Algarotti 1765/VII

Francesco Algarotti, Opere VII, Livorno [Marco Coltellini] 1765.



RACCOLTA
INEDΙΤΑ
DI PENSIERI DIVERSI
SOPRA
MATERIE FILOSOFICHE, E FILOLOGICHE.


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pp. 156–159

Niuno parla meglio della Cetra, diceva un savio, che il Citarista.

. . . . cui lecta potenter eritres [!]
Nec facundia deseret unquam nec lucidus ordo

disse un altro, che non so qual fosse più savio o ingegnoso. Coloro in somma che fanno meglio una cosa, è ben ragione, che meglio degli altri ne parlino ancora e ne scrivano. Nessuno ha meglio scritto di pittura, che il Vasari il quale era pittore di professione. Annibal Caro con cui avea conferito la opera sua, lo loda moltissimo per la chiarezza dello stile, per la proprietà, per aver saputo in poche parole stringere molte cose, per non mettere il verbo in ultimo, per aver fuggito ogni pedanteria ed affettazione tanto comune a quella sua età. Potea lodarlo altresì per la vivacità della espressione e per l’ uso di certe metafore e similitudini, che presentare non si sogliono, se non alla mente di coloro, che sono padroni della materia che trattano, e con essa conservano, come si esprimon gl’ Inglesi. Per esempio là dove dice che di sotto in su ben fatti bucano le volte, che il colore troppo acceso offende il disegno, lo abbacinato, smorto, abbagliato e troppo dolce pare una cosa spenta, vecchia e affumicata. Gl’ ignudi degli antichi pittori, dic’ egli, ancora non erano ricerchi con muscoli, con quella facilità graziosa e dolce, che apparisce fra il vedi e non vedi, come fanno la carne e le cose vive. Parlando della pittura a fresco, dice che disteso il cartone sul muro, s’ incomincia dal calcare i dintorni con un ferro sull’ intonaco della calcina, la quale per esser fresca acconsente alla carta, e così ne rimane segnata: E parlando della difficoltà di tal modo di dipingere, dice che è il modo più risoluto, franco, e virile che vi sia. Si lavora al bujo, dic’ egli, o con occhiali di colori diversi dal vero; perchè l’ occhio non vede i colori veri infino a che la calcina non è ben secca. Mille altre, con simili maniere s’ incontrano nell’ opera sua, che la rendono animata e viva, e per le quali merita giustamente onoratissimo luogo fra gli scrittori. Di tali maniere se ne trovano eziandio nell’ opera di quello eccellentissimo Architetto Andrea Palladio. Le cornici per esempio, che salgon sopra le volte, che per esser maniera che sente un poco del Veneziano non è però meno viva; i frontespizi fatti per accusare il piovere delle fabbriche, pietre avvezze a’ venti, alle piogge, e al ghiaccio, il piombo negro si lascia maneggiar dal martello, le progetture troppo grandi delle cornici, se sono in luogo chiuso, lo fanno stretto e garbato. E qual ricca espressione, dirò così, non è quella, là dove dice che si faranno le fronti dei tempj, che guardino sopra grandissima parte della città, acciocchè paja la Religione esser posta come per custode e protettrice de’ cittadini? Il suo stile è come le sue fabbriche, semplice, sodo, chiaro e non senza venustà. L’ ornamento risulta da quello che opera: è un intero e ben finito corpo, nel quale, per servirmi delle medesime sue parole, l’ un membro all’ altro conviene e tutte le membra sono necessarie a quello che si vuol fare. Egli è molto strano che da niuno si trovi esaltato il Palladio come scrittore, nè meno da quelli che ne hanno scritto espressamente la vita, i quali, secondo il costume, esser ne dovriano i panegiristi, e in fatti lo sono anche in quelle parti dell’ arte sua dove egli non è stato così eccellente. Ciò viene, credo io da questo, che la più parte non crede che uno possa valere moltissimo in più di una cosa, non crede che colui, il quale ha maneggiato la sesta e la squadra buona parte della vita sua, possa a un bisogno ben servirsi della penna, e crede soprattutto che una voce non pretta Toscana, e nelle scritture del Palladio se ne trovano tal volta di così fatte, basti a disonorare un libro, e a farlo riporre con gli annali di Volusio, a cui diede Catullo quel così sudicio aggiunto che ancora pute.

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