Armenini 1586

Giovanni Battista Armenini, De’ veri precetti della pittura… libri tre: Ne’ quali con bell’ordine d’utili, & buoni avertimenti, per chi desidera in essa farsi con prestezza eccellente, di dimostrano i modi principali del disegnare, & del dipignere, & di fare le pitture, che si convengono alle conditioni de’ luoghi, & delle persone. Opera non solo utile, & necessaria à tutti gli Artefici per cagion del disegno lume, & fondamento di tutti l’altre arti minori, ma anco à ciascun’altra persona intendente di cosi nobile professione, Ravenna [Francesco Tebaldini] 1586.


Giovanni Battista Armenini (1530–1609) was a cleric, painter, writer, and art theorist from Faenza (Emilia-Romagna). In his youth, he traveled throughout Italy and spent several years in Rome. In 1564, he was ordained a priest and became rector of the church of S. Tommaso in Faenza. Armenini gained renown for his treatise De’ veri precetti della pittura, first published in Ravenna in 1587, intended to guide young artists toward a refined and learned manner of painting. In addition to theoretical reflections, the book contains detailed and precise descriptions of practical working methods. In relation to mural painting, the present selection includes the well-known chapters VI–VIII of the Second Book, devoted respectively to the importance, preparation, and application of cartoons; the preparation of colors and fresco painting; and finally to secco painting, including mural painting techniques.


LIBRO SECONDO

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pp. 99–104

[VI. Cartoni]

Di quanta importanza sia à far bene i cartoni, della utilità, & effetti loro, in quanti modi, e con che materia si fanno, & qual siano le vie più spedite, & facili, & indi come si calcano, & spolverano nelle opere senza offendersi, & come si imitano in quelle.

HOra ci resta à trattare de i Cartoni, i quali appresso di noi si tiene essere l’ultimo, et il più perfetto modo di quello che per artificio di dissegno si vede il tutto delle sue forze potere esprimersi, li quali appresso coloro che con diligentia usano le strade vere, & che con industria s’ingegnano intorno al finirle bene, si mostrano così giovevoli per l’opere, che sono per dover fare, che li pare il rimanente poi di quelle di poca fatica li sia. Conciosia cosa che li schizzi, i dissegni, i modelli, i naturali, & in somma tutte l’altre fatiche loro di prima fatte, & durate, non si facciano ad altro fine, nè per altro effetto, se non per ridurle insieme perfettamente su i spatii d’essi cartoni, & per dirne il vero in riprensione di quelli, che à far ciò si curano poco, & che se pur vi metton su le mani, se ne sbrigano leggermente, io dico che chiarissimi segni ci danno, che le lor fatiche, & l’opere che fanno siano per dover riuscirli di poca stima appresso delle persone intendenti, & che portino poco amore alla loro arte, & forsi niuno all’honor suo dignissimo di appreciarsi tra l’altre cose, percioche si vede in un ben finito cartone esserci espresse di tutte le cose le difficultà più estreme, di maniera che à seguir i termini di quello, si camina in sicurissima strada con un perfettissimo essempio, & un modello di tutto quello ch’egli ha à fare, anzi si può dire che quello sia l’istessa opera, fuor che le tinte, & per ciò questo con ogni industria, e studio si vede esser sempre stato operato da Michel Angelo, da Leonardo Vinci, da Raffaelo, da Perino, da Danielo, & da altri eccellenti, & siami lecito in questi da me, come veduti, il dar loro ogni possibile perfettione d’incredibile maestria intorno, & ci sono testimoni di quelli, le molte reliquie, che ci restano in diverse Città, che sono sparse per le case de’nobili Cittadini, le quali, come cose meravigliose, si tengono da loro carissime, & con molta riverenza, & risguardo. Ma si fanno i cartoni, secondo il commune uso, che prima li misura l’altezza, & larghezza di quel luogo, dove si ha da far l’opera, & di poi si piglia la debita carta, secondo quello spatio, & si squadra con attaccarla con colla di pasta bollita, sicche si compie la grandezza del predetto spatio, & poi sutta che si vede, si rincolla due dita à torno, & attaccasi sopra del muro pulito, dove col spruzzarui dell’acqua dentro, tirandosi, & stendendo tuttavia attorno, si provede, che poi nello asciugarsi rimanga polito, & ben di steso, & indi sopra di esso vi si misura, & se li batte la grata sottilmente col numero de’ quadri, che prima egli havea fatto sopra il dissegno picciolo, che vorrà imitar, su quello, & quivi si comincia a riportar con molta avertenza, & destrezza tutto ciò che in quel loro dissegno si vede essere, fin ch’egli vede che sia ogni cosa posto à i propri luoghi. Ma perche ci sono di quelli, che dicono esser male l’usar questa grata, & cosi allegano frivole ragioni, con dir che essi perdono assai di quel loro dissegno, il qual si possiede del far grande col giudicio solo, la qual cosa ci par essere di poco momento circa à questo; percioche sia uno avezzo quanto si voglia al dissegnar da se grande, non mi posson già negare, che à voler ridurre una Istoria in carta, che sia della grandezza di un palmo, ò poco più, si come si fa tutta via, nella grandezza di dieci, e tal volta di vinti piedi, non sia molto più facile il porla con la grata, che senza di essa, oltre che ci è il piano, le prospettive, & i casamenti, quali sono nel dissegno piccolo tirati à misura, onde cosi vengono ad essere riportate, aggrandite nelle sue istesse misure, & proportioni, quasi senza fatica, à che far dunque voler stentare à diletto, se cosi facendo ci sono assegnati i termini prefissi, e non solo dico delle cose predette, ma etiandio a’intorno al collocare tutta essa materia con tutte quelle cose che vi si fanno dentro, se ben quelle sono minutissime con lo essere