Milizia 1781/III

Francesco Milizia, Principj di architettura civile III, Finale [Jacopo de’ Rossi] 1781.


DELL’
ARCHITETTURA CIVILE
PARTE TERZA.

DELLA SOLIDITÀ DELLE FABBRICHE.

pp. 181–189

Cap. III.

DEGL’ INTONACHI.

Quando i muri, e specialmente le facciate sono di mattoni ben arrotati, e connessi con diligenza, si posson lasciare senza altro intonaco, e fanno bella comparsa, come la Chiesa Nuova, i Palazzi Vaticano, Lateranese, e tanti altri edificj in Roma. Le belle pietre di taglio, i travertini, i marmi sdegnano l’ intonaco : ma in qualunque altro caso egli è necessario si al di dentro, che al di fuori, non solo per la politezza, ma anche per la conservazione delle fabbriche, e ciò comunemente si chiama incamiciare, o arricciare.

Questa opera era da’ Romani chiamata tettoria, e veniva distinta in tre specie: la prima dicevasi albaria, e si formava di gesso, o di semplice calce ben disciolta e macerata; la 2a chiamavasi arenata, perchè facevasi d’ arena impastata con calce; la 3a marmorata, per esser di marmo ben pesto, crivellato, e mescolato con calce. La polvere di marmo collo stacciarsi riesce di tre sorti: la parte più granellosa unita colla calce serve per la prima mano d’intonaco, la mezzana per la 2a mano, e la parte infima per l’ ultima mano dell’ intonacatura.

Per qualunque specie d’intonachi, affinchè riescano di durata, e immuni dagli screpoli, e dalle scrostature, si assegnano le seguenti regole generali. 1o La calce sia glutinosa e grassa. 2o L’ arena sia stata esposta lungo tempo all’ aria e al sole. 3° Non si applichi l’intonaco alla muratura, se questa non sia prima bene asciutta; altrimenti la superficie esposta all’ aria, seccandosi assai più presto della parte interna, si fenderebbe. 4° Essendo l’ intonaco composto di più strati, non devesi uno strato soprapporre all’ altro, se prima quello di sotto non sia interamente asciutto. 5° Data l’ ultima mano all’ intonaco, si usi tutta la diligenza in batterlo, assodarlo, e lisciarlo, acciò acquisti tutta la possibil consistenza e politezza.

In tutte queste operazioni gli Antichi erano si attenti, che i loro intonachi riuscivano lustri come specchi, e di tanta sodezza, che tagliatine pezzi da vecchie fabbriche, gli applicavano ai cordoni, alle fasce, e ai riquadri delle nuove.

Erano molto in uso presso i Romani gl’ intonachi marmorati, specialmente negli edificj nobili e grandiosi. Li componevano di tre incrostature d’ arena, e di altrettante di marmo; onde, oltre la nettezza, e la vivezza mirabile, erano esenti da fessure e da ogni difetto. La nostra maniera è ben diversa: ci contentiamo d’ un solo strato d’ arena, su cui spianiamo subito una incrostatura marmorea. Qual maraviglia, se i nostri riescano informi e fragili!

Col gesso duro e bianco, cotto a dovere, e usato subito uscito dalla fornace, o almeno ben conservato, si posson fare degl’ intonachi eccellenti al pari di quelli composti di polvere di marmo: ottimi si possono fare anche colla scagliuola, che è pure un gesso a sfogli.

Allorchè si hanno da intonacare luoghi umidi, che stanno o in tutto o in parte sotterra, o esposti alla umidità di qualche terrapieno, non basta far l’ intonaco di semplice arena mescolata con calce; bisogna anco incorporarvi un tritume di mattoni o di tegole, e formare un intonaco ben grosso. Tutto ciò talvolta non è sufficiente ad impedire l’ umidità. Si fabbrichi allora vicino al muro principale un muricciuolo sottile distante dall’ altro quanto possa situarsi fra loro un canale, o un picciolo condotto, che possa ricever l’ acqua tramandata dal muro esterno, e la faccia scolare al di fuori. Di più: affinchè l’ umidità non resti rinserrata fra i due muri, giova praticare degli spiragli nel muricciuolo per l’ esito de’ vapori. Si rinfazzi poi il muro con mattone pesto, si arricci, e si finisca coll’ intonaco. Se il luogo non permette di alzar questo secondo muro, si facciano de’ canali collo sbocco in un luogo aperto; indi dalla parte del muro sopra le sponde del canale si situino delle tegole lunghe due piedi, e dalla parte opposta s’ alzino de’ pilastrini con mattoni lunghi 8. once, ficchè possano appoggiarvi sopra gli angoli delle tegole, le quali non debbon rimanere distanti dal muro più d’un palmo. S’ incastrino poi nel muro dal fondo fino alla cima degli embrici orlati e ritti, ma la loro superficie interna sia diligentemente impeciata, o piuttosto inverniciata, affinchè rigetti l’umido. S’ imbianchino questi  embrici con calce lievitata con acqua, acciocchè vi si attacchi il rinfazzo di matton pesto; altrimenti nol potrebbero mantenere per l’ aridità che acquistano nel cuocersi: la calce frapposta unisce insieme queste due sostanze cotte. Finalmente si spalmino d’ intonaco. Quante scrupolose precauzioni! Si omettino questi scrupoli, e l’ umidità  in certi luoghi imperverserà tanto, che renderà  gli edificj inservibili, e di breve durata.

