Borghini 1584
Raffaello Borghini, Il Riposo…, In cui della Pittura, e della Scultura si favella, de’ piu illustri Pittori, e Scultori, e delle piu famose opere loro si fa mentione; e le cose principali appartenenti e dette arti s’ insegnano, Fiorenza [Giorgio Marescotti] 1584.
LIBRO SECONDO.
pp. 170–177
Diffinitione della pittura in quanto alle materie.
La pittura, rispose il Sirigatto, come che fosse da M. Bernardo quanto all’essenza sua diffinita essere una imitatione di natura, e ragguardando gli artefici un arte, che aggiugnendo quel che giudica à proposito fa apparire il concetto, che era nell’idea dell’operante; credo che considerandola quanto alle materie, si possa dire la Pittura essere un piano coperto di vari colori in superficie di muro, di tavola, o di tela, il quale per virtu di linee d’ombre, di lumi, e d’un buon disegno, mostra le figure tonde, spiccate, e rilevate.
Tre maniere di dipignere.
Questa in tre maniere operando, si manda ad effetto: e queste sono, lavorando à fresco, à tempera, ed ultimamente à olio.
Dipigner à fresco
A chi vuol dipignere à fresco, gli è di mestiero intonacare tanto muro, quanto basta per lavorare un giorno; perciocchè ritardando molto a porre i colori sopra la calcina fresca, ella fa una certa crosta per lo caldo, per lo freddo, e per lo vento, che muffa e macchia tutto il lavoro; però giova molto il bagnare spesso il muro. Messa che sia la calcina (la quale vuol avere smorzata la sua bianchezza colla rena, e con un poco di nero, talmente che appaja terzo colore) vi si dee accomodar sopra il cartone, o un pezzo di quello contrassegnato, per conoscere l’altro giorno l’altro pezzo, che a quella segue: e poi con un ferro o stiletto d’avorio, o d’ altro legno duro (sicome io dissi, quando parlai delle carte lucide) andar calcando sopra i profili e lineamenti del cartone, al cui calcamento cede la calcina per esser fresca, e riceve in se tutte le linee: e tolto poi via il cartone, intorno a quelle si dipigne con colori di terre, e non di miniere, temperati con acqua chiara; & il bianco sia di travertino cotto; e bisogna in questo lavorio andar con gran giudicio; con ciosia che il muro, mentre è molle, mostri i colori a un modo, i quali, come è secco, fanno un altro effetto: e soprattutto è da guardarsi di non avere a ritoccare cosa alcuna co’ colori, che abbiano colla di limbellucci o di rosso d’uovo o di gomma o di draganti; perciocchè il muro non mostra la sua chiarezza, & i colori ne vengono appannati, ed in brieve spazio di tempo divengono neri. Perciò chi dipigne a fresco, finisca appieno ogni giorno l’opera sua, senza averla a ritoccare a secco, che così le sue pitture avranno più lunga vita, & egli ne sarà reputato miglior maestro.
Dipigner à tempera.
Il dipignere a tempera si può fare sopra muro secco, sopra tavola, e sopra tela. Volendo dipigner sopra muro che sia secco, si rastia il bianco, e se gli da due mane di colla calda: poscia si fa la tempera in questo modo. Si piglia il rosso dell’uovo, e si dibatte molto bene, e dentro vi si trita un ramuscello di fico tenero, e con questa materia si temperano i colori d’ogni sorte, perchè tutti son buoni a questo lavoro, fuor chè il bianco fatto di calcina, che è troppo forte: e gli azzurri, che colla detta tempera diventano verdi per lo rosso dell’uovo però bisogna dar loro la tempéra di gomma o di limbellucci. Si può ancora far la tempera di colla di limbellucci per tutti i colori, sicome s’ usa hoggi in Fiandra; donde ne vengono tante belle tele di paesi, fatti con simil tempera. Di grazia innanzichè passiate più innanzi, disse il Michelozzo, insegnatemi, come si fa cotesta colla di limbellucci.
Colla di limbellucci.
Si prende rispose il Sirigatto, mozzature di carta di pecora o di capretti, e massime de piedi e de colli: e queste si lavano benissimo; poi si mettono in molle in acqua chiara per un giorno, e si fa bollire tanto che scemi i due terzi, poi si cola, e quella colatura è la tempera sopraddetta. Hora se voleste à tempera dipignere in tavola, vi sarà di mestiero prepararla in questa guisa.
Come si preparano le tavole per dipignervi sopra.