sicurissimi di non dover cader mai in fatiche che li possa esser notabile, ne meno in confusione di linee, Conciosia cosa che ci è chiaro che si schifa pure una moltitudine di segni, i quali si suol far contra sua voglia prima che essi trovino il buono di quelli, & sia colui quanto si voglia espertissimo nel dissegno che egli è forza che ognuno vi caschi, perche egli è impossibile facendo altrimente. Ma egli è ben poi da avertire che niuno si voglia confidar tanto sù quelle linee primiere, e sui contorni di quelle posti col mezzo di questa grata, che egli lasci da parte il suo giuditio, il qual è quello che sa rimutar molti di quei segni col ridurli, & di novo riportarli à i suoi proprii luoghi per dove il bisogno si vede, conciosia cosa che ci è manifesto per le prove, che ne i dissegni piccoli stanno ascosi i gran diffetti, & ne i grandi ogni minimo errore che vi sia vien conosciuto, si che da per tutto è di bisogno novo ricercamento per rimutare i segni cattivi senza guardare più à i termini che gli erano mostri per la grata, & riformarne di buoni, & questi sono i modi ch’io ho veduti, & considerati più volte sopra à i dissegni, e nei Cartoni di Raffaelle, di Perino, di Giulio, di Daniele, & di Thadeo Zuccaro, & de gli altri che ci sono vivi essi ancor valenti, i quali tutti affermano quel che si è detto essere verissimo. Ma tornando sù le vie de i Cartoni questi si fanno in vari modi, e con varie matterie, si come io già dimostrai che si facevano i dissegni piccoli, & se ben di acquerello ce ne siano pochi; ve ne sono ne gli altri modi assai ben finiti, Coloro adunque che si compiacciono fare quelli sù la carta bianca ridotti che essi havranno i contorni nel modo predetto per abbreviar la fatica nelle ombre voglio si dia da quella banda per dove le vanno con un spolvero che sia pieno o di carbon pesto, o ver di polvere di Lapis negro, col quale si vien battendo leggermente è su quello si batte, e spolvera quel luogo per dove le ombre vi vanno più scure, & ciò sia fatto in modo che vi rimanga sotto un letto tale, che si vegga piu chè mezzo apparere ombregiato, & indi su quelle ombre poi si vadia leggiermente trattegiando, con punte di Carboni o sia di Lapis nero, & tante volte cosi vi si sopraponga i tratti che si pervenga à gli estremi fini, il che si faccia con quella desterità, & risguardo, che si costuma fare dai prattichi, & rissoluti maestri, in modo che per esso si conosca dover essere espertissimo nel buon dissegno. Ma ci vole dipoi oltre al dissegno che per essempio si è tenuto tutta via in mano: un’altro maggior studio intorno, avanti che si finisca, perche per tutte quelle vie si ricerca di novo, & da capo, le quali far si sogliono intorno all’haver piu certezza delle medesime cose, le quali sono tutte cavate dal vivo con l’aiuto della maniera, e dai modelli nel modo che altrove s’è detto, i quali finiti si veggono poi esserli riusciti di tal forza per il rilievo loro, che si spicchino di su la carta, di maniera che questi ultimi mezzi siano atti à condurli à quella estrema perfettione che si desidera per colui secondo la indudtria, & saper suo. Il medesimo modo si tiene ancora sopra i Cartoni che si fanno su le carte tinte, che senza altro stento pur vien meglio che dopo i molti tratti con le dita sfumar quelli, o con pezzette di lana, o di lino si come molti usano di fare inanzi che li diano fine. Hor ci rimane i lumi à dare intorno à quali, e d’andarli con molto giuditio, & avertimenti, acciocche vengano posti nelle somità dei rilievi con quei modi, & discorsi con i quali sogliono essere imitati ci sono di quelli che à darli pigliano del gesso fresco, & sutile con altre tanto di biacca, dei quali composti infieme ne fanno pastelli, dove che con tal materia li riescono assai vivaci, Altri poi vogliono usare solamente il gesso da sarti, & altri poi con questo vi aggiungono anco la biacca nelle summità maggiori, si che per queste use si finisce ogni gran cosa in dissegno. Ma a salvarli poi illesi, dovendosi dopo questo calcar i con torni di quello sù l’opere che si lavorano, il miglior modo si è à forarli con un ago, mettendoci un altro carton sotto, il qual rimanendo come quello di sopra bucato, serve poi per spolverare di volta in volta per dove si vol dipingere, e massime sù le calce, à benche molti poco di ciò curandosi, calcano il primo, il qual si tien tuttavia per essempio, mentre si fa l’opera con i colori, il che è più commodabile il primo. Hor io stimo di havere fin qui à bastanza trattato con molta chiarezza, et brevità di tutti quei modi del dissegnare, ch’io promissi di voler fare inanzi, come per i più necessarij, & più fàcili, per aiuto di chi desidera voler farsi in breve tempo eccellenti, con haverli avertiti di ogni conveniente rimedio circa alle cose che ci sono difficili, & incerie: Ci resta adunque di far il simile nel trattar des colori, la quale è nel vero parte molto difficile, & faticosa, & per l’opere più a tutte è necessaria, la onde io spero similmente di dover farvi con molta agevolezza capaci, & chiari. Adunque prima trattaremo delle materie de i colori, di poi del modo di adoprarli, accompagnarli, & di unirli insieme che restino belli, & vivaci, tratto dall’uso, & esperienze, che si sono intese, & vedute da noi ne i più valenti, & esperti artefici che sono stati avanti à noi.


pp. 105–118

[VII. Colori; lavoro à fresco]

Delle distintioni, & specie de’ Colori, & delle loro particolar nature, come diversamente s’acconciano per far migliori effetti ne l’opere; con quali, & quanti liquori s’adoprano; in che modo si fanno le mestiche, per trovare qual’ si voglia tinta, & specialmente delle carni, con le diverse sorti loro, secondo che il naturale ci dimostra delle persone, & come debbano restar nel fine; di tre modi principali à lavorarli, & prima del lavoro à fresco.

