e per conseguenza più ricchezza, incominciarono a formarsi alcuni Pittori, i quali si resero anche stimabili nella linea della pura imitazione della verità. In quelle contrade, dove era un poco più d’istruzione a causa della comunicazione coll’Italia, come in Augusta, e a Norimberga, Città libere, fiorì anche la Pittura, e singolarmente l’Intaglio, al quale avrà dato molta occasione lo incidere le armi, e il fare i ponzoni per la Stampa, inventata allora con tanta utilità della Letteratura, e del Commercio; ed essendosi pubblicati in quel tempo molti libri con stampe incise in rame, e in legno, ciò diede motivo a molti di applicarsi alla Pittura per potere inventare, e disegnare quelle cose. Alberto Durero trovò l’Arte della Incisione molto avanzata riguardo al meccanismo, e le aggiunse più correzione nel Disegno, e nella Invenzione; e collo studio della Prospettiva trovò in oltre la maniera di collocare le figure, e i gruppi in diversi piani, e di dare profondità alle sue invenzioni, come avea fatto a Firenze il Ghirlandajo. Molti vollero imitare Durero, il quale se fosse nato in Italia avrebbe acquistato del gusto; ma nè egli, nè i suoi imitatori potevano uscire dal barbarismo, non vedendo altre figure che quelle del loro Paese, nè altre vesti che le stravaganti del loro tempo. A tutte le altre Nazioni accadde lo stesso, e restarono prive di buon gusto finchè non ebbero comunicazione coll’Italia, e vi appresero le Arti.
Fu gran disgrazia per esse, e per l’Italia in particolare la guerra, che al fine di quel florido Secolo si accese per tutta l’Europa. I Principi Italiani si occuparono quasi interamente alle faccende militari, e si raffreddarono nell’amore dell’Arti. Le ruine della guerra desolarono molte Provincie, e Città. Roma soffrì infinitamente al famoso sacco, che le diedero gli Spagnuoli, ed i Tedeschi sotto Borbone. Firenze perdè la sua libertà, e tutta l’Italia fu in convulsioni violenti. Venezia sola restò esente da questa universale sciagura; e il gran Tiziano sopravvisse alle maggiori turbolenze; ma mancando generalmente il danaro, o per meglio dire crescendo a tutti i Principi Italiani la necessità di supplire alle esorbitanti spese delle guerre, mancò il premio alle Arti e gli Artisti si diedero a lavorar sollecito, e con stile ammanierato, e caricato; perlochè languirono le Arti per molto tempo.
La fortuna volle, che nascessero in Bologna alcuni Ingegni grandi, quali furono i Caracci. Eglino si contentavano di qualunque piccola ricompensa, come figli di padri poveri, e si applicavano col maggior impegno a sorpassare i Procaccini, che ivi erano i più invidiati per esser forastieri. Lodovico, il più attempato, avea studiate le Opere di Correggio, di cui imitava superficialmente lo stile nella grandiosità delle forme, e delle masse. Egli fu Maestro de’ suoi Cugini Annibale, e Agostino, i quali aveano molto talento, e studiarono la buona maniera; ma si diedero a lavorar in fretta; e perciò le prime Opere di Annibale sono di buongusto, ma caricate, e poco studiate. Ei migliorò collo studio di Correggio: ma siccome il suo talento era più da Artigiano che da Artista, imitò il suo modello soltanto in una parte dell’apparenza, e non nel fondamento dello stile; e perciò non potè mai acquistare la grazia, nè la delicatezza, nè la soavità. Ei fece non ostante un gran benefizio all’Arte aprendo al Gusto una nuova strada più facile, poichè tutti i suoi predecessori, che ricercavano la facilità, diedero in istravaganze, e usciron fuori di ragione.