Fatto che harete fare al legnajuolo il vostro quadro di legname ben secco, metterete sopra le commettiture della canapa con colla da spicchi, e mentre è fresca, andrete con istecca di ferro o coltello spianando bene detta canapa, in cambio della quale mettevano gli antichi pezza lina, e come è secca, abbiate colla liquida, in cui sia mescolato gesso volterrano sottilissimo, che vi s’infonde dentro, mentre è calda, e di questa col pennello sene da una mano sopra il quadro, e come è asciutta, sene va dando fino a quattro mane; avertendo però di lasciare ogni volta seccare, e colla stecca andar pareggiando, e spianando il gesso, & ogni volta, dalla prima in fuore, di temperar detta materia con l’acqua, talmente chè à ogni mano venga la colla più dolce: e fatto questo, si rada benissimo detto quadro colla punta del ferro, di maniera che si faccia liscio e pulito. Poi sopra questo quadro appiccherete il vostro cartone, e fra il cartone, & il quadro un foglio bianco della medesima grandezza, tinto di polvere di carboni da quella parte, che si posa sopra l’ingessato, & andate calcando sopra i lineamenti, come altre volte ho detto, e vi verrà il vostro disegno sul quadro, & il cartone vi rimarrà salvo: e poscia potrete a vostro piacere andar dipignendo co’colori.
Come si preparano le tele
Ma se vorrete dipignere sopra la tela, vi farà luogo darle una mano di colla o due, e poi andar colorendo, e co colori riempiere bene le fila della tela: & in questa guisa son fatte le tele di Fiandra, che si possono facilmente arrotolare, e portare in ogni parte.
Chiaro oscuro.
Chi volesse sopra le mura di pignere di chiaro oscuro, bisogna che faccia il campo di terretta, e poi tre colori, 1’uno più oscuro che l’altro, di terretta, di terra d’ombra, e dinero, per far l’ombre ed i rilievi, e questi vada lumeggiando con bianco San Giovanni, abbagliato colla terretta: & in tutti i chiari oscuri, verdi, gialli, e d’ogn’altro colore, si tiene il medesim’ordine, e per fare colore di bronzo, si mestica terra d’ombra con cinabrese, e cosi d’altri colori, temperando con acqua; e sopra le tele si serva il medesimo modo, eccetto che si temperano i colori con colla, con uova, ò con gomma.
Dipigner à olio.
Hora è da passare al dipignere a olio, il quale si può fare su le mura, su le tavole, sulle tele, e sulle pietre. Sopra il muro si può fare in tre modi. Volendo dipignervi sopra à secco conviene, essendo il muro imbiancato, rastiarlo e quando fosse intonacato e piano senza bianco, non accaderebbe rastiarlo, ma darvi sopra due ò tre mane d’olio bollito e cotto, continovando fin che il muro non ne beesse più: e poscia lasciar seccare, e sopra distendere la mestica, la quale è un terzo colore, fatto d’altri vari colori, come più piace à chi opera; ma per darvene un esempio, piglierete della biacca, della terra d’ombra, e del nero, e mescolati insieme, farete la mestica, che terrà di colore bigerognolo; sopra cui calcando il cartone, ò disegnando, e dando i colori, temperati con olio di noce ò di linseme (ma meglio fia di noce, perchè è più sottile, e non ingialla i colori, ne’quali sia bene mescolare un poco di vernice) conducerete con diligenza à fine l’opera vostra, la quale non accaderà verniciarla. Il secondo modo è questo, facciasi di stucco di marmo, e di matton pesto sottilissimo un arricciato al muro, e si spiani bene, e si rada col taglio della cazzuola, acciò rimanga ruvido, poi gli si dia sopra una mano d’olio di linseme, poscia s’habbia in una pentola fatto bollire, & incorporare insieme pece greca, mastico, e vernice grossa, e questa mistura con un pennel grosso si metta sopra il muro, e si vada distendendo con una cazzuola infocata, che riturerà tutti i buchi dell’arricciato, e farà una pelle unita e liscia per lo muro, sopra cui, essendo secca, si darà la mestica, e poi si dipignerà, seguendo l’ordine, che si è detto. Il terzo modo sia, faccendo sopra il muro un arricciato di matton pesto e di rena, e come è ben secco, prendasi della calcina, matton pesto sottile, e schiuma di ferro, ridotta in polvere, di ciascuna cosa il terzo, e s’incorporino con chiare d’ uova ben battute, ed olio di linseme, e con questa materia sopra l’arricciato s’intonachi non abbandonando il lavoro, mentre la mistura è fresca, perchè fenderebbe in molti luoghi; ma bisogna seguitare di stenderla pulitamente, come ha da stare, e poi secca, darvi la mestica, e dipignere. Ma chi vuole che questa pittura a olio in muro duri assai la faccia sopra mura di mattoni, e non di pietre; perciocchè le pietre a’tempi molli mandano fuore dell’umidità, e macchiano la pittura, dove i mattoni non si risentono tanto dell’ umido. Chi volesse dipignere à olio in tavola, la prepari, ed ingessi, come si disse, quando si parlò del dipignere a tempera, e le dia la mestica, che più gli piace: poscia calchi il cartone, o disegni con gesso bianco da sarti, òvero con carbone di salcio, che l’uno, e l’altro facilmente si cancella, e colorisca co’colori temperati con olio di noce senza più: e parimente il medesim’ordine si segua volendo dipigner in tela, salvo che bisogna prima acconciarla in uno de’due modi, ch’io dirò.