LO Stimo ch’egli sia noto ad ogni Pittor mediocre, che tutti i colori, i quali s’adoperano per dipingere, debbano essere di due specie, cioè naturali, che si dicono ancora di miniera, & artificiali, i quali si distemprano à lavorarli communemente con tre liquori, i quali sono, acqua, colla et oglio: Il primo si chiama lavoro à fresco: l’altro à secco, & il terzo ad oglio. Ma prima, come si sa, i colori artificiali non si fanno mai bene col fresco, ne vi è arte che possino durar molto tempo nell’ esser suo, & massimamente allo scoperto, & questi per ciò vogliono luoghi, letti sotto asciuttissimi: ma si trattarà delle qualità di ciascuno più distintamente à i luoghi loro. Hor sappiasi che tutti i colori, quando di essi non si fanno campi eguali, vanno mesticati in diversi modi percioche di essi parte si fanno più chiari, & parte più scuri, à tal che di un sol colore si viene crearne molti d’una medesma specie, per essere il bianco, & il nero il condimento di tutti: Ma finalmente dipendendo tutta l’arte dall’ Artefice, così gli errori, che di questa nascono, si causano, ò per non essere da quelli mal mesticati, & mal composti, ò per una mal sicura, & mal prattica mano intorno al maneggiarli, & accordarli quando essi li lavorano, di maniera che restino puri, schietti, & uniti insieme, per le quali cose, io essortato sempre i giovani che di continuo vi si affatichino intorno col mezo dell’esperienza, per dover conoscere gli effetti di essi, accioche con sicurezza poi si adoprino à compimento: Conciosia cosa che si come è intento principalissimo del Poeta il dilettare col variar tuttavia nel suo poema con diversi colori, cosi i medesimi modi si devono cercare con i diversi, & bei colori: conciosia che, se ben l’Istorie, & l’inventioni per soggetto fossero dilettevoli da se stesse, se il colorito, ch’è il modo di spiegarle non aggradisce à gli occhi de riguardanti, non potrà mai produr questo effetto, perche da’ colori uniti, e bene accordati, si viene à partorir quel bello, che gli occhi rapisce de gl’ignoranti, e di nascoso entra nella mente de’ savij, perche si vede le vere somiglianze nascere dalle proprie tinte, le quali quanto più sono vivaci, tanto più trattengono, & piacciono, massime à i Signori, atteso che il più di loro si servono per abellire i loro luoghi, onde son mossi, e tirati più dal diletto, e piacer che prendono dalla varietà, & vaghezza di quelli, che dall’opere ammirate per il molto dissegno, seguendo in ciò più il sentimento dell’occhio, che il buono della mente, percioche una bella varietà di colori accordata, rende à gli occhi quello, che all’orecchie suol fare una accordata musica, quando le voci gravi corrispondono all’acute, & le mezzane accordate risuonano: siche di tal diversità si fa una sonora, & quasi una maravigliosa unione di misure, onde gli animi con meraviglia trattiene. Ma la somma tutta la scienza del colorire si rivolta intorno à questo, che componendosi con ordine diverse sorti di colori mescolati, & schietti, ne nasca una ben divisata, unita compositione, la quale in nissuna parte quantunque minima discordi. Dunque accordata compositione sarà, quella, che non sara in modo accesa, & disunita che paia un panno di arazzo colorito ne men tanto unita, tinta di ombre che non si discerna le carne vere con le altre cose appresso, quella adunque sarà perfetta via, la qual terrà fra lo acceso, e l’abbagliato, & i colori, & le mestiche non si vedranno troppo carriche ne ammorbate, ma schiette, vere con una dolcissima, & delicatissima unione che rassembri una bellezza che sia pura, & siammeggiante. Qui poi circa delle materie dei colori non ne staremo à raccontare per minuto, ne à darvi notitia delle specie, & qualità loro, percioche le teniamo che à tutti siano note, ma si dirà bene di alcune loro proprietà particolari, con altri avertimenti circa à gli effetti per alcune contrarietà che si trovano fra essi da non se ne far beffe. Dunque è bene che ciascun di essi si habbia in sua specie per quanto si può belli purissimi, & scielti, e con questo esserli intorno poi molto netto, delicato acciò si conservino schietti, & distinti, imperoche per ogni poca altra mistione che vi vada dentro, che le più volte e polvere con gli altri color diversi, si turbano, se li lieva gran parte della sua purezza, & vivacità, & parimente nell’adoperarli ci vol prattica congiunta con diligenza. Ma nel’usarli à fresco tengasi à mente, che (come s’è detto) il muro non brama altro colore che il naturale che nasce della terra, che sono terre di più sorte colori, delle quali io credo che ce ne sia per ogni banda d’Italia à bastanza per esser conosciute. Queste si macinano sotilmente con acqua pura eccettuando il smalto con altri simili azzurri. Ma pel biancho che qui si adopera come si sà si tole il fior della Calce bianchissima come è comunemente quella di Genova di Milano, & di Ravenna, la qual prima che si adopri và ben purgata, & questo purgamento si fa da i Pittori in più modi onde ce ne sono alcuni, che prima la fanno bollire al fuoco ben forte con volerli tener bene levata la schiuma il che si fa per levarli quella salsedine, & diminuirli quella forza di rihaversi troppo, data ch’ella e sul muro, quando poi si secca, onde quella poi raffreddata à l’aria, & levatoli l’acqua, la mettono su i mattoni