Quando Annibale fu a Venezia imitò in parte Paolo Veronese: venuto però a Roma, e visto Raffaello, e le Statue antiche, si fece subito Pittore di altro stile. Moderò il suo fuoco, riformò la caricatura delle sue forme, e cercò la bellezza del carattere dell’Antico; ma conservò tuttavía una parte dello stile di Correggio per mantenere il grandioso. Insomma si formò un Pittore, che dopo i tre Luminari della Pittura moderna merita il primo luogo.
Lodovico venne per ajutare Annibale nell’Opera della Gallería Farnese; ma vedendo, che era più difficile contentar Roma che Bologna, ritornò nella sua patria, dove intraprese le Pitture del Chiostro di San Michele in Bosco, e v’impiegò uno stile più studiato, e di miglior gusto, e fece vedere la stima per Raffaello mettendo in una delle sue Storie la Saffo del Parnaso del Vaticano. Ad essi Caracci dobbiamo il ristauramento della Pittura; e dalla loro Scuola uscirono il celebre Guido, Pittore di molto merito, facile, ed elegante, che sarebbe stato un altro Raffaello se avesse avuto migliori principj: il Domenichino, che si attaccò più alle forme dell’Antico, e si conosce d’avere studiato particolarmente il Laocoonte, e il Gladiatore: Lanfranco, d’ingegno fertile, che si applicò allo studio della distribuzione delle masse, e de’ movimenti delle Opere di Correggio, e spezialmente della Cupola della Cattedrale di Parma, prendendone la sola apparenza, e non le ragioni sottili dell’Arte; e l’Albano, il quale studiò le forme dell’Antico, e fu un Pittore grazioso. Niuno insomma de’ Discepoli de’ Caracci fu Pittore di cattivo gusto.
Guercino da Cento fu originale nel suo stile. Ebbe grand’intelligenza nel chiaroscuro, e se avesse data più nobiltà alle cose sue sarebbe stato così stimabile come Guido Reni.
Lo stesso spirito, che destò i Caracci in Italia, produsse Pittori di merito presso le altre Nazioni. In Spagna cominciò a fiorire questa Professione in tempo di Carlo Quinto, e di Filippo Secondo per le ragioni sopraddette, e in occasione delle grandi Opere intraprese da questo ultimo Re. Fu disgrazia per la Spagna, che in quel tempo si fosse già adulterata la Pittura con caricature, e con maniere; e siccome la maggior parte de’ Pittori, che vi si chiamarono, erano della Scuola Fiorentina, in cui era prevalso sempre il Disegno, e una certa severità malinconica di stile, in Spagna s’introdusse il gusto di questa maniera, che durò finchè gli Spagnuoli videro le Opere di Rubens, le quali piacquero tanto a molti, che si diedero con calore ad imitarle, e si fecero così un raro misto del proprio, e di quello stile.
Il solo Diego Velasquez ricusò di farsi seguace di alcuno, e col suo nobil talento si formò un carattere suo proprio, fondandolo nella imitazione della verità, nella osservazione più esatta delle ragioni, e degli effetti del Chiaroscuro, prendendo uno stile di dipingere con risoluzione, e per dir così con disprezzo, indicando le cose ch’ei vedeva nella verità, senza deciderle, nè copiarle. Malgrado questi principj, siccome Velasquez, e molto meno gli altri Pittori della Scuola Spagnuola, non ebbero idee esatte del merito delle cose Greche, nè della Bellezza, nè dell’ideale, si andarono imitando gli uni gli altri, e i maggiori talenti imitarono la verità, ma senza scelta, e furono puri naturalisti.
