Algarotti 1765/VI
Francesco Algarotti, Opere VI, Livorno [Marco Coltellini] 1765.
Count Francesco Algarotti (1712–1764) was a versatile Italian scholar, philosopher, essayist, and art theorist. His wide-ranging interests encompassed the natural sciences, medicine, physics, architecture, and opera, and he maintained close contact with leading figures in politics, religion, culture, and science. From the sixth volume of his collected works, we present a letter dated May 10, 1756, addressed to the painter Giampietro Zanotti, founder and secretary of the Accademia Clementina, which includes various remarks on quadratura, as well as a letter dated August 5, 1756, in which Algarotti responds in an affirmative tone to the Bolognese canon and painter Luigi Crespi’s extensive critique of the restoration and retouching of paintings by the great masters. A further letter, addressed to the Venetian painter Giambattista Tiepolo (1696–1770) and dated March 25, 1760, offers a noteworthy appraisal of several Bolognese quadraturists.
pp. 36–41
AL SIGNOR GIAMPIETRO ZANOTTI
A BOLOGNA.
Venezia 10. Maggio 1756:
Dalla gentilissima vostra lettera sento che il mio Saggio sopra la Pittura abbia trovato grazia dinanzi agli occhi vostri, amatissimo mio Signor Giampietro, il quale da così gran tempo siete maestro così nell’ arte del dipingere, come del dire. Io ne godo e trionfo senza fine, per usar parole del nostro Bembo, che già le mie non arriverebbono ad esprimervi quanto io me ne compiaccia. Singolarmente poi godo che in quel mio libretto ci abbiate trovato cose avvertite anche da voi medesimo. So il concetto in che le ho da tenere.
Anche voi dunque avvertito avete la utilità che verrebbe a’ pittori non picciola se avessero allato chi gli dirigesse, come gli eroi di Omero avevano quasi sempre alle costole un Dio. E massimamente in questa nostra età, che gli artefici poco o niente studiosi, non si possono in molti passi reggere e condurre di per sé, che le lettere e le arti non si sposano più insieme; anzi pare che le cose belle abbiano fatto divorzio tra loro. Governati i pittori da una mente ad essi superiore non cadrebbono in molti errori in cui cadono alla giornata; quello che conviene servirebbe loro di scorta in ogni loro fantasia, e non dipingerebbon cose che hanno ripugnanza col luogo in cui sono dipinte. Non parlo io già di coloro che nelle volte fan vedere il pavimento di una stanza, ed anche a un bisogno vi hanno rappresentato dell’ acqua.
Sono questi errori troppo massicci, diciam’ così, di grammatica pittoresca. Benchè ne sono invalsi alcuni altri ed hanno preso piede, che per esser fatti comuni non sono forse meno massicci. Quello per esempio di dipinger colonnati e logge scoperte nelle stanze dove uno dorme e si scalda al cammino, quello di figurar nuvole, profeti, e sibille ne’ pennacchi di una cupola, e coprire in tal modo le membrature principali, la ossatura della fabbrica. Non avea forse tutto il torto quel mastro di Casa Balbi in Genova, quando egli si torceva così un poco al veder le pitture del Metelli e del Colonna. Vi ricorderete che il Malvasia riferisce come a quell’ uomo dabbene non poteva entrare quel loro nuovo modo di dipingere tanto diverso dall’ usato degli antichi, quella quadratura ornata con mille bizzarrie di figure, di frutta, di festoni, di fiori, di cartellami e simili, che tal maniera egli la chiamava chimerica e fantastica, lontana dal possibile non che dal vero, e che tali novatori egli li citava dinanzi alle opere di Pierino del Vaga, che in Genova avea dipinto il Palagio Doria nelle quali specchiarsi pur doveano. In fatti, facciasi, il mio caro Signor Giampietro, ragione al vero, come si ha a comportare di vedere sulla cornice di una volta, su per li remenati delle porte o finestre di vedervi, dico, dipinti dei puttini, e altre simili figure? In tali luoghi cioè dove per conto niuno stare ci potrebbono le persone; se già non vi fossero fitte co’ piombi, o attaccate con le stringhe.