cotti di novo, al sole, laqual poi asciutta sù quelli, quanto è più leggiera, tanto è meglio purgata: ci sono ancora chi la sotterrano dopo che l’hanno cosi purgata, & ce la tengono molti anni inanzi che l’adoprino, & altri fanno il medesimo sopra i tetti al discoperto; ci sono di quelli, che la compongono per la metà col marmo, il quale è prima pesto da loro sottilmente: si è veduto ancora, che posta alla scoperto in un gran vaso, & buttatovi dentro dell’acqua bollita, con mesedarla tuttavia con un bastone, & il di seguente metterla al sole, essersi bastevolmente purgata, & adoperata per far le mestiche il giorno appresso, ma non già per calorir gl’ignudi, perche difficilmente restarebbono, senza essère offesi, a termini loro. Hora acconci i colori, & accommodati nel modo predetto, & messine loro vasi, acciò si conservino illesi, dipoi si piglia i cocchigli, ò altri maggior vasetti, & quivi si comincia a far le mestiche, col mettervi prima del bianco in tre, ò quattro di questi cocchigli, & in altretanti metterai del nero; ma non però in tanta copia: dipoi si prende il vaso del color schietto, ò giallo, ò vermiglio, ò azzurro, ò verde, o qual altro si voglia, & se ne vien mettendo, & mesticando con questo bianco, che si è messo in quei cocchigli, ò vasi, di modo che se ne fa almeno tre mestiche; l’una più chiara dell’altra, col mettere in uno manco color schietto, che nell’altro, & il simile si fa del medesimo color, doue stà ne’ cocchigli posto il negro, ó altro scuro à suo modo, osservando le descrittioni predette quanto al trovarsi l’un più scuro dell’altro, à tal che con questi mezzi di ciascun colore schietto se ne può cavar quattro, à sei, & quante mestiche si vuole, le quali si viene à torre dall’essempio del dissegno, ò dal Cartone ben finito. Ma delle diversità più minute poi de’ colori, che ci dimostra la natura, non andremo più oltre in quele, delle quali la moltitudine è tanta e tale, che presso à poco si può vedere, considerando i frutti, & i fiori, quanto essi siano di variatione abondevoli: conciosia che per cosi fatte mescolanze si fa le tinte verissime di ciascuno. Ma delle mestiche comune delle carni, io dico che tuttavia quelle che fano chiare, sono fatte con terra rossa e bianco, e si fanno cariche più, e meno per quella via che si sono dette delle mestiche, ma non sono sempre queste le medesime, percioche dovendosi haver riguardo alla variation delle tinte, le quali si mutano, secondo il genere, l’età, & le qualità delle persone che si mutano, in farle che siano proprie, & vere è necessario di aggiungervi dentro le più volte, quando del verde, et quando del giallo, e quando dell’uno, e dell’altro insieme, e perche è più differente por quelle de i vecchi invece di terra rossa si tole della terra gialla abbrugiata, & è bene che sia brugiata in modo da voi che si vegga essere diventata di un color scuro egualmente prima che di su le bragia si togli via, per che si cangia in un morello vivace, cosi riesce, è di tal qualità nel fresco, che si vede fare l’effetto, che suol fare le lacche fine ne i lavori à secco, & in quelli fatti à oglio, e perciò quando si compone quello scuro, il qual si fa che serve per le ombre delle Carni si adopera di questa terra, la qual va mesticata con quella di ombra, si che con queste due terre si fà communemente esser buono per tutte; del qual poi se ne pone alquanto in altri cocchigli netti, & se ne fa altre de ombre più chiare, con mettervi dentro di quelle mestiche di carne chiare che si sono composte inanzi, & se ne lascia una piu scura dell’altra, acciò che le habbino à corrispondere di mano in mano morendo verso il chiaro, si giunge spesse volte del nero ancora in questo primo scuro predetto di quelle due terre, & è quando si vole ricacciar quella figura, o quello ignudo con gli ultimi estremi, ci sono di quelli che in questi scuri ci agiungono della terra verde schietta, altri ne abbrugia, & coce, nel modo che si è detto fare della gialla, altri pur ci sono che vi pongono terra di campane, e massimamente quando essi vogliono contrafare ombre delicate di donne Gioveni delle quali ne mettono ancora un poco nelle carni chiare, perche cosi pare che si accordino benissimo insieme. Ma nel dare i lumi poi nelle sommità delle Carni, perche ci sono di quelli che con poco giuditio vi usano il bianco schietto con troppo abondanza, quivi si tole un poco di quella mestica che si hà di carne più chiara, cosi si accompagna il bianco con essa, & si alluma le carni, io dico con un modo scarso, & giuditioso, ci sono di poi ancora per quelle sparse qualche rosseti, & lividi, oltre à quelli del viso, i quali nel mesticar che si fa il rosso, o il verde con le carne più chiare si trovano facilmente, & altre si fa con le scure. Hor finito il componimento delle mestiche con modo accordevole, & quello messo per ordine sopra di un asse, o vero sopra un banchetto piano, si piglia di poi i penelli quali siano ben fatti, & usati sono migliori che novi, & quelli si scompartono sopra i colori. Ma per non voler lasciar mai in dietro cosa che giovar vi possa ci par bene insegnarvi ancora in che modo i penelli si facciano bene, acciò che da voi si possino adoperare senza che vi stentino, e perche io hò visto praticando certi penelli alle volte in mano di alcuni Pittori, e dico di quei buoni, e