De’ Fiamminghi, come ho detto, alcuni videro l’Italia e divennero mediocri Pittori; ma la maggior parte mossi dall’utile più che dalla gloria si applicarono a Quadri piccoli, a Paesi, a Fiori, ad Animali, e a cose simili. Ebbero finalmente un talento superiore in Rubens, il quale avendo studiato il gran Tiziano a Venezia, pretese imitarlo col prendere una strada più facile; e volendo assicurarsi di piacere allo sguardo caricò quanto il suo modello avea di bellezza, e con tanta maggior forza, che egli non avea avute le prime idee semplici e aggiustate alla verità, come Tiziano; e perciò saltò i limiti de’ contorni, e si curò poco della verità. Ebbe non ostante il merito come i Caracci in Italia; cioè fu il padre della Scuola Fiamminga, la quale prima di lui non avea carattere proprio. Antonio Wandeyck, che dipingeva quasi nello stesso tempo, fu più amico del vero, spezialmente ne’ Ritratti, ne’ quali merita il primo luogo dopo Tiziano, e negli accessorj fu anche più elegante. Tutti gli altri Professori Fiamminghi meritano stima secondo si accostano più, o meno a questi due Maestri.
In Francia s’incominciò a conoscere l’Antico per mezzo delle cose, che Francesco I trasportò d’Italia, adornando di Statue, e di Pitture Fontainebleau, in cui fece lavorare il Rosso, il Primaticcio, e Niccola dell’Abate; ma contuttociò le Arti vi fecero poco progresso a motivo delle Guerre civili fin ai Luigi XIII, e XIV; e benchè Rubens dipingesse la Gallería di Luxemburg, le poche cose antiche, ch’erano in Francia preservarono quella Nazione dal contagio di quello stile. La cultura delle Belle Lettere, e le traduzioni, che si pubblicarono degli Autori Greci, infusero a quella Nazione il desiderio d’imitare le cose antiche, e tutti gli Artisti bramavano, e procuravano andare a vederle a Roma; e in questa guisa, benchè per molto tempo non si formasse alcun Pittore singolare, non s’introdusse nemmeno alcuno stile vizioso. Finalmente tra i molti, che venivano in Italia, Niccola Pussino fu quegli, che si propose imitare interamente lo stile degli Antichi; e se i costumi del suo secolo non l’avessero impedito, avrebbe ottenuto il suo intento. Il dipinger sempre ad olio Quadri piccoli gli tolse l’occasione d’ingrandirsi lo stile, e di fare Opere di tanto studio, come quelle de’ primi uomini d’Italia: considerandosi però le sue come abbozzi, sono eccellenti.
Immediatamente a Pussino devesi collocare Carlo le Brun, il quale anche studiò in Italia. Fu d’ingegno vivace, inventore stimabile, ed ebbe occasione di mostrarlo nelle grandi Opere incaricategli da Luigi Decimoquarto. Nello stesso modo furono altresì buoni Pittori Mignard, le Soeur, Burdon, e altri; finchè i Francesi lasciarono la buona strada, e lo studio serio, per essersi accreditati alcuni Artisti di talento, che si chiamano Spiritosi, come Jovenet, e Coypel, i quali uscirono dai limiti del buono, e del bello, caricando l’uno e l’altro, mettendovene troppo in tutto, e aspirando dar gusto agli occhi più che alla ragione.
Non è da maravigliarsi, che ciò accadesse in Francia, mentre in Italia stessa si abbandonò il buongusto della Scuola de’ Caracci. Chi si sarebbe immaginato in tempo di Michelangelo, che potesse uscire dalla Scuola Toscana un Giovanni di San Giovanni, Pittore di tanto spirito, ma sì lontano dallo stile solido? E spezialmente un Pietro da Cortona per frastornare tutte le idee dell’Arte in Italia, disprezzando il serio studio, che fin al suo tempo era stato il fondamento della Pittura, riducendo tutto a composizione, e a sedurre la vista? Nello stesso tempo si vide in Roma un Andrea Sacchi, Pittore dello stesso gusto, e della medesima facilità di Cortona, insegnando a lasciar le Pitture come soltanto indicate, e prendendo le idee delle cose naturali senza dar loro alcuna determinazione.