Quodcunque ostendis mihi sic incredulus odi
Per quanto sieno palpabili ed ovvie tali verità, è pur mestieri farle avvertire agli artefici. Per cercare il maraviglioso danno nel falso; e non è così facile dar loro ad intendere che il bello sta dentro a’ confini del naturale e del semplice.
Parmi sentirvi dire fin di qui, caro il mio signor Giampietro, che la predica non è cattiva; ma che ella è ancora più fatta per li pittori Veneziani, che non è forse per li Bolognesi. Frate tu vai voi aggiungete col vostro Petrarca,
Mostrando altrui la via dove smarrito
Fosti sovente & or se’ più che mai.
Verissimo: e piacesse al Cielo, che di tal predica ne ricavassero i nostri alcun profitto. Ma troppo sono gli esempi, che gridano in contrario. E tanto più è da temere la loro autorità quanto che sono de’ più accreditati maestri e del miglior secolo. Sarebbe il caso del vecchio epigramma sopra le donne. Delle ree a centinaia, a migliaia, non ci è fine; ma delle buone? una Penelope, una Ipermetra, e poi?
Una Penelope per altro, e moderna, ve la potremmo mostrare. Nella Sala del Palazzo Pisani alla Mira è con grandissima convenienza dal Tiepolo, e dal Mingozzi dipinto il ricevimento fatto già nel medesimo Palazzo da quella nobile Famiglia ad Arrigo III. Re di Francia. La Storia principale è rappresentata nel fianco destro del muro della Sala, che rimane assai spazioso tra due porte poste quasi negli angoli. A traverso di una grande apertura finta nel muro vedesi il Re che monta i gradini di una loggia con gran corteggio di gentiluomini Francesi e Pollacchi con paggi, guardie, nani, trombadori, e il resto; i Pisani in toga che lo ricevono ai gradini; nell’ indietro la Brenta con vario barchereccio, e di bei palagi e giardini; il tutto con pennello, ed isfarzo Paoloesco. Io posseggo la macchia di cotesto bel quadro, che son sicuro vi piacerebbe moltissimo. Benchè da voi quasi sopra tutti si coroni e mitrii il vostro Simon da Pesaro; già voi per questo non date agli altri l’ esclusiva. Nel fianco sinistro della Sala, per esservi nel mezzo la porta della scala, che conduce al piano superiore rimangono tra essa e le porte degli angoli corrispondenti a quelle del fianco opposto due spazi non così larghi. In quelli spazi sono rappresentate due finestre con poggiuoli che metton nella Sala, e molte persone atteggiate con grazia Venezianesca, che stanno a vedere l’ arrivo del Re. Dai capi della Sala non ci era luogo a figure per esserci così nell’ uno come nell’ altro due finestre, e un portone tra due. Nella volta è finta un’ apertura, come nel Panteon, ma quadrilunga, con sua ringhiera; e intorno ad essa si veggono altre persone, donne, uomini, e ragazzi bizzarramente vestiti anch’ essi, che guardano giù in Sala impazienti, che comparisca il Re.
Tutta la quadratura è a chiaroscuro che finge un bel marmo di Carrara, e fa un bellissimo campo alle figure. Voi pur sapete quanto di rado avvenga che il figurista e il quadraturista che ne’ freschi vanno di compagnia, vadano anche d’ accordo. L’ uno vuole ordinariamente spiccare alle spese dell’ altro: E il quadraturista esser dovrebbe col figurista il basso col soprano. Or quello che tanto si desidera altrove, praticato vedesi in quella Sala dipinta dal Mengozzi e dal Tiepolo. Ogni cosa è armonica nella composizione e ben mostra ch’ ella fosse in ciascuna sua parte regolata da un maestro di cappella, che entrasse come terzo a compor le liti che ebbero in altre operazioni quei due valenti pittori.
Se io nella pittura ho qualche fondato diletto, da voi, amatissimo Signor Giampietro, io debbo in gran parte riconoscerlo. Negli anni miei primi quando io usava la casa vostra, e beveavi il latte della Filosofia, erano da me sempre gittati gli occhi su’ tanti bei disegni del vostro Simone, dei Caracci, di Guido, che l’ arricchivano, su’ tanti bei modelli di Alfonso, su’ freschi di Niccolino. Di pittura io vi sentiva spesso ragionare con quello, Onor vero di Bologna, Eustachio Manfredi, il quale di niuna cosa fece mai un men retto giudizio: ed era in tante, giudice sovrano. E molto più io approfitterò da voi in questa bella arte, quando uscirà il libro, che voi da lungo tempo ne fate sperare.
pp. 49–50
AL SIGNOR CANONICO
LUIGI CRESPI
A BOLOGNA.