Come si preparano le tele per disegnarvi sopra a olio.
Il primo è dandole una mano di colla, e poi dua di mestica, lasciando a ogni mano seccare. Per lo secondo modo, si piglia del gesso volterrano, e del fiore di farina detta di fuscello, per egual parte, e si mettono dette materie in una pentola, con colla, & olio di linseme, e si fanno bollire, & unire insieme, e poi detta mistura si mette sopra la tela, e con una stecca di ferro si va spianando e distendendo per tutto, e come è secca, vi si dipigne sopra. Ma se le tele hanno à esser trasportate in altri paesi, migliore è il primo modo; conciosia cosa che le tele fatte nel secondo, per lo gesso, nell’arrotolarle, creperebbono in molti luoghi. A chi piacesse adoperare i colori sulle pietre, troverrà bonissime certe lastre, che si trovano nella riviera di Genova, sopra cui basterà solamente dar la mestica, e poi lavorare, colorendo con diligenza. Hora havendo io detto brievemente de’tre modi principali del dipignere, ed essendo stata la pittura hieri da M. Bernardo in cinque parti divisa, come voi benissimo sapete, ed avendo egli della invenzione felicemente trattato, volendo io disubbligarmi il meglio ch’io possa di quello, che troppo arditamente promisi, della disposizione, delle attitudini, delle membra, e de’colori mi convien favellare; le quai cose io seguirò con quell’ordine, che da lui furon divisate, riserbandomi à parlare de’colori al da sezzo, sì perchè l’altre parti prima nel disegno s’apprendono, e sì perchè il ragionamento d’ essi sarà degli altri più lungo: & il tutto farò con brevità; perciocchè a molto favellarne altro saper che il mio si converrebbe, & altro tempo che questo, che ci rimane, farebbe di mestiero. Ciascuno commendò il detto del Sirigatto, e poscia tacendosi aspettavano, che egli ripigliasse il suo ragionamento; laonde egli taciutosi alquanto così disse.
Avertimenti sopra la dispositione.
Fra le molte cose, che fa il pittore importanti, difficilissima, e fra le difficili importantissima è la disposizione; conciossiacosache in quella principalmente il sapere, & il buon giudicio dell’artefice si conosca. Dee dunque con molta avertenza quando egli fa una istoria andar disponendo e compartendo le figure, i casamenti et i paesi faccendo che si veggano più figure intere che sia possibile e non intrigarle talmente insieme che paiano una confusione. E non imitare alcuni che volendo mostrare di far molte figure in una tavola dipingono due o tre figure grandi innanzi, e poi molti capi sopra capi, la qual cosa non contiene in sé arte e non dà piacere a’ riguardanti, anzi bisogna fuggire di metter nel primo luogo figure grandi e dritte perché tolgono la vista delle seconde et occupano gran parte del campo. Però dee il pittor giudicioso cercar di far le prime figure o chinate o a sedere o in qualche attitudine bassa, acciò vi rimanga [178] spazio per altre figure casamenti e paesi, e non fare come un pittore, di cui mi taccio il nome, che avendo a dipignere un quadro d’animali, mise nella prima vista un elefante e un cammello, di maniera che non gli rimase campo di fare altri animali e quelli che vi fece non mostravano se non una piccola parte della persona. Convien poi con arte disporre i vecchi, i giovani, le donne, le prospettive e gli animali ne’ luoghi a loro più convenevoli e dar gli abiti alle persone che si confacciano all’età et al grado, che deono rappresentare et in somma far che sempre si vegga il piano dove le figure posano. E non far come certi pittori, che fanno una istoria in un piano col suo paese et edifici e poi salgono in un altro piano e fanno un altro punto variato dal primo et un’altra istoria e poscia eziandio passano al terzo, cosa degna di grandissimo biasimo; ma fa di mestiero chi vuol che l’opere sue sieno lodate porre il punto all’occhio del riguardante e su quel piano figurare l’istoria grande, e poi di mano in mano andar diminuendo le figure. E la prospettiva, che si stende nella pittura dee in tre parti esser distinta: la prima dee contenere il diminuimento, che si fa della quantità de’ corpi in diverse distanze; la seconda quello de’ colori d’essi corpi e la terza lo scemamento della notizia delle figure e de’ termini, che hanno i corpi in varie distanze. Percioché le figure che appariscono di forma più piccole che l’altre, ciò adiviene perché esse sono