Le Scuole di Firenze, e di Roma cambiarono allora cammino. Quelle di Bologna, e di Lombardía si andarono estinguendo insensibilmente; poichè all’Albano successero Cignani, e Ventura Lamberti, e a costoro Franceschino, Giuseppe del Sole, e il capriccioso Crespi, che si può dire l’ultimo. In Venezia dopo i valentuomini Giorgione, Tiziano, Paolo, e Tintoretto decadde in un tratto la Pittura, perchè i successori non si curarono che della facilità, senza badare al fondamento, e alla eccellenza di quelli; e ciò, che ordinariamente si chiama Gusto è rimasto per unico oggetto di quella Scuola.
Roma fu un poco più felice, perchè ad Andrea Sacchi successe Carlo Maratta suo Discepolo, il quale si applicò molto a disegnar le Opere di Raffaello del Vaticano, e prese perciò fin dalla sua gioventù amore allo studio serio, ed esatto; ma il gusto generale del suo tempo non gli permise di seguire interamente il carattere Raffaellesco, e l’occasione di dipingere sempre Madonne, e Quadri di Altari lo portarono a farsi uno stile misto di quello di Caracci, e di Guido, e con ciò sostenne la Pittura in Roma, che non precipitasse come altrove.
Mentre ciò accadeva in Roma, formava in Napoli una nuova Scuola Luca Giordano. Egli apprese i primi principj da Ribera; andò a Roma a studiare rapidamente i Caracci e le loro Scuole, e finì collo scegliersi lo stile di Cortona. Con questo capitale ritornò a Napoli, e vi fu sì applaudito, che fondò, come ho detto, una Scuola, da cui uscì Solimena in compagnía d’altri: e siccome in quel tempo mancavano in Roma Professori di merito, uno de’ Discepoli di Solimena, chiamato Sebastiano Conca, vi trasportò quella maniera di dipingere, e quelle massime più facili che buone, per cui la Pittura finì di rovinare.
In questa guisa si è perduta a’ giorni nostri questa nobil Arte, poichè sebbene veggansi sparsi, per così dire, alcuni frammenti di essa in alcuni Professori, quel poco di buono proviene da una mera, e material pratica piuttostochè da regole, e da principj fondati su la ragione. Gli Artisti sono ordinariamente adulatori degli occhi de’ Dilettanti, e costoro han guasto il giudizio, e i sensi per i vizj delle ultime Scuole.
Prima di finire voglio dire anche qualche cosa dell’Architettura, come Sorella delle altre due nobili Arti. Io la considero in due aspetti diversi, come proveniente da due principj; uno è la necessità, e l’altro il diletto della imitazione. In quanto al primo non deve essere annoverata tra le Belle Arti, ma tra le Meccaniche, perchè il metter l’uomo al coperto di tutte le inclemenze del tempo, e il fabbricare con solidità non ha niente che fare colla Bellezza; e infatti vediamo, che in questa parte le Opere Egizie, Arabe, e Gotiche non la cedono alle Greche, e alle Latine. Ma chi le stimerà mai belle come queste? Parlando però dell’origine di quest’Arte è verisimile, che sia stata inventata, e migliorata in diversi Paesi, secondo i climi, e i materiali delle contrade, e secondo i bisogni de’ Popoli.
La natura ne’ climi caldi, e sprovisti d’alberi avrà offerto agli uomini monti, e grotte per ripari; e ne’ paesi freddi, selve, donde sarà nata l’idea di costruirsi in questi capanne, e grotte in quelli monti. Estendendosi la popolazione del Mondo, quelle Nazioni, che viveano col pascolar gli armenti, è ben naturale, che pensassero a costruirsi delle tende, che sono un’altra spezie di Fabbriche. Fin qui la necessità avrà regolato il diletto degli uomini: ma siccome eglino non possono per lungo tempo accomodarsi ad uno stesso treno di cose, dovettero uscire ben presto da tale stato, e desiderando naturalmente in tutte le cose qualche oggetto, che occupi gradevolmente i sensi, e l’intelletto, posero in tutto qualche ornamento, cioè un certo non so che, senza di cui la cosa è quello che deve essere, ma fa pensare, e fissare l’attenzione; come vediamo, che fin le Nazioni barbare mettono in tutti i loro mobili macchie, colori, e figure, benchè senza gusto, e senza ragione: si vede però, ch’è inseparabile dall’animale ragionevole il far le cose con qualche idea.