Cavallina 5. Agosto 1756.
Con grandissimo mio piacere ho letto la erudita lettera sua sopra un’ arte, in cui ella non meno vale con la penna che col pennello.1 Assai chiaramente ella mostra il torto che si fa grandissimo alle vecchie pitture a fresco volendole riparare, come fan coloro che non hanno punto penetrato i principj meccanici della pittura. Per riavere il tutto si viene a perdere anche le parti, che rimaneano illese dal tempo. Mi sovviene avere più d’ una volta udito dire al più gran frescante de’ nostri giorni, che non ci è via di ritoccare il fresco, sicchè non apparisca il ritocco, o vogliam dire la magagna. L’ unire il nuovo col vecchio (benchè il nuovo non sia che di pochi mesi più nuovo) non è da sperare: Nè meno chi ritocchi le proprie sue opere. Che sarà poi se oltre una tal magagna venga ad apparire quella ancora più sconcia di assai, che certamente apparirà, se un mediocre pittore si attenti di metter mano nelle cose di qualche insigne maestro? Ben ella dee ricordarsi di quanto riferisce il Dolce nel suo Dialogo della pittura: Avea Fra Bastiano rifatte nelle camere del Palagio del Papa alcune teste di Raffaello guaste da’ Tedeschi nel sacco di Roma; le quali vedute da Tiziano, domandò allo stesso pittore, che per quelle camere il conducea, chi era stato quel presuntuoso, ed ignorante, che aveva imbrattati quei volti; non sapendo però che Bastiano gli avesse riformati, ma veggendo solamente la sconcia differenza che era dalle altre teste a quelle. Ma chi potrebbe aggiunger nulla alla pienissima lettera sua? Io altro non potrei che applaudire a quanto ella vi dice: E mi sottoscrivo d’ avanzo a quanto ella dirà nell’ altra sua sul ritoccare i dipinti a olio. Piaccia a Dio che la verità delle sue ragioni, la copia del suo stile, e il caldissimo suo zelo facciano nella Pittura quello, che desiderano tutti gli uomini di buon gusto, ma non ardiscono sperare.
pp. 102–105
AL SIGNOR
GIAMBATTISTA TIEPOLO
A VENEZIA.
Bologna 25. Marzo. 1760.
Niente poteva giugnermi più desiderato e più caro quanto la certezza ch’ ella mi dà che dentro al venturo mese io la troverò pure in Venezia. Dove mi sarà dato godere dell’ amabile sua compagnia, e dei frutti della sua virtù. Intanto me l’andrò facendo con la virtù Bolognese. La mia presente occupazione pittoresca, da che ella desidera pur saperlo, è il fare con tutta esattezza ricopiare a lapis alcuni pezzi di quadratura di questi antichi maestri. Copiati ch’ei sieno, se ne vanno esaminando ben bene le proporzioni, le legature, le piante: E prima che il bravo Maurino dia loro d’acquarello e di penna, vi si vanno rimutando dentro, con pace di quei grandi uomini, alcune cosette. Dio guardi che ciò fosse risaputo. Le so ben dire, che saremmo tassati di temerità, e condannati senz’ appello. È vero, che quegli autori non sono al presente tenuti in gran concetto. Segno è di questo, che si va per tutt’ altra strada che per la loro. Ma non importa; quella stessa ignoranza, che fa che non si stimino, fa ancora che non si fanno criticare, nè si vorrebbono udire criticati da altri. Il Dentone, il Mitelli e il Colonna sono i tre lumi senza dubbio della quadratura Bolognese. Ma questi lumi pur hanno anch’ essi qualche scurità che gli ranugola.
