Bellori 1672
Pietro Bellori, Le Vite de Pittori, Scultori et Architetti moderni, Roma [Successore al Mascardi] 1672.
pp. 3–14
L’ IDEA
QUEL sommo, ed eterno intelletto autore della natura nel fabbricare l’opere sue maravigliose altamente in se stesso riguardando, costituì le prime forme chiamate idee; in modo che ciascuna specie espressa fù da quella prima idea, formandosene il mirabile contesto delle cose create. Ma li celesti corpi sopra la luna non sottoposti a cangiamento, restarono per sempre belli, & ordinati, qualmente dalle misurate sfere, e dallo splendore de gli aspetti loro veniamo a conoscerli perpetuamente giustissimi, e vaghissimi. Al contrario avviene de’corpi sublunari soggetti alle alterationi, & alla bruttezza; e sebene la Natura intende sempre di produrre gli effetti suoi eccellenti, nulladimeno per l’inequalità della materia, si alterano le forme, & particolarmente l’humana bellezza si confonde come vediamo nell’infinite deformità, e sproportioni, che sono in noi. Il perche li nobili Pittori, e Scultori quel primo fabbro imitando, si formano anch’essi nella mente un esempio di bellezza superiore, & in esso riguardando, emendano la natura senza colpa di colore e di lineamento. Questa Idea, overo Dea della Pittura, e della Scoltura aperte le sacre cortine de gl’alti ingegni de i Dedali, e de gli Apelli, si suela a noi, e discende sopra i marmi, e sopra le tele; originata dalla natura supera l’origine, e fassi originale dell’arte, misurata dal compasso dell’intelletto, diviene misura della mano, & animata dall’immaginativa dà vita all’immagine. Sono certamente per sentenza de’maggiori filosofi, le cause esemplari ne gli animi de gli Artefici, le quali risiedono senza incertezza perpetuamente bellissime, e perfettissime. Idea del Pittore, e dello Scultore è quel perfetto, ed eccellente esempio della mente, alla cui immaginata forma imitando, si rassomigliano le cose, che cadono sotto la vista: tale è la finitione di Cicerone nel libro dell’Oratore à Bruto. Ut igitur in formis, & figuris est aliquid perfectum, & excellens, cuius ad excogitatam speciem imitando, referuntur ea quae sub oculis ipsa cadunt, sic perfecta eloquentiae speciem animo videmus, effigiem auribus quaerimus. Così l’Idea costituisce il perfetto della bellezza naturale, & unisce il vero al verisimile delle cose sottoposte all’occhio, sempre aspirando all’ottimo, ed al maraviglioso, onde non solo emula, ma superiore fassi alla natura, palesandoci l’opere sue eleganti, e compite, quali essa non è solita dimostrarci perfette in ogni parte. Questo pregio conferma Proclo nel Timeo dicendo, se tù prenderai un huomo fatto dalla natura, & un altro formato dall’arte statuaria, il naturale sarà meno prestante, perche l’arte opera più accuratamente. Ma Zeusi, che con la scelta di cinque vergini formò l’immagine di Elena tanto famosa da Cicerone posta in esempio all’Oratore, insegna insieme al Pittore, ed allo Scultore a contemplare l’Idea delle migliori forme naturali, con farne scelta da vari corpi, eleggendo le più eleganti. Imperoche non pensò egli di poter trovare in un corpo solo tutte quelle perfettioni, che cercava per la venustà di Helena, mentre la natura non fà perfetta cosa alcuna particolare in tutte le parti. Neque enim putavit omnia quae quaereret ad venustatem uno in corpore se reperire posse, ideo quod nihil simplici in genere omnibus ex partibus natura expoliuit. Vuole però Massimo Tirio che l’immagine de Pittori così presa da corpi diuersi partorisca una bellezza, quale non si trova in corpo naturale alcuno, che alle belle statue si auvicini. Lo stesso concedeva Parrasio à Socrate, che’l Pittore propostosi in ciascuna forma la bellezza naturale, debba prendere da diuersi corpi unitamente tutto ciò che ciascuno a parte a parte ottiene di più perfetto, essendo malagevole il trovarene un solo in perfettione. Anzi la natura, per questa cagione, è tanto inferiore all’arte, che gli Artefici similitudinarj, e del tutto imitatori de’corpi, senza elettione, e scelta dell’Idea, ne furono ripresi: Demetrio ricevè nota di esser troppo naturale, Dionisio fù biasimato per haver dipinto gli huomini simili a noi, communemente chiamato ἀνθρωπογράφος, cioè pittore di huomini. Pausone, e Pirreico furono condannati maggiormente, per havere imitato li peggiori, e li più vili, come in questi nostri tempi, Michel Angelo da Caravaggio fù troppo naturale