lontane dall’occhio e per conseguente fra esse et il riguardante è molta aria, la quale impedisce il discernere le particelle degli obietti. Perciò bisogna che il pittore faccia le figure piccole solamente abbozzate e non finite, perché altramente si contrafarebbe alla natura maestra dell’arte. E quando si dipingono paesi avertire che sempre le parti più basse de’ monti deon farsi più oscure, che le più alte e così de monti sopra monti; perché l’aria è più grossa e più fosca quanto più confina con la terra e più sottile e più trasparente quanto più si leva in alto. Laonde delle cose elevate e grandi, che sieno lontane dal riguardante la loro bassezza sarà men veduta, perché si vede per linea che passa fra l’aria più grossa continuata, e la sommità sarà più veduta, perché si vede per linea (benché dal canto dell’occhio cagionata nell’aria grossa) non di meno non tanto continovata e terminante nella somma altezza della cosa veduta che è nell’aria più sottile e più trasparente, onde ne segue che questa linea quanto più si allontana dall’occhio, tanto più di punto in punto va mutando qualità d’aria più sottile e si fa più visibile. Bisogna al fine sì fattamente disporre ogni cosa che ne nasca una concordanza et unione, che come da varie voci e da diverse corde ne risulta concento che diletta all’orecchie, così dalle molte parti disposte nella pittura, dimostrando vaghezza e giudicio, ne nasca a gli occhi piacere e contento.
pp. 206–221
De’ colori
Molti sono i colori principali, che à fresco, à tempera, & à olio usano i pittori, de’quali parte sono di terre naturali, e parte fatti con artificio, e questi poscia da loro mesticati insieme hor piu, & hor meno secondo l’occorrenze cagionano un numero infinito di secondi colori, de’ quali perche in ragionando sarebbe cosa difficile, e lunga à darne alcuna regola, e molto meglio dall’uso mettendogli in opera, che dalle parole si apprendono, lascerò per hora di favellare, e solo de’colori principali sarà il nostro ragionamento. Dico adunque, dal color nero cominciando, che nove sono le sorte de’neri (come che d’altri farsene potrebbono) che da Pittori comunemente sono adoperati.
Neri di più sorte
Il primo si chiama nero di terra color grosso, e naturale, che à fresco, à tempera, & à olio può servire: il secondo è nero di terra di campana, cioè quella scorza della forma con cui si gittano le campane, e l’Artiglieria, e questo s’adopra à olio: il terzo si dice nero di spalto, e da medici è chiamato bitume giudaico, questo è una grassezza del lago Sodomeo, che va notando sopra l’acqua, e verso la ripa si congela, & indura, e con questo si colorisce à olio: il quarto è nero di schiuma di ferro, che si adopera à fresco, macinando la schiuma sottilissima, e mescolando la con verde terra: il quinto nero che é bonissimo à olio, si fa d’Avorio abbruciato: il sesto, che è color sottile per à olio, si fa i noccioli di pesca, o vero i gusci delle mandorle abbruciando: il settimo è detto nero di fummo, percioche si fa di fummo da una lucerna piena d’olio di linseme derivante, la cui fiamma percuota in un testo, che le sia sopra per riceverlo, e con questo si colorisce à olio: l’ottavo, che è color magro, & à olio bonissimo si farà faccendo carboni di sermenti di vite: & il nono, che s’adopra à olio sia di carta arsa: & etiandio di carboni di quercia si può far color nero, che tiene del bigio; e tutti i sopradetti colori hanno qual piu, e qual meno del nero; però il diligente pittore gli va mestiçando, secondo che gli fanno buono effetto.
Bianco.
Ma tempo è di parlare del color bianco, il quale, ch’io sappia, non è se non di tre sorte.
Bianchi Sangiovanni come si fa.
Il primo è detto da’Pittori bianco Sangiovanni, che per dipignere à fresco è molto buono, e si fa in questo modo. Si piglia del fiore di calcina; che sia ben bianca, e spolverizzata si mette in vaso con acqua chiara, e vi si lascia stare per ispatio d’otto giorni, & ogni di si muta l’acqua, rimestando bene insieme; accioche la calcina lasci ogni grassezza, e poi sene fa panetti, e si mettono a seccare al Sole, e quanto piu stanno fatti, tanto son migliori: e se alcuno volesse fare il bianco piu presto, come son secchi i panetti gli macini con acqua chiara, e torni à rifarli, e pongagli à seccare, e così faccia due volte, & havera bonissimo bianco.
Biacca come si faccia.