nel vero che più erano di vergogna che di stento in adoprarli, sono adunque i pennelli come si sa di due sorte peli di Vaio, e di Porco, questi si adoprano à fresco, quelli ad oglio, & à secco, dei quali pochi artefici se ne fanno perche si trovano tuttavia chi ne vende per le boteghe, & spetiarie, & frà i migliori si tengono essere quelli che da Vinegia si portano si che non ci affaticaremo altrimente intorno a mostrarvi il modo di farli; Ma à far quelli da fresco, si piglia un mazzo del sopradetto pelo, & è meglio il pelo bianco che il nero, & questo prima si purga, & se gli assotiglia le punte il che si fa bene quando vien bagnato nella calce liquida più volte col strisciarlo tuttavia sopra un muro ruvido, qual habbia forza di assotigliar quelle, il che fatto si pigliano le aste, le quali siano giuse diritte, & di legname ben sodo le quali non vorebbono essere manco di una dogina divise in più sorte grosse, e sutili, per lequali preparato il refo prima di canepa ben sotile, & forte, & ben incerato per le legature si comincia à venire dividendo il predetto pelo, e cosi si fa in più parti con lo assignar à ciascuna di quelle aste secondo che è di loro la grossezza conveniente, per poter esser poi quelle legate à proportione, e cosi fatto si vengono tuttavia bagnando i peli in un vasetto di acqua postosi inanzi, & si vien mentre sono cosi bagnati à rimoverli tutti i peli i quali si veggono in quello storti, & intrecciati tra essi col rimetterli indietro, di maniera che tutto il corpo del pennello si veggano comparire diritto in punta aguzzo, & nel mezzo sia tondo, & ripieno, di poi col resto se li fa nel mezzo un strettissimo nodo, & indi se li ficca l’hasta aguzza, che passi apunto pel mezzo del pelo che à pena la punta di essa passi per dentro la strettezza del nodo, il qual nodo è la fermezza di tutta la ligatura, & indi col filo medesimo si vien poi legando in sù verso l’hasta per quanto par che li bisogni habbia considerato la lunghezza la grossezza di esso pennello di modo che con una parte di quel reso continuandolo strettamente fin appresso il fine, perche prima che vi si arrivi si piglia il minor capo del reso, il qual si è lasciato tanto longo, che doppiatolo su verso l’hasta, & datali una volia, vi resta un chiappetto, sopra il quale se li segue il resto della ligatura onde, arrivatosi al fine quel capo che li resta in mano si ficca nel chiappo sopra avanzato alla legatura di modo che tirando del filo tutti due i capi per lo contrario si stringono fortemente in nodo che riman perso il chiappo con quel capo che si nasconde dentro à i fili, scorrendo quello sotto à i fili già sopraposti, à talche il pennelo vien à rimaner legato benissimo senza apparervi segno alcuno di nodo, e di quelli si taglia poi i capi avanzati del reso: & altre se si fa di quel pelo che troppo e rimaso sopra della ligaturà acciò si vegga essere tutto eguale, & del resto se visi vede diffetto in altro modo si calca, si rasetta, & si riduce che sia eguale, ripieno, dritto, e ben composto, & finiti che questi siano in tal guisa, & preparati i colori, & se vi e altro opportuno messo in ordine si pervien poi allo intonico sottile, il qual vien à servire, dato che è sul muro per letto à i colori, dal qual si cagiona le più volte che le pitture fanno effetti diversi dal creder de gli Artefici, che le fanno, & ciò per il variamento che egli fa quando si asciuga, & è così grande alcune volte, che rimangono ingannati etiandio gli espertissimi maestri, come sugetti, & sottoposti alle mutationi delle materie, che sono malamente da essi comprese. E perciò sarà bene à ragionarvi sopra un poco con generali avertimenti percioche le più volte le opere che sono importantissime sogliono essere dipinte in cotal guisa, dove che in quelle si mette à rischio di perder moltò di riputatione, & di credito loro, se per loro mala sorte non gli riescono bene. Sapiati adunque che tutte le Calcine poste che le sono sul muro per dipingervi sopra sono di tal proprietà che ricevono per la sua molta freschezza ogni color benissimo per tutto ve giorno, è ben vero che si vede per alcune hore star fermissima, & dispostisima in un modo, dove in quel tempo vi si lavora facilmente, & con diletto mirabile di chi vi è dentro prattico, di qualche giuditio intorno. Ma cominciandosi poi di poco in poco à perder l’humido, & à restringersi, si vede che quel colore che prima si è dato à rimettercelo di novo si muta, & fa peggio effetto in quel luogo stesso, e perciò gli huomini esperti prima che ciò avenga cuoprono con color sodi il tutto di quel lavoro con diligenza, prestezza, & con un modo dolce affumato, & unito, perciò che essi tardando, quella fa una crostarella sotile per l’intemperie dell’aere, & per le qualità di essa che macchia, & muffa tutto il lavoro, ma ci vole certe avertenze ancora quando si lavora nel porvi alcuni colori, percioche come è il smalto, & il pavonazzo, i quali per essere communemente più grossi, & di manco corpo de gli altri, quanto più e più fresca la calce, tanto meglio si adoperano ambidui, e in questo lavorare ci bisogna haver la mano che sia sicurissima rissoluta, & ben disciolta, il che gli è porto da un chiaro, & esperto giuditio, il qual conosce quel tanto che nelle mutation delle mestiche de i colori perdere, ò variar si possano, e