Per meglio preservare le abitazioni dalla umidità, il mezzo più efficace è di dare esteriormente ai muri una intonacatura di vernice, composta di gomme, di resine, di zolfi, di parti metalliche. Questi sono corpi flogistici, e l’ umido non vi si attacca. I vetri delle finestre si veggono spesso bagnati, ma non mai i piombi, nè i ferri. Spalmandosi di sì fatta materia le superficie delle fabbriche, elle si preserveranno non solo dalla umidità, ma anche da’ fulmini, se si protrarranno le intonacature fino sotterra: elleno serviranno di conduttori.

Gl’ intonachi, che hanno da stare allo scoperto, si formano indistintamente di qualunque sorte di materia, sempre però confacente alla qualità dell’ edificio, ma debbono esser più doppj di quelli che stanno al coperto. Gli esterni poi si ripartiscono in liste rappresentanti l’opera reticolata, o quadrata, o bugnata, come si conviene al carattere della fabbrica.

Dove si ha da dipingere a fresco, vuol esser un intonaco di arena finissima stemprata con buona calce vecchia. Per dipingere ad olio, bisogna un intonaco composto di calce e di polvere di marmo, o di tegole ben peste, per renderlo unito; e in questo mentre s’ imbeveri di olio di lino: indi si ricopra d’una composizione di pèce greca, di mastico, e di vernice bollita insieme. Per dipingere ad olio, si fa ancora un intonaco più solido: fatto un primo intonaco di tegola pesta e di sabbia, si ricopre d’ un secondo composto di calce, di tegola, di spuma di ferro, il tutto ben battuto e incorporato con bianco d’ uovo e con olio di lino.

Agl’ intonachi si riferiscono le incrostazioni, colle quali si coprono i muri, i solaj, i tetti i pavimenti, i fregi, e le altre parti degli edificj, come il pane è coperto di crosta. I Romani portarono questa decorazione all’ eccesso della sontuosità. Fino al secolo de’ Curzj e de’ Fabrizj non conobbero che l’ intonaco di calce: successe indi il marmo, che tagliato in grandi e fine lastre ricopri le superficie de’ muri. Fino i marmi di Numidia e di Frigia, ch’ erano i più preziosi, sembrarono poscia insipidi: bisognò picchettare, intarsiare, screziare di più colori quei marmi, che la natura avea prodotti d’ un colore solo bisognò che il Numidio fosse caricato d’ e il Frigio tinto in porpora: l’ arte di colorire i marmi giunse a tal segno, che i Tintori di Tiro e di Lacedemone si rinomati nella tintura della porpora presero invidia per la bellezza e splendore del color porporino, che in Roma si dava ai marmi.

Un tanto lusso di marmi su anche superato dalle incrostazioni d’ oro e d’ argento puro, che o in fogli, o in lamine si applicava ai muri. Domiziano fece dorare il Tempio di Giove Capitolino, e vi spese da sette in otto milioni di scudi. Se qualcuno, dice Plutarco, si maraviglia di questa sontuosità, vada a veder le Basiliche, le Gallerie, i Bagni delle Metresse di Domiziano, e si maraviglierà assai di più. Nerone incrostò di lamine d’ oro tutto il Teatro di Pompeo, per dare una festa d’ un solo giorno a Tiridate Re dell’ Armenia. Divenne cosa ben ordinaria in Roma il fabbricare in marmo, aver de’ soffitti di avorio sopra travi dorati, e il pavimento incrostato d’argento. E non si giunse anco ad incrostare di perle, e di pietre preziose? onde Plinio ebbe a dire, che non si avean più da vantare i vasi e le coppe ingemmate, poichè si camminava su quelle gemme, che prima portavansi solamente alle dita. E non è forse più conveniente impiegar negli abbellimenti dei muri le gemme, le quali non sono che saffi, in vece d’ imbarazzarsene fino all’ idolatria le dita, gli orecchi, il collo, i polsi, il seno, la testa?

Nè meno qui si arrestò la libidine Romana. Scapparon fuori i musaici, le opere tassellate, e gli smalti, che si mettevano sopra tavole d’ oro, o d’ altro metallo, per ricevervi colori e figure a forza di fuoco.

Chi vuol conoscere il valore di tutte queste raffinatezze, ascolti Seneca, il quale nella lettera 115. fa la riflessione seguente. „Simili ai fan ciulli, anzi più risibili, ci lasciamo trasportare in ricerche fantastiche con una passione ugualmente dispendiosa che stravagante. I fanciulli si divertono a raccorre, e a maneggiare de’ ciottolini lisci, che trovano sul lido del mare. Noi, uomini fatti, impazziamo in macchie e in coloretti artificiali, che formiamo su colonne di marmo trasportate con grandi spese dall’ arido Egitto, o dai Deserti dell’ Africa, per sostenere qualche galleria. Noi ammiriamo vecchi muri, che noi abbiamo ricoperti di fogli di marmo, sapendo bene il poco prezzo di ciò ch’ essi fogli nascondono, pensando d’ ingannare il nostro sguardo, piuttosto che illuminare il nostro talento. Dorando i tavolati, i soffitti, i tetti delle nostre case, ci pasciamo di queste illusioni mensognere, ma sappiamo, che sotto quell’ oro si nasconde del legno sporco, guasto, inverminato, che potremmo facilmente cambiare con legno sano, durevole, e lavorato con proprietà.“