Il Dentone così esatto per altro, ed anche specchio per gli stessi Architetti, ha fatto talvolta le architravature troppo larghe, e da non potersi reggere; ha fatto posare gl’ interi ordini su’ mensoloni, non sul vivo del muro, come nella sala della Casa Vizzani in strada maggiore; ha fatto l’ Jonico non abbastanza svelto, ma tozzo quasi a foggia di Toscano; il che si vede nella famosa Prospettiva dei Servi, dove raccontano che si accoppasse un cane ingannatovi da certi scalini e dal piano.
Il Colonna che ha dipinto così tondo e di rilievo, così grandioso nelle sue invenzioni, che chiamar potrebbesi l’ Annibale della quadratura, non si può negare che non sia farraginoso di soverchio, e ciò mostra singolarmente la celebre sala de’ Locatelli da lui dipinta, dove ci è tanta roba che se ne empierebbono tre gran saloni. Ha pigliato ancora delle licenze da non si comportare in niun modo, per quanto si voglia condonare a’ pittori. E certo niuno gli vorrebbe passare quell’ aver rotto le membrature principali della fabbrica, quell’ avere traforato con renghiere ed altri suoi ghiribizzi la ossatura, come ha fatto tra le altre nella volta di S. Bartolommeo. Nel che fu troppo bene imitato dal suo allievo Pizzoli nel, per altro assai lodevol, soffitto della Madonna del Soccorso.
Il suo compagno Mitelli tanto lindo ne’ suoi dipinti, così vago di tinta, e di tale nobiltà, che nel suo genere è il Guido; sì non lascia di aver anch’ egli le sue taccherelle. S’ incontrano spesso nelle sue opere delle colonne troppo magre, delle basi goffe e di cattivo gusto, dei capitelli dorici bislunghi fuori di ogni giusta proporzione. Nelle prospettive della Chiesa di S. Michele in Bosco da lui dipinte fa morire una cornice contro un arco, e non ha avuto scrupolo di accoppiare con le colonne Doriche un sopraornato di ordine Jonico: E in una delle prospettive di S. Salvatore, ed è la più famosa, la pianta di una scala, che ne fa il giuoto principale, combatte in modo con la pianta del rimanente del sito, che per non esserne offeso, ci vuole tutta la magia di quello ammirabile dipinto.
Queste e altre simili considerazioni si vanno da noi facendo sopra le più belle opere, non andando presi alla sonorità de’ nomi, ma giurata soltanto fede alla maestà del vero. Così si mette in giusta bilancia il loro valore, e così dagli esempj degli artefici si può apprendere, o almeno raffinar l’ arte. Tali considerazioni fece non ha dubbio anche il Chiarini morto in questi ultimi tempi, come quegli che dei maestri che il precedettero seppe imitar le virtù, e star lontano dai vizj. Esattissimo nella delineazione, elegante nelle proporzioni e nelle forme degli edifizj, di una simplicità che sente dell’ antico, di una ingenuità, dirò così, nel dipingere senza pari, direi quasi, ch’ egli ha la palma tra’ suoi rivali. E non so se la Cappella, che è nell’ Annunziata da lui dipinta, non sia forse il capo d’ opera della quadratura Bolognese.
Così pure ha adoperato e adopera il Maurino. E però egli tiene ora il campo, nè è da credere, che si presenti chi gliel contrasti. Oltre alle cose degli antichi maestri ha guardato ancora a’ moderni: E ciò per fecondarsi la mente, atteggiare in più modi l’ ingegno, e pigliare il buono ovunque e’ si trovi. Una prigione del Sig. Antonio Bibbiena non piena di tritumi e di trabiccoli, non soverchiamente traforata, ma soda, di regolata pianta, e ben massata di lume, ho io fatto novellamente copiare a lapis; ed egli l’ ha toccata di acquarello e di penna con grandissimo suo piacere. Ma qual piacere non sarà il suo al veder le belle fabbriche di Venezia, di Verona, di Vicenza, e le reliquie del superbo impero sovra ogni cosa, che pur si conservano in Roma! Io ce lo condurrò il prossimo inverno, e parmi fosse pure il gran peccato a non pascere dell’ orzo il più eletto un così nobil corsiere.
Ella intanto mi aspetti vogliosissimo di rivederla, e pieno di amicizia, e di stima.
Notes
- For Crespi’s letter see Crespi 1759. ↩︎