questo non è sol per quel giorno; ma per fin che la calcina si trovarà asciutissima, pongasi adunque; la calce sopra l’humido, & ben bagnato muro in tanta quantità, quanto si vole lavorare quel giorno, & essendosi prima battuto la grata in quel luogo à secco, à proportione come si fa, cosi se ribatta di novo sul fresco con confrontar le linee con quelle che sono sul secco di sotto, & indi col piccol dissegno in mano si vien tuttavia raportando sul muro fresco ciò che vi è dentro suttilmente con un pennello, il qual si immolla in uno acquarello, che sia di un colore che tiri al rossigno, perciò che di simil tinte son facili i segni à rimoversi qua te volte si vole se essi non stessero bene, perche à bagnar il medesimo pennello nell’acqua si scancellano tutti via. Ma se si havrà il Carton finito, ò quello si calchera, overo si adoprerà il spolvere di esso nel modo che si disse, è certo che vi servirà assai meglio, il che fatto se li contorna di novo i segni col pennello, & si aiutano bisognando, dopo si vien di subito con le mestiche bozzando, & coprendo ogni cosa, con l’esser avertito di porre i chiari, i mezzi, & i scuri a loro luoghi, secondo che si veggono essere sù gli essempij predetti, & sia ciò fatto con tal arte che da per tutto vi sia una unione, & una accordanza di colori, che si mostrino à gli occhi piacevoli, accesi, & uniti, ricuopresi anco di novo egualmente, mentre che la calcina si mostra fermissima nell’esser suo. Conciosia cosa che quella sorbendo i colori della prima bozza in gran parte, eglie necessario ancora che vi sia la parte di colui che li lavora, & gli unisse insieme, la qual li viene ad essere ricoprendoli in cotal modo. Ci sono di quelli i quali si pensano di ciò fugire con darli prima sotto una ò due mani di bianco, & dicono ancora che fa buttare più allegri i colori, quando la calcina è asciutta, il che si concede tal volta per i luoghi doue si dipinge delle grottesche, & per altre simili opre minute, & di poco momento. Ma non è già se non nocevole sotto le Istorie grandi, perciò che se ben quel bianco reflessa i colori, è però molto dannevole à i scuri, & li tole molto di unione, & di forza, i quali effetti vengono ad essere molto contrarij alla intentione dei più valenti. Hora perche habbiamo detto delle mestiche, io non vorrei che perciò qualchuno si credesse che per esser quelle ne i cocchioli ben composti, che il medesimo effetto apunto fare dovessero sul muro, perciò che ci bisogna appresso la prattica delle tinte cavate dal vivo, ci sone di quelli che per non baverle à mendicar sul muro, prima le imitano con i pastelli benissimo, & alcuni con i colori ad oglio, perció che in varij modi ci stanno più carriche, e più rimesse, & in più, luoghi si sparge alcuni rossi, & lividi, à i quali l’ordine delle mestiche non ci arriva, e però ci vole quasi da sè una sopra unione che sia nella mente di colui che lavora, & massimamente per le carni delli ignudi grandi, & diversi, nelle quale i lumi sminuir si deve, & la chiarezza de i colori con un certo giuditio, & de strezza, che quasi moiano nell’ombra, & lascino à poco à poco la vivezza, in modo che si conosca che il lume non è quello che genera i colori, ma li fa chiari che si possa vedere, che dove più sono impediti, li sono le ombre anco più carriche, & più ripiene, dunque è da avertire che per le ombre non si devono mutare i colori, ma servare l’istesso colore, & farlo più scuro perche l’ombra é mancamento di lume (come si è detto) e non effetto di color nero: egli è ben vero che dalle mestiche buone i panni, & molte altre cose riescono bene unite, & con facilità si conduce al fine. Ma per cagion de i nudi si son veduti alcuni Pittori à i di nostri di tanto gran prattica à maneggiar i colori, che con tre mestiche sole han fatto un ignudo finito con tutti i mezzi, & i variamenti che ci mostra il naturale dei colori, delle quali ve n’è una chiara, & due scure, perche questi prima ombrano molto con quella che è più dolce, & toccano per tutto dove vanno i mezzi, & le ombre gagliarde, & subito vi vanno adosso con la chiara, con la quale copre il tutto del chiaro, & và sopra all’ombra cruda, che vi hà dato prima quasi fino à gli estremi, di modo che sotto vi si vede apparire perciò le mezze tinte dolcissime, & rimanendo cosi ben velate quelle che erano già troppo crude, & indi vi ritorna pur con la predetta scura, & perche cosi si conduce à i debiti segni più ombre, & mezzi dolci, & scuri, & nel fine poi piglia l’altra che è l’ultima scura, con la quale ricaccia il tutto fin a gli estremi fini, si che dire si può, che costoro facciano comparire le mestiche sopra il muro nella guisa che quelli altri le fanno ne i loro cocchioli, ma di quanti io ne hò conosciuti, sù un certo Luchetto da Genova, il qual al mio tempo dipingessa un San Matheo nella Chiesa che era del Principe Doria alcune Istorie di qual santo à prova con un altro Pittor da Bergamo assai ben valente. Ma certo è che di costui io ho visto per quella Città cose mirabili: egli dipinge con tutte due le mani, tenendo un pennello per mano pien di colore, & si vede eßer tanto esperto, & risoluto, che fa le opere sue con incredibil prestezza, & hò visto più opere di costui à fresco, che non vi sono di dieci altri insieme, & sono le sue figure condotte con mirabil forza, oltre che vi è quella facilità, quella gratia, & quella fierezza che vien di raro con molta arte, & fatica scoperta da gli Intendenti ne i loro maggior concetti; simil fare è quasi quello di Giacomo Tintoretto Venetia no, ci sono anzi di quelli che lo tengon per più rissoluto; ma nel vero è di minor dissegno, & è men considerato di Luca, e si come con i colori è più dolce, cosi è di minor rilievo, & forza le sue pitture. Costui ha fatto più volte senza i dissegni opere molto importanti lasciando le bozze per finite, e tanto à fatica sgrossate, che si veggono i colpi del pennello fatto dall’ impeto, e dalla fierezza di lui, ne perciò sono poi da essere troppo considerate à minuto. Ma basta che à prima vista le diano maraviglia à molti de i nostri Artefici, si che questi, con così spedite vie, e maniere doprando i lor colori carrichi, e con prestezza sinendo i lor lavori, son cagione che i lor coloriti vengono à rimaner freschissimi, morbidi, e vivaci, e questi son quelli che non fanno differenza se si debbon prima porne i chiari, che i scuri, ó i rossi prima delle Carni si come suol avenire alli dubbiosi, à i meschini, & à i mal risoluti. Ma le mestiche poi, e tutti gli altri colori col pennello medesimo si uniscono, che colui, che lavora si trova haver tuttavia in mano, perche col bagnarlo nell’acqua, & premerlo un poco fa l’effetto benissimo. Hor fin qui condotto il lavoro nel predetto modo appresso il suo fine, percioche quando si comincia por a venir sentendo che la calcina è per fare mutatione, non si vedendo più sorbire il color dato con la forza di prima, all’ hora si vien cautamente con le ombre liquide, & scure à condurlo verso il fine perseverandoli intorno per tal via per fino à gli ultimi estremi. Ma lavorasi poi li ignudi come di più difficultà ne i loro muscoli coltrattegiarli per più vie con liquidissime ombre, di modo che si veggono condotti come di granito, di ciò ce ne sono vivissimi gli essempi per mano di Michel Angelo, di Daniello, e di Francesco Salviati, chiarissimi per le opere loro; & per l’ultimo fine se li danno i lumi, con quel modo che si è dimostrato di sopra per noi. Hor quivi i pochi prattichi si veggono in breve dover rimaner di scoperti, perche tutto quello che si è mal operato di timido, e di mal ricoperto, ò mal finito il dì seguete li comincia à scoprire, e quando poi è la calce, e il lavoro vien asciugato à fatto, è da sapere che ogni minimo diffetto si vede troppo apparente, & questi sono i rimessi, le macchie, & i colori sopraposti, & mal ricoperti, & mal uniti insieme, si che egli è sempre bene andarvi avertito intorno, acciò non si incappi in questi dissordini cosi dannosi. Nel fin poi del giorno finito che si havrà lo intonicato si taglia con diligentia il rimanente per il smusso, acciò che il di seguente vi si possa congiungere l’altra Calce, senza che vi apparisca segno alcuno di quelle commissure, che tuttavia si congiunge à pezzo à pezzo mentre si fanno i lavori, & indi i fattorini preparati daranno ordine à espurgar i pennelli con acqua chiara, & à conzarli le punte, & rassettarli bene, cosi saranno alle mestiche, & à gli altri colori col mettervi l’acqua in tutti, & massimamente nel bianco che è purgato, del quale come principal frà gli altrie d’haverne più cura che non si secchi, & cosi riposte le cose à i loro luoghi si ribagna ancora la sera il muro, & si rinzuppa più volte, & massime quando è molto caldo, per la mattina seguente, acciò che poi lo intonicato si mantenga mentre si lavora ben fresco per fin che viè dipinto tutto quello che si vole, & cosi sono i modi che si deve tener d’intorno al lavorar di fresco, insieme con gli avertimenti narrati, i quali vi saranno come fondamenti in tutte le opere che voi farete, con lasciar poi alli Pittori sciocchi quei loro secreti senza invidia di porvi i Cenabri, & le lacche fine; percioche se bene li fanno i letti sotto con diversi bianchi, si sà però chiaro, che à lungo andare divengono impiastri brutti, & spiacevoli, perche queste misture essi fanno solo per abbagliar à prima vista gli occhi de i volgari, e non senza biasmo poi di chi gli ha cosi adoperati, si tien per quasi le medesime strade che si son dette di sopra à fare le mestiche di chiaro e scuro, conciosia che macinato il carbone, e il bianco purgato, si fa di questi due estremi almentre mezzi l’un piu chiaro dell’altro, & à veder poi come quelli li riescono, mentre si compone, se ne fa prova sopra on mattone cotto, e non bagnato, alcuni mesticano in esse terretta da vasi, & altri sono che gliela danno sotto per campo, che tutto poi torna à un’istesso modo, on tal ordine parimente si tiene al singere le Pitture di Bronzo, usando le mestiche di quei colori, i quali sono tera gialla, et occheia per le scure nella quale altri mescolano terra d’ombra con essa, & altri vi agiungono pavonazzo, & altri negro, finalmente commodi cosi fatti egli si verà à fare bene qual si voglia sorte di pitture. Ma di ciò ne sia detto à bastanza.


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[VIII. Secco]

Come si acconciano in più modi le tele, i muri, e le tavole per lavorarvi à secco, con qual via si lavorano meglio,de i diversi liquori che si adoprano, oltre i color comuni,  con qual facilità si finisce bene ogni cosa, & come le ne serve hoggi di gli eccellenti Pittori.

