Baldinucci 1728

Filippo Baldinucci, Notizie de’ Professori del Disegno da Cimabue in qua. Secolo V. dal 1610 al 1670. Distinto in Decennali. Opera postuma, Firenze [Giovanni Gaetano Tartini – Santi Franchi] 1728.


Filippo Baldinucci (1625–1696) was a renowned Florentine art theorist, connoisseur, historian, and biographer who worked under the patronage of the Medici family. Building upon Vasari’s legacy, he devoted considerable attention to the lives and works of his contemporaries. His Notes on Italian Masters from Cimabue to the Artists of His Own Time were published posthumously in 1728. The excerpt presented here is taken from the biography of the painter Baldassare Franceschini, known as Il Volterrano (1611–1690). It includes a passage describing the decoration of the Florentine church of Santissima Annunziata and gives an account of the rotating scaffold constructed there for the painters’ work in the dome.


DELLE
NOTIZIE
DE’ PROFESSORI
DEL DISEGNO
DA CIMABUE IN QUA
DECENNALE V.
DELLA PARTE I. DEL SECOLO V.
DAL MDCXXXX. AL MDCL.

BALDASSARE FRANCESCHINI
VOLTERRANO

Discepolo di Matteo Roßelli, nato 1611, † 1689.

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pp. 404–407

Dovendosi poi, in esecuzione de’ legati fatti dal Senator Donato dell’ Antella, Priore della Religione di Santo Stefano, spender gran somma di danaro per far dipignere la Cupola della Chiesa della Santissima Nonziata sopra il Coro, furono dal Serenissimo Granduca Cosimo III. oggi Regnante, deputati quattro Cavalieri de’ medesimi Operai di quella Chiesa, cioè il Senatore Balì Ugo della Stufa, il Senatore Carlo Torrigiani, Paolo Falconieri primo Gentiluomo di Camera di quell’Altezza, e Filippo Franceschi, i quali, con volontà del medesimo Granduca, diedero al Volterrano la commissione di quella grand’ opera. Poco dopo, cioè la sera de 12. di Gennajo 1676, cominciò egli a fare il primo disegno e invenzione; e giacchè aveva egli per avanti dipinto, come abbiamo detto, il gran quadro della soffitta della stessa Chiesa, dove avea figurata Maria Vergine, in atto di volarsene al Cielo; nella pittura di questa cupola pensò di far vedere la Santissima Trinità nella sua gloria, in atto di ricevere essa Vergine Santissima, per coronarla Regina e ciò gli piacque di fare, non tanto per seguitar la storia, quanto per non cader nello stesso concetto, da se medesimo già espresso nella Cupola de’ Signori Niccolini nella Chiesa di Santa Croce, in cui fece vedere la Santissima Vergine Incoronata. Intanto s’incominciarono ad investigare maniere da potere alzare i palchi o ponti, che a tale operazione doveano servire. Presentavasi a primo aspetto la gran difficoltà del non potersi raccomandare loro fermezza alle parti laterali per entro la cupola o tamburo di essa: non dentro la cupola, per non rompere le legature de’ mattoni: non dentro il tamburo, per esser egli sotto il cornicione, e per conseguenza assai più basso del posare della volta, al pari del quale esso palco o ponte dovea camminare dentro un vano di ben quaranta braccia di diametro; sicchè faceva di mestieri appoggiare tutto il peso e la sicurezza di sì gran macchina al piano di terra in profondità di trenta braccia e un terzo. Eravi poi la difficoltà maggiore, cioè che alzandosi da esso piano del palco il colmo della cupola ventisette braccia, bisognava provvedere al modo di situar palchi sopra palchi, e seconda del voltare e ristrignere che andava facendo la cupola, fino al punto di mezzo della parte piùalta: e questo per lo medesimo fine di poterla dipignere tutta. nasceva finalmente la terza difficoltà, di doversi operar per modo, che il pittore (al quale non s’apprestava altro lume) potesse valersi di quello, che di sotto in su portavano le finestre del tamburo, e ch’ e’ potesse altresì discostarsi dalle figure, girando attorno per osservarne le proporzioni, ed altro fare, che l’arte sua richiedesse. Molte furono le proposizioni, che da diversi maestri di legname, in lor mestiere pratichissimi, furon fatte: e molti altresì i modelli, che ne furon dati a vedere agli Oprai ed al pittore medesimo, ne’ vari congressi, che a tale effetto si fecero. Concludeasi finalmente, che il palco dovesse reggersi a forza d’ abetelle in buon numero, da fermarsi nel pian di terra; con che veramente non solo grandissimo