Il secondo color bianco s’appella Biacca, la quale è materia di piombo, che si fa mettendo pezzi di piombo in vaso pieno d’aceto fortissimo, e con piastra di piombo turato, e vi si lasciano stare dieci giorni, poi si rade il sale, che si trova sopra il piombo, e quello si rimette nell’aceto, e la materia bianca che si è rasa dal piombo si pesta, si staccia, e si cuoce, e si rimesta con un bastonetto tanto che divenga rossa, di poi si lava con acqua dolce fin che si purghi da ogni macchia, e superfluità, e poi sene fa panetti, e si pongono à seccare, e questo colore è solamente buono in tavola à olio; & all’aria perde assai. E perche sene trova da comprare a buon mercato, non mette conto à pittori in farlo di stare à perder tempo. Il terzo color bianco, che rade volte si adopera, e solo serve à ritoccare alcune cose à fresco, si fa di guscia d’uova sottilmente macinate.
Gialli.
Ma passiamo à dire del giallo, che di molte spetie si ritrova. È un giallo di terra naturale, che si chiama ocria, il quale à fresco, à olio, & à tempera si può adoperare. À un’altro giallo si dice giallo santo, questo è materia d’un herba, e con artificio ridotta, come si vede in colore, che serve per à olio. Ecci un’altro giallo detto orpimento, il quale è miniera di zolfo, e macinato sottilissimo serve à dipignere à tempera per far giallo, e color d’oro, & essendo abbruciato fa un’altra sorte di colore. Di Fiandra viene un giallo detto giallorino fine, che ha in se materia di piombo, e s’adopera à colorire à olio: un’altro giallorino viene ancora di Vinegia composto di giallo di vetro, e giallorino fine, che etiandio serve per à olio. Vi è ancora il giallo in vetro bonissimo per à fresco; i quai colori perche ricercano molto tempo, e fatica à fargli; percioche si fanno nelle fornaci de’bicchieri, è molto meglio per li pittori comprargli fatti, che dar opera in farli. Si trova un’altro giallo detto Arzica, il quale sogliono adoperare i miniatori: & il zafferano altresì per dipignere in carta serve per color giallo. Ancora una terra gialla abbruciata fa colore giuggiolino, che à olio, à fresco, & à tempera serve per ombrare i gialli chiari. Ma sia del giallo detto assai, e favelliamo del color rosso, il quale di piu sorte si ritrova.
Rossi.
È un color rosso, detto rosso di terra, il quale è naturale, e s’adopra a tempera, à fresco, & à olio: un’altro rosso è chiamato cinabrese chiaro, che è molto buono à fresco per colori recarnagioni, e sene può fare ancor vestimenti, che sembreranno coloriti di cinabrio;
Cinabrese come si faccia.
e questo colore si fa pigliando due parti di sinopia della piu bella, e piu chiara che si trovi, e una parte di bianco Sangiovanni, e si pestano, e si mescolano bene insieme, e poi s’impastano con acqua chiara, e sene fa pallottoline come noccivole, e si lasciano seccare; poi volendo adoperare questo colore si macina sottilmente sopra porfido, e poi si lavora con esso, secondo l’uso dell’arte con molto honore.
Minio in gran pregio appresso à gli antichi.
Ecci un’altro rosso chiamato Minio, che si adopera à olio, il quale fu appresso à gli antichi in molto pregio, percioche di quello presso à usavano il di delle feste tignere il viso della statua di Giove, e di quello etiandio, dicono, che si dipignevono il corpo quelli, che trionfavano, e che in tal guisa dipinto trionfo Camillo: In Etiopia ancora tutti i nobili di Minio si dipignevono.
Minio da chi trovato e come si faccia.
Fu ritrovato questo colore da Callia Ateniese, secondo Teofrasto negli anni 149 dopo l’edificatione di Roma, pensandosi egli da principio poter far oro dell’arena, che rosseggiava nelle miniere dell’argento: è ben vero che fu prima ritrovato in Ispagna, ma duro, & arenoso. Si fa questo colore secondo Plinio, prendendo l’arena, che ha colore di grana che si trova sopra Efeso ne’campi cilbiani, e si pesta, e poi la polvere si lava, e quella, che va al fondo si torna à lavare: alcuni fanno il minio alla prima lavatura, & alcuni il trovano troppo liquido, però passano à farlo alla seconda.
Minio comune
Ma quel Minio che hoggi comunemente si trova à gli spetiali, e che adoperano i pittori, è fatto di piombo, ò vero di biacca per forza di fuoco.
Cinabro come se faccia.
