Mengs 1780/I

Antonio Raffaello Mengs, Opere I, Parma [Stamperia reale] 1780.


MEMORIE
CONCERNENTI LA VITA
DI ANTONIO RAFFAELLO MENGS
PRIMO PITTOR DI CAMERA
DI CARLO III RE DI SPAGNA.

[Giuseppe Niccola d’Azara]

. . .

pp. XV–XVII

Terminata questa copia pose mano al gran Quadro di Dresda col maggior impegno e gusto; e mentre era molto inoltrato sopravvenne la Guerra tra l’Imperadrice-Regina, e il Re di Prussia, che cagionò l’invasione della Sassonia, e la fuga del Re da’ suoi Stati, donde provenne l’interruzione degli stipendj. Ridotto MENGS alle maggiori angustie fu costretto di accettare que’ lavori, che gli si presentavano da’ Particolari per mantenere la sua Famiglia, che ogni anno cresceva. Pensò, che bisognava farsi conoscere maggiormente al Pubblico per mezzo di qualche Opera, che spiccasse alla vista di tutti; e a tal effetto abbracciò l’occasione di un Quadro a fresco, che i Padri Celestini volevano fare nella volta della lor Chiesa di Sant’Eusebio. Il Padre Abate del Giudice desiderando, che i suoi Religiosi non trovassero altro Pittore corrispondente al pochissimo danaro che cercavan dargli, si portò da MENGS, e gli propose se voleva farlo, dicendogli però chiaramente il poco, che poteva pagargli, e che doveva far conto di lavorare per elemosina, poichè soltanto poteva egli far le spese de’ palchi, e de Muratori, e donargli dugento scudi. Malgrado sì inique condizioni MENGS accettò l’impresa pel desiderio di farsi conoscere, e di esercitarsi in un genere di Pittura, in cui niuno allora s’impiegava in Roma, dacchè Corrado Giaquinto era passato a Madrid. Terminata l’opera riportò un applauso generale, tenendosi prima per impossibile eseguire a fresco tinte di quella fatta. E benchè la Composizione non fosse del gusto de’ Pittori dell’ ultime Scuole, non potevano però censurarvi diffetti essenziali, e fu celebrata più di quello, che lo stesso Autore poteva sperare.

. . .

p. XXI

Il numero delle Opere fatte da MENGS a fresco, e ad olio nella Spagna è incredibile rispetto al tempo, e alla poca salute, che vi ha goduto. Darò non ostante alla continuazione di queste Memorie un ragguaglio di tutte, contentandomi per ora di accennare le principali, proseguendo la relazione della sua vita. Incominciò egli dal dipingere la volta della camera del Re, dove rappresentò la Corte degli Dei, e vi fece spiccare l’espressione la più sublime, l’armonía la più pura, e le tinte le più soavi a fresco, non mai vedutesi sino ad ora in altro Pittore del Mondo. Gl’ignoranti nel tempo stesso che rimanevano incantati a questa pittura, chiamavan fredda, e disanimata la sua composizione, perchè erano avvezzi a giudicare per mezzo de’ soli occhi, e a far poco, o niuno uso della ragione. Quel riposo delle figure, e quel carattere di divinità, che occulta tutte le imperfezioni, e necessità umane, non può muovere chi è tagliato pel fracasso di Giordano, e per le storppiature di Corrado.

. . .

pp. XXVII–XXIX

Intraprese dunque la pittura del Gabinetto del Museo, che si destinava nel Vaticano per custodia de’ frammenti dei Papiri antichi. Nel Quadro di mezzo alla volta egli rappresentò lo stesso Museo, e in esso la Storia, che sopra al Tempo sdegnato scrive le sue memorie: Giano da un fianco, e dall’ altro un Genio in atto di portare al Museo alcuni rotoli di Papiri: la Fama volando annunzia al Mondo il Museo, e senza essere tanto orrenda, come la Sorella d’Encelado, si conosce nondimeno lei essere pedibus celerem, et pernicibus alis. La composizione, il colorito più brillante e soave che se fosse ad olio, la magía del chiaroscuro, l’espressione, e una certa armonía, e riposo, che acquieta, e fissa la vista, rendono questa Pittura il primo fresco del Mondo senza alcuna esagerazione. Su i soprapporti egli effigiò Mosè, e San Pietro seduti entro nicchie accompagnati da Genj. Nella fisonomía del primo si scorge l’autorità del Legislatore confidente di Dio, e nel secondo la Fede, che non esamina. Egli dipinse quest’ultimo a tempra, per non danneggiare con la calce del fresco le dorature, che intanto s’eran fatte per gli ornamenti. I quattro Genj, che accompagnano le nicchie, sono d’una bellezza ideale tanto sublime, che lo sguardo non si sazia di mirarli, nè la ragione di ammirarli. Anco gli ornati di questo sontuoso Gabinetto sono di suo disegno, e diretti da lui, e alludono alle Arti Egizie, per essere i Papiri manifattura di quel Paese. I Marmi, i Bronzi, l’Architettura han tutti la stessa allusione: il solo pavimento non è disegno di MENGS.

. . .


PARTE TERZA.

ESEMPJ DEL GUSTO.

. . .

CAPITOLO II.

DELLE PARTI DELLA PITTURA,
E DE’ PREGI , E DIFETTI
DI RAFFAELLO.

. . .

III

DEL COLORITO DI RAFFAELLO .

pp. 146–147

Non deve recar maraviglia, che i Quadri a fresco di Raffaello sieno di miglior Colorito degli altri suoi dipinti ad olio. Eccone le diverse ragioni. Egli avea pratica di lavorare a fresco più che in qualunque altra maniera. I colori di terra, ch’egli adoperava, compariscono molto più belli a fresco, che ad olio. Ei non poteva servirsi de’ suoi Discepoli per abbozzare i suoi freschi, come faceva ad olio, in cui impiegò Giulio Romano, il quale abbozzò quasi tutte le sue Opere. Non può essere a meno, che non si conosca l’abbozzo ne’ Quadri terminati, perchè se si mutasse interamente l’abbozzo, sarebbe inutile il farlo. Raffaello avea molte occupazioni, e l’inventare, e il disegnar tante cose non gli lasciavano tempo per dipingere di propria mano i suoi Quadri ; onde non faceva in essi che quello, che Giulio Romano non sapeva fare. Visse in oltre troppo poco per vedere l’alterazione, che potevan soffrire le sue Pitture ; e perciò si contentava di ritoccarle leggiermente, ma con diligenza, poichè io credo, che non le lasciasse uscir dalle sue mani che quando le stimava ben terminate. La Pittura ad olio ha però l’inconveniente, che il primo fondo trasparisce sempre quando l’umidità, e il grasso dell’olio si è esalato; onde allorchè i Quadri sono vecchi perdono il lustro dell’ultima mano, e lasciano scoprire i colori, e i pentimenti, che stanno di sotto.

. . .