impaccio si sarebbe apportato e al Coro e al girare attorno fra esso e le Cappelle, che in numero di nove occupano la circonferenza del teatro, che regge essa cupola; ma per quanto ha mostrato poi l’esperienza, per non esservisi in tal caso potuto far girar sopra il castello, di che appresso si farà menzione, sarebbe stato quasi del tutto impossibile il poterla comodamente dipignere. Quando per particolare assistenza (come è stato creduto da’ più) della gran Madre di Dio, la gloriosa figura della quale dovea rappresentarsi in quel luogo, un tale Biagio Vestri, legnaiuolo di professione, senz’ essere da veruno ricercato, si messe a fare un modello di nuova invenzione, che messo poi in opera, avendo tolte di difficoltà, servì mirabilmente al bisogno in ogni cosa: ed io mi persuado, che non sarà per dispiacere, che io ne dica in questo luogo alcun più minuto particolare. Volle adunque i Vestri, che senza l’ ajuto delle tante abetelle tutto il gran palco, e con esso ogni altra macchina o peso, sopra un solo sostegno fermato in terra si reggesse: ed operò nel seguente modo. Prese egli due ben grosse travi d’ abeto, e quelle con una nuova invenzione d’ incastratura l’ una all’ altra per ritto collegò sì forte, che fu opinione, ch’ elle non fossero in quella parte della commettitura meno stabili, che in ogni altra lor parte: e questa trave per di sotto ficcò ritta per qualche braccio nel pian di terra nel bel mezzo del Coro, che torna appunto nel centro corrispondente a tutto piombo al mezzo della più altra parte della cupola. Cingevano l’ estremità di essa trave, a corda del piano del cornicione, venti pianoni dello stesso legname, i quali spiccandosi a guisa di raggi dalla circonferenza della cupola, dove erano nel muro con distanze eguali bene incastrati e murati, ristringendosi equalmente a proporzione, urtando in essa trave forte la serravano nel suo piombo, essendo in quella parte del cogniungersi colla trave, ajutati e retti da alcuni pezzi di piane a guisa di mensole in essa fortemente confitti: e perchè questi pianoni, sopra i quali si dovea impalcare, stendendosi sopra un vano di venti braccia per ciascuno in circa, non averebbero potuto resistere al gran peso senza fiaccarsi, il Vestri avendoli spartiti in tre spazi, raddopiò gli spazi di mezzo con altrettanti simili pianoni, alle teste di ciascheduno de’ quali da i due lati, cioè a dire dal tamburo della cupola, e dalle trave di mezzo puntavano due correntoni, uno di circa braccio dodici, che si spiccava di sopra il primo cornicione in fondo al tamburo, e l’ altro, che a foggia delle asticciuole corte del Parasole, si partiva da dieci braccia di sotto dal fusto della medesima trave di mezzo, la quale in quel luogo era cinta da un forte bastone, o vogliamo dire ghirlanda o cornice dello stesso legno, consitta forte, acciocchè potesse puntarvi sopra con maggior sicurezza. E questa fu l’ ossatura del belissimo e saldissimo palco o ponte; la quale lasciando tutto il piano della Chiesa libero, altro impaccio non apportò al Coro di quello che potè fare la grossezza di una sola trave: e fu atta a sostenere la gran quantita di legname, che le servì di coperta, e l’ gran castello movibile sopraccennato, del quale ora faremo particolare descrizione. È pero da avvertire, che tale ossatura non si coperse mai più che mezza per volta, cioè da quella parte, dove s’andava dal pittore operando: e questo a bello studio si fece, affinchè dall’ altra parte non coperta potesse aversi il lume di sotto in su, come dicemmo: e perchè egli medesimo così volendo, potesse talvolta dal piano della Chiesa vedere il proprio operato, coprendo per qualche parte con tende ed altre tele, acciochè per di sotto non potesse esser veduto nè l’ artefice nell’ atto del dipignere, nè tampoco l’ opera medesima, fino a che non fosse interamente compiuta. Per ascendere al palco, il Vestri fece una scala a cassetta, che per entro il tamburo della cupola, lungo il muro, sopra il più basso cornicione si alzava in braccia dodici, con suo appoggiatojo o spalletta dalla parte di verso i coro, per sicurezza e comodità di chi dovea salire. E tanto basti, quanto al palco il quale facendo piano solamente a corda del posare della cupola sopra l’ cornicione, avea bisogno poi d’ altri palchi, per potervi sopra stare a