Hoggi è nobil colore per à olio il cinabrio, il quale si può fare in questa guisa piglisi tre parti di zolfo vivo, e due parti d’ariento vivo, e si mescolino bene insieme, e mettansi in boccia di vetro ben lutata, e se le dia il fuoco per sei hore temperatamente, poscia si rompa la boccia, e visi troverrà dentro bonissimo cinabrio. Ancora si può fare in un coreggivolo vetriato, ò in un pentolino mettendovi le materie, come è detto, e turandolo bene, che non respiri con luto sapientie e lasciarlo al fuoco chiaro senza fummo fin che il vaso divenga ben rosso, poi si levi viache il cinabrio sarà fatto.
Lacca come si faccia.
Ecci un’altro colore per dipignere à olio molto stimato, il quale è detto Lacca fine, laquale si fa in questo modo. Primieramente si piglia acqua chiara, e si fa passare due volte nel colatoio sopra cenere di quercia, ó di vite, poi fa di mestiero haver libbre cinque di cimatura di panni chermisì in pentola nuova vetriata, e questa s’empie del sopradetto ranno, e si fa bollire tanto che à strignere con le dita la cimatura, n’esca il colore, e la cimatura sbianchi, all’hora si leva la pentola dal fuoco, e si cola la materia per calza di panno lino, faccendola ricevere à una catinella vetriata e questa si ponga da parte; si prenda poi un fiasco d’acqua di pozzo chiara, e vi si metta dentro una libbra d’allume di rocco, faccendolo dissolvere in detta acqua ò con tempo, o con fuoco, poscia di detta acqua allumata si metta à gocciola, à gocciola sopra il colore che è nella catinella, rimenando sempre con un bastone fino à tanto che il colore separandosi dall’acqua si unisca tutto in se stesso all’hora si mette tutta la materia in calza lina, e si cola, e nesce l’acqua, restando dentro il colore, il quale si mette sopra pezzette di panno lino imbellettandolovi sopra alto un dito, e dette pezzette si pongono sopra tegole à seccare all’ombra, e come il colore è secco, si può mettere in iscatole, o in altro vaso à conservarlo, che sarà lacca buona, e sinissima.
Lacca ordinaria.
Si può fare etiandio un’altra lacca non tanto fine per colorire à tempera, pigliando in luogo della cimatura verzino ridotto in brucioli, ò rastiato col vetro, e seguendo nel rimanente tutto l’ordine detto. Un’altro color rosso si fa di lapis amatita (da alcuni chiamata cinabrio minerale) la quale è pietra naturale durissima, di cui gli spadai, e quelli che fanno i cuoi d’oro se ne servono per brunire, e perche è cosa difficilissima à macinarla, estimerei ben fatto il calcinar la prima, cioè farla rossa nel fuoco, e poi spegnerla nell’aceto rosso fortissimo, e poi sul porfido, à poco, à poco macinarla. Questa temperata con acqua chiara fa un bellissimo rosso per colorire à fresco; ma perche questa pietra non è così comune à ognuno, e porta seco difficultà nel riducerla in polvere, non è molto usata da pittori; ma non è che à fresco non faccia un bel colore simile alla lacca, e molto durevole. Ecci poi il bruno d’Inghilterra, che serve per ombrare i rossi à fresco: & il sangue di dragone, il quale solamente da miniatori è adoperato.
Porporina come si faccia.
Si trova ancora un’altro color rosso bellissimo, non molto noto, detto Porporina il quale si fa in questa guisa. Si piglia argento vivo, e stagno in fogli, & al fuoco si fanno incorporare insieme, poi si lasciano freddare, e si macinano; poi si prende zolfo vivo, e sale armoniaco tanto dell’uno quanto dell’altro, e tutte queste cose ben macinate, e mescolate insieme si mettano in boccia di vetro ben lutata, e turata con luto sapientie, che non respiri, ò poco, e si ponga sopra una pentola di carboni accesi, e quivi si lasci fin che il fummo, che n’esce paia di color d’oro; all’hora si levi dal fuoco, e si lasci freddare à bell’agio, poi si rompa la boccia, e si troverrà la porporina in tutta perfettione. Altri color rossi non mi sovengono, perciò seguiro di dire del verde, di cui molte sorte se ne trovano.
Verdi.
Il primo verde che mi si fa innanzi è il verde terra color naturale, e grosso, del quale si servivono gli antichi per metter d’oro in cambio di bolo, e questo si adopera à tutte e tre le maniere del dipignere. Il verdetto poi è materia di miniera, che si trova fra i monti della Magna, buon colore per a olio, e per à tempera. Il verde azurro ancora tien di miniera, e viene di Spagna, e s’adopra à fresco, e à tempera.
Verderame come si faccia.