EGLI è manifesto che gli Antichi da ducento anni in quà, per fino al tempo che visse Pietro Perugino, furno sempre intenti nelle loro opere importanti à lavorare quelle à tempera, il che facevano molto sotilmente sopra le tavole, nelle quali vi erano dentro certi rissalti di collonnette fatte con cannellature, & à vite, & erano lunghissime oltra modo, con base, & Capitelli senza misura alcuna, nè ordine, onde io stimo che la cagion principale che à ciò fare li movesse, era per poter tramezzar quei loro fantozzi distintamente, con farli ancora i loro campi di oro brunito, oltra che vi era pur per ornamenti molti altri ricinti, rissaltelli, & strafori con certe aguglie, & anguli acuti per tutte le cime di quelle, con altre tali frascherie, delle quali ce ne sono ancora le reliquie secondo che pativa la meschinità di quei tempi, le quali cose, crescendo poi tuttavia il lume del disegno buono con migliorarsi l’arte, s’andorno à poco a poco rimouendo. Ma nel fine discoprendosi il modo del colorire à ogho il qual è più perfetto, e piu facile di tutti, si è dismesso il secco nel modo predetto, ne piu si vede far cosa di momento su le tavole, ne su le tele, se non colorite à oglio, & se pure i valent’ huomini si servono tal volta di quello, l’usano per quelle cose alle quali vi si ricerca spedition di molto lavoro, come si dirà piu oltre, e perciò con brevità ne trattaremo, e prima ci faremo à cominciare dalle tele, su le quale, dopo che quelle sono ben tirate su i telari vi si dà sopra due, over tre mani di colla dolce, & una se ne dà dalla parte di dietro, questo si fa accio che si venga à inzuppar bene, & se le tele fossero toppo rade, se glie ne giunge con un poco di farina cernuta dentro, un’altra liquida mano, per l’effetto della quale si vien à serrare benissimo le fissure, à rimanere egualmente apannato, Altri ci sono i quali usano di mesticar con la colla del gesso marzo ben macinato, il qual glie lo danno con una stecca sutilmente, ma se le tele per cagion del portarsi da un luogo à un’altro si dovessero piegare dopo che le sono dipinte potrebbono patir sorte dello scorzarsi si tagliano di poi i peli, et i nodi apparenti nel panno, & à i minuti se li dà leggiermente con la pumice di maniera che restino eguali da per tutto. Di poi si tole qualche cosa in mano, ò sia carbone, ò lapis, ò stile, ò penello, o spolvere, & se li dissegna suso quello che colorir si vole, & indi li vien lavorando con colori tritati benissimo, i quali cominciando dalla biacca quanto più saranno fini, & suttili, tanto più verrà il lavor à apparire bello, & riguardevole. Si trovano quivi alcuni prattichi, che con acque diverse compongono di piu forte colori, con le quali danno molta vivacità, forza, & bellezza à quelle loro pitture, & sono acqua verde, acqua di vergini, sugo di gigli trovandosene, con altre tal liquide materie, le quali meschiano sovente con quei colori che li sono piu adherenti,onde ricevono una vivezza sopra modo. Ma circa dell’adoprare, e del conzare i colori, si tiene la via istessa delle mestiche che si dimostrò quando si disse del lavoro à fresco, qui è da avertire che la biacca non si meschia con l’oropimento, ne si tocca in luogo alcuno con quella per dove và dato per essere inimicissimi fra essi, si come questi è ancora con la lacca molto, con ogni altro color poi si può bozzare ogni cosa, il che si fa con pennelletti di sete di porco sutili, e non punto aguzzi, & si finisce con quelli di vaio, si distemperano comunemente tutti i colori con colla dolce, & ancora con tempera eccettuando da questa gli azzurri, i quali per la gialezza dell’ono, verrebbono verdi col tempo, questi medesimi si adoprano parimenti sù le tele sutilissime tessute, o didamasco, o di Argento, o di seta che sia, & stemprasi all’hora con gomma arabica, o vero dragante, lavorasi di acquarelo a uso di minio con i penelli di Vaio. Ma quei lavori che si sono fatti con le mestiche, se nel fine i colori saranno lavorati con tempera, ò ritocchi si vedranno riuscire molto accesi, & vivaci, & massimamente i rossi, & apresso ci è chiaro che tutti restano piu scuri che non fanno con le colle, & si fanno i lavori delicatissimi. Ci sono alcuni Fiamenghi à i quali io hò veduto mesticar gesso marzo con la biacca per terzo, & il simile nel orpimento, il che se bene si muta in piu chiaro, riesce però sui lavori molto bene appannato legieri, & riguardevole, essi ogni cosa temperano con la colla, perciò che la tempera li farebbe venir troppo neri. Ci resta à dire che se le bozze delle figure, ò d’altro fossero diventate troppo secche ò asciutte de maniera che le schiffassero i colori il che aviene alle volte per interpositione di tempo che si fa tralasciando il lavoro, se li provede col bagnar la tela di dietro con una spugna immolata nella colla che sia dolce, conciosia cosa che per questa via si amorbidiscono, & si comovono tutte le tinte primiere, & è di tale aiuto che si vien agavolmente finendo ogni cosa. Il medesimo modo predetto si tiene quando si bà da lavorar sul muro che pero sia ben secco, e se quello non fosse pulito si stuccano i buchi maggiori col gesso, e colla, sul quale poi datali la debita colla, se li puo agiungere ancora due altre mani di gesso ben dolce con colla distemprato, in tanto che si vegga esser tutto polito, piano, & eguali, & questo si fa accio che non resti offeso nella vista, e ne i colori. Ma circa del lavorare su le tavole ci parrà forsi buono il modo istesso che usarono gli Antichi predetti, il qual si vede che ancora sparso ci resta per le loro opere che vi erano infinite, conciosia che essi dopo la debita colla le ingessauano con molta diligenza, & sù le commettiture, vi si vede esserli da per tutto poste certe lenze di tela lina con buone colle, & col gesso ricoperte, per riparar che quelle si potessero col tempo, & dopo l’haverle ingessate tutte egualmente nel modo predetto essi vi lavoravano poi, di stemprando i colori col rosso dell’ove, o con tempera, fuor che gli azzurri, & questi lavori si veggono esser finiti con una patientia, & fatica stentevole sopramodo, per la quale le opere loro riuscivano crude, secche, & tagliente, e perciò è piaciuto alli eccelienti moderni rinontiare cotal via totalmente àgli Oltramontani, con tenersi tuttavia alla perfetissima strada del’oglio, da quella dunque li più se ne servono per certi loro bisogni comuni, come è nel far feste, scene, paesi, archi trionfi, con altre tali rapresentationi improvise, le quali gli accadono alle volte per compiacere à i loro Signori, & in quelle se ne spacciano con un modolibero, & espedito, col darli essi dopo la colla di terretta, sopra la quale poi vi lavorano, come sul fresco mentre stà verde ò facciano colorito in quelle, o di bronzo, di chiaro e scuro, perche tutti gli è riuscibile; tali saranno adunque li modi brevi, & facili delle opere del secco, lasciando il ragionare di cotal via, &  di tutto il restante à i botegai con le altre cose appresso più vili, si come fuor di modo aliene dalla nostra intentione.