Se rimontiamo ai principj della Storia dell’Architettura troviamo, ch’ella nacque in Oriente con idee di monti, e di colli, ammucchiando gli uomini pietre, e terra per coprirsi, e pretendendo nello stesso tempo competere colla Natura. Le vastissime muraglie fatte ne’ primi tempi, non sono che colline per chiudere una porzione di Popolo, e formavano quelle immense Città, delle quali parla la Storia; e la Torre di Babilonia era una vera montagna. Le Piramidi, e le altre ruine, che ancora si mirano in Egitto, ci presentano le stesse idee. Gli Egizj inventarono molto prima de’ Greci l’uso delle figure umane, o degli animali, per sostenere gli edifizj, animando per così dire que’ sassi, che dovean reggere parte della fabbrica. La forma delle loro colonne non ha alcuna eleganza, e forse non le usarono finchè non vi furono note le cose de’ Greci. Negli altri edifizj dell’Asia della più rimota antichità non si scuopre neppure la minima eleganza, e si può dire, che non vi fosse Architettura ma soltanto arte di fabbricare.
I Greci dell’Asia Minore furono i primi, che diedero forma all’Arte introducendo la bellezza nelle Fabbriche. Vitruvio, ed altri riferiscono questa origine; e infatti si vede, che l’idea delle tende, e delle capanne si è mantenuta fino ai più magnifici edifizj; ma siccome l’Architettura non ha originale, o prototipo nella Natura, non potè subito ritrovar le proporzioni più belle, e restò esposta ai capricci, e alle idee degli uomini, de’ tempi, e delle circostanze.
I primi Greci, che stimavano la forza per la qualità più utile dell’uomo, idearono il carattere di robustezza. Crescendo poi la pulizía civile, e raddolcendosi i costumi incominciarono a stimare il bello, e posero più eleganza ne’ loro edifizj; ma siccome la Natura li avea dotati d’ingegno filosofico, non oltrepassarono mai i limiti della moderazione, nè diedero in ornamenti superflui, nè in lusso, ma si contennero ne’ limiti della ragione; e in questo mezzo consiste la Bellezza dell’Architettura. Il fondamento di quest’Arte comincia dalla necessità, e dall’uso della fabbrica; la sua bellezza è nel carattere corrispondente al fine propostosi nelle forme, e nell’ornato; e il suo limite è la ragione. I Greci ne’ loro bei tempi osservarono esattamente tutto questo.
I Romani, Nazione più ricca, e più fastosa della Greca, ma di minor gusto, caricarono di ornati l’Architettura, e introdussero più ordini, e più divisioni; e finalmente perderono la bella semplicità, e solidità interrompendo i membri principali con capricciosi contorni.
Quando finalmente si perdè la stima delle Belle Arti nell’Impero Romano occupato in continue Guerre, e quando le invasioni de’ Barbari distrussero fino i principj del Buongusto, venne il tempo, che conosciamo sotto il nome di Architettura Gotica, non perchè quelle tribù de’ Barbari trasportassero in Italia qualche stile proprio d’Architettura, ma per quello, che quivi usarono nelle loro fabbriche, volendo imitare senza regole gli edifizj antichi, ch’eglino stessi rovinavano, e frammischiando le idee, che dettava loro la propria ignoranza, e per terminare sollecitamente le fabbriche trascuravano lo studio del buongusto, e delle belle proporzioni.