Il verderame dopo color noto, che si fa nelle vinaccie con piastre di rame poste nell’aceto, serve molto a olio, & ancora à tempera. Ecci etiandio un verde che si fa d’orpimento le due parti, e una parte d’Indico macinati bene insieme con acqua chiara che è buono per tigner le carte de libri, e temperato con colla per dipignere lance, scabelli, & altre cose di legno. Un’altro verde si fa d’Azurro della Magna, e giallorino, e temperato con rosso d’uovo può servire per dipignere in muro, & in tavola, e mescolandovi dentro un poco d’Arzica sarà molto piu bello. Un’altro verde si può fare d’Azurro oltramarino, & orpimento e volendolo verde chiaro sia piu l’orpimento, e volendolo oscuro, sia piu l’Azurro, e questo è bonissimo à tempera. Chi volesse poi verde di color di salvia mescoli biacca, e verde terra, e temperi con rosso d’uovo, e volendosene servire à fresco metta in cambio della biacca bianco Sangiovanni. Trovasi un altro color verde detto pomella, che fa verde giallo; questa è un herba che fa certi semi, la qual si trova per macchie, e per boschi, e ne è assai verso Vallombrosa, e questa si cuoce, e si riduce in colore, il quale per esser leggieri, e senza corpo solamente si adopera per dipignere à tempera.
Azurri.
Ma perche altri colori verdi per hora non mi son noti passerò à ragionare de gli azurri, de quali di tutti il piu nobile, & il piu pregiato è l’Azurro oltramarino, che è bonissimo in tutte le maniere di dipignere, e si fa in questo modo.
Azurro oltramarino come si faccia.
Piglisi primieramente once tre di ragia di pino; once due di pece greca, once una di trementina fine, once una di mastice, once una d’olio di linseme, & once una di cera nuova, e tutte queste cose si mettano in un pentolino nuovo vetriato, e facciansi bollire pianamente mez’hora à lento fuoco di carboni, e questa materia così calda si coli per canavaccio, ricevendola sopra un catino, che sia mezo d’acqua fresca, e si prema bene il canavaccio, che n’esca ogni sostanza, e come la pasta, che è nell’acqua è fredda bisogna ungersi le mani con olio di linseme, e prendere detta pasta rimenandosela per mano, e tirandola, come si fa la pania; poscia habbiati una libbra di lapislazero fine netto da marmo, e da ogn’altro colore, e sia di quello, che è di colore oscuro che quasi pende in nero, e se ne può far prova se è buono, faccendolo rosso nel fuoco, e smorzandolo in orina, che rimanendo nel suo bel colore sia bonissimo; questo bisogna macinarlo sottilissimo in mortaio di pietra dura come di porfido, d’altre pietre simili, fatto questo lapislazzero in polvere, si metta in un pentolino invetriato la sopra detta pasta; e pongasi à fuoco lento, e quando è presso al bollire vi si metta dentro à poco, à poco la detta polvere di lapis mesticando benissimo con un bastonetto finché sieno ben incorporati insieme, e detta materia così calda si versi in un catino d’acqua fredda, e tanto si lasci stare che divenga dura, di poi, havendo unte le mani d’olio di linseme si maneggi detta pasta come si è detto di sopra, e poi si metta in catinella vetriata con acqua chiara, e fresca, e vi si lasci stare almeno cinque, o sei giorni, e quanto piu starà nell’acqua tanto fia meglio, rimutando ogni giorno l’acqua chiarissima; poi quando se ne vuol cavare l’Azurro si fa in questa maniera. Si piglia una catinella vetriata e si unge alquanto nel fondo con olio di linseme, poi vi si mette la detta pasta, havendola cavata dell’acqua, dove prima si trovava, e sopra vi si getta ranno dolce caldo temperatamente, che sopravanzi la pasta quattro dita, poi con due bastoni ben rimondi e puliti lunghi mezo braccio l’uno, & unti nelle teste con olio di linseme, si va rimenando detta pasta per lo ranno, come si rimena la pasta da fare il pane, fin che si vegga fare il ranno tutto di colore azurino, e veggendosi à bastanza colorito si cava in una scodella vetriata, e si rimette nuovo ranno come prima sopra la pasta, e co’ medesimi bastoni si torna a rimenare tanto che il ranno si faccia azurro, e si cava in altra scodella vetriata; e così si va seguitando di metter nuovo ranno, e di cavarlo in altra scodella separata, finché della pasta non esca piu colore azurro; ma tinga il ranno in color bigio; all’hora si può gittar via, perche non è piu buona. Fa poi di mestiero porsi innanzi tutte le scodelle dove è l’azurro, che per la sua gravezza si sarà posato in fondo del ranno, e con mano rimescolarlo per vedere delle diverse tratte quale è il migliore, e risolversi à farne di due, ò tre