dipignere per le ventisette braccia di spazio a piombo, che da essso piano fino al suo colmo s’ alze la parte interiore della cupola. Per tale effetto si feciono nuovi congressi, coll’ assistenza principalmente dell’ ottimo ingegno del Falconieri soprannominato, uno degli Operai: finalmente fu dallo stesso Volterrano inventato e stabilito il pensiero della seguente bellissima macchina, da loro nominata castello: la quale con occupare per altezza tutto lo spazio delle ventisette braccia soprannotate, per lunghezza venti, per larghezza dalla parte del centro quattro, e dodici di verso la circonferenza della cupola, venisse ad esser composta d’ una immensa quantità di legname: e contuttociò si poteva, secondo il bisogno del pittore, facilmente movere in giro con una semplice leva da una, o al più al più, da due sole persone: e questo fece nel seguente modo. In cima alla gran trave, che detta abbiamo, situò un toppo dello stesso legno, nel quale fecero fermare forte un dado d’acciajo per la larghezza di un quarto di braccio in circa: ed in questo era un’apertura incavata a mezzo cerchio, nella quale un grosso palo di ferro, a bilico s’introduceva, che diramandosi per di sopra in alcune grosse striscie o spranghe, con esse veniva ad abbracciare e fortemente strignere, mediante le gagliarde conficcature, una trave, alla quale era raccomandata tutta la macchina dalla deretana parte. Questa trave nella sua estremità aveva congiunto un altro grosso palo di ferro, che entrando in lunghezza di circa un braccio e mezzo in una piccola apertura, che è nel punto di mezzo del colmo della cupola, poteva girare per ogni verso colla medesima trave, con cui anche dovea girare tutto ‘l castello ad essa annesso: il qual castello, come si disse, in larghezza di braccia quattro dalla parte centrale, e dodici da quella verso la cupola, era ordito di certi pianoni, che faceva telajo per lo largo e per lo ritto, da’ quali altri pianoni si partivano alla volta della circonferenza, tanto da basso, che nel mezzo ed a sommo, diminuendo in lungezza a proporzione del voltare e strignere, che andava facendo la cupola, e per entro i medesimi telai eran fatti tanti palchi, quanti ne abbisognavano al pittore dall’ infimo fino al supremo grado di sua pittura. All’uno ed all’altro palco s’ ascendeva per alcune scale a cassetta, formate dentro allo stesso castello, con loro spallette, appoggiatoi e riposi comodissimi e sicuri, a somiglianza di quelli degli edificj domestici. L’armatura poi del castello, composta, come si disse, di pianoni e di tavole, era cosa maravigliosa a vedersi. E perchè la macchina, che dalla parte centrale si reggeva affissa alla trave, e girava con ella, alzata però alquanto dal pian del palco, potesse nella parte verso la cupola larga braccia dodici, comodamente camminare in piano, mediante due grossi rotoni di legno di un sol pezzo quivi impernati in una piana, fece circondar la cupola sopra il cornicione, e sopra i raggi o pianoni o ossatura del palco con alcuni panconi, lunghi dodici braccia per ciascuno, larghi cinque e grossi un quarto, augnati e confitti stabilissimamente l’uno coll’altro: e questi non solo servirono al Volterrano per lo rigirare del castello, ma ancora per comodamente camminare attorno alla cupola, per discostar l’occhio dall’operato, nel tempo che il palco, a cagione del necessario lume, stava aperto per la metà solamente. Opere in somma furono queste da ogni persona lodatissime; che però io ho creduto non esser cosa del tutto impropria il fare di esse in questo luogo qualche memoria, almeno in ossequio di coloro, che ne furono inventori, fra’ quali il Vestri erettore del palco o ponte, non prima ebbe dato a sua bella fatica compimento, che assalito da grave infermità, e divenuto preda della morte, dobbiamo credere, che ne andasse a godere gli applausi in Cielo. Dato che fu compimento al tutto il Volterrano diede principio a porre in opera il suo bel concetto, il quale espresse prima in tanti cartoni azzurri, disegnati e tocchi a chiaroscuro con brace e gesso: e quegli rapportò attorno attorno alla superficie della cupola, per soddisfarsi bene anche dal piano di terra, dell’ effetto che facevano le parti, e con esse il tutto: e fu questo un lavoro di molti mesi.

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