Contribuì anche molto alla total ruina dell’Arte la traslazione della Residenza Imperiale da Roma a Costantinopoli, e la divisione dell’Impero in Orientale, e Occidentale. Ne’ paesi inculti, e remoti, come nella Francia, e nell’Alemagna, non essendo noti neppure i principj dell’Architettura Greca, non era possibile, che s’introducesse il Buongusto; e perciò non ebbero che qualche idea dell’Arte di fabbricare. Forse per mezzo della Religione, e d’alcuni fuggiaschi Monaci Greci si comunicò alle suddette Nazioni qualche barlume degli edifizj di Costantinopoli, e con ciò si costrussero alcuni Tempj, disimpegnandosi colla pura regola del meccanismo di fabbricare. Finalmente aumentandosi questo metodo, e mettendo tutto il merito nella difficoltà, e nell’arditezza, e non nell’eleganza, scapparono in quelle Nazioni quelle tanto stravaganti, e rare cose totalmente contrarie al buongusto, e alla ragione; e casualmente si stabilì quel Gusto di Architettura, che per abuso si chiama Gotico, e che veramente è Tedesco.
Stabilito un nuovo Impero in Alemagna, lo splendore della Corte fu causa, che si propagassero le sue mode alle altre Nazioni, e in questa guisa il surriferito stile d’Architettura andò stendendosi per tutta l’Europa, e durò finchè l’Italia non discacciò ogni barbarismo, che vi si era intruso. I Veneziani, cred’io, furono i primi, che in onore di San Marco edificarono un Tempio magnifico servendosi d’un Architetto Greco, il quale non ostante che conservasse lo stile barbaro del suo secolo, non è sì stravagante nelle proporzioni, come quelli, che diconsi puri Gotici. Gli Archi, e le Cupole hanno anche del grandioso nelle loro curve, benchè molto lungi dalla vera Bellezza.
Finalmente i Fiorentini per mezzo dell’Orcagna incominciarono ad abbandonare quel deforme stile, e Brunelleschi fu il primo, che ricondusse le menti Italiane al gusto dell’Architettura Greca. Bramante, e San-Gallo vi si avvicinarono un poco più, e a loro esempio molti altri si diedero a studiare la buona maniera. Anche Michelangelo si applicò a questo stile Greco; ma trovandolo forse troppo angusto al suo focoso, e abbondante ingegno, vi entrò, e uscì colle più ardite, e strepitose idee. La grandiosa Fabbrica di San Pietro diede occasione a quel fervido talento di sbandire, e porre in obblío interamente le idee dello stile Tedesco. San-Micheli, Sansovino, Palladio, e Scamozzi adornarono lo Stato di Venezia, e tutti questi uniti insieme diffusero per l’Italia il Buongusto colle loro fabbriche, e co’ loro libri dati alla luce, spezialmente da Palladio, da Scamozzi, da Serlio, e da Vignola.
Se l’Architettura si fosse potuta mantenere nello stato, in cui i sopra lodati Maestri la stabilirono, non sarebbe stata picciola fortuna; ma l’amore della novità, e l’ambizione degli Artisti in voler essere tutti inventori, li fece subito dare in mille stravaganze, e sproporzioni; e in vece di ragionare su le idee di que’ primi uomini, che aveano tratta l’Arte dalla barbarie, caricarono membri sopra membri, interrompendo i più essenziali, fantasticando contorni minuti, e ridicoli, e perdendo di vista il buon carattere, e le maestose proporzioni; cosicchè que’ che restavano attaccati alle regole, passavano per uomini stitici, e balordi. Così procedè l’Architettura fino al Bernini, il quale malgrado le sue licenze ebbe un far gajo. Pietro da Cortona fu capricciosissimo, e Borromini stravagante fino alla più furiosa pazzía. D’allora in poi l’Architettura non ha più freno, e si crede lecito tutto ciò, che trova esempio ne’ suddetti Professori; perciò n’è derivata una infinità d’invenzioni incredibili, alcune ingegnose, ma niuna Opera precisamente bella.