sorte, mescolando insieme; perche le prime scodelle haveranno sempre il migliore Azurro, il quale sarà ben fatto metterlo da per sé, perche sarà di valuta di dieci scudi l’oncia: compartiti che si saranno tutti gli azurri in due, o in tre scodelle, e che saranno ben posati in fondo, con una spugna nuova si va da asciugando il ranno, e poi si pongano le scodelle al sole, accioche l’azurro si secchi, e chi volesse seccarle piu tosto cavi gli azurri delle scodelle, egli ponga sopra teglie nuove, che tireranno l’humidità, e poste al sole in brieve tempo gli azurri si seccherano, e come son secchi si mettano in sacchettino di quoio di camoscio dal lato pulito, accioche lungamente si conservino. Ma perche alcuna volta il lapislazzero dopo che è macinato non riesce così buono, & il colore non ne viene acceso, e bello come suole dal perfetto lapis; volendo fargli racquistare la vaghezza del colore; prendasi un poco di grana pesta e un poco di verzino ridotto in brucioli sottilissimi col vetro, e mettansi insieme in pentolino vetriato con ranno, & un poco d’allume di rocco, e lascisi alquanto bollire fin che si vegga il color vermiglio; all’hora si levi dal fuoco, e prima che si sia cavato l’azurro della scodella, pur che sia bene asciutto dal ranno, vi si metta sopra un poco di questa materia, e col dito si rimescoli benissimo, tal che s’incorpori bene ogni cosa insieme; poi si lasci tanto stare, che si asciughi per se stesso senza sole, e senza fuoco, poscia si riponga, come è detto, che sara bonissimo colore. Molti altri azurri ancora si ritrovano, come azurro di smalto, il quale è fatto col vetro, e si adopera à fresco, à tempera, & à olio. Un’altro azurro si chiama azurro di biadetti buono à olio, & à tempera, il qual colore si fa di lavature d’azurri di miniera, che vengono di Spagna. Ecci un’altro azurro di vena naturale che serve à tutte e tre le maniere del dipignere, & un’altro detto azurro della magna. Si fanno poi molti azurri con artificio; ma io vi dirò solamente d’alcuni, che hora mi sovengono, che à ritrovargli tutti sarebbe lunga materia.
Più modi di fare azzurri.
Pigliando adunque piastre d’ariento; e mettendole in una pentola nova, e quella sotterrando nella vinaccia, dopo la vendemmia ben turata, e lasciatalavi stare cinque, ò sei giorni, e poi trattala fuore, si troverrà sopra le piastre dell’ariento bonissimo azurro. Ancora pigliando calcina viva, & aceto mescolati insieme, e messi in una pentola ben serrata sotto il letame per nove dì, si farà buono azurro, che si troverrà di sopra, il quale tolto via si può risotterrare la pentola di nuovo, e sarà dell’altro azurro. Un’altro azurro si fa prendendo once 3 d’argento vivo, e due once di zolfo vivo ben pesto e mescolati si mettono in pentolino ben turato, e per tutto lutato, e si tiene al fuoco di carboni fino à tanto che non si senta piu bollire, all’hora si rompe, e l’azurro si trova in fondo. Si può fare etiandio azurro fine con pigliare aceto fortissimo stemperato con allume di rocco, e sal gemma, e messo in una pentola nuova che sia coperta benissimo d’una piastra d’argento, e poi sotterratola per dieci giorni nella vinaccia, ò nel letame, si troverra bonissimo azurro sopra la piastra de l’argento, e toltolo via si può rimettere la pentola nel medesimo modo piu volte, che farà sempre nuovo colore. Chi volesse poi fare azurro comune, pigli once quattro di calcina viva, due once di limatura di rame, & un oncia di sale armoniaco, e tutte queste cose ben peste s’incorporino insieme con aceto forte, e sarà fatto l’azurro. A’ chi piacesse fare azurro sbiadato per adoperare in tavola prenda dell’Indico baccadeo macinato con acqua sottilmente, e mescolato con un poco di biacca; ma chi se ne volesse servire in muro metta in cambio di biacca, bianco Sangiovanni. Ma troppo lungo sarei se di tutti gli azurri, che far si possono con arte volessi favellare, perciò non ne seguirò piu avanti, parendomi che i sopradetti possan bastare per ogni pittore, & anche credo di poter dar fine al ragionamento de’ colori; ben è vero che i pittori ne adoperano alcuni altri, che son molto noti, come il pagonazzo di sale, che serve à fresco, & à tempera; Indico, e la lacca muffa, che hanno poco corpo, & ancora la terra d’ombra color naturale, di cui si servono à far capelli, scorze d’alberi, & à molte altre cose mesticato con altri colori, si come tutti i sopradetti mesticati insieme hor piu, & hor meno producono un infinità di colori co’ quali tutte le cose naturali, e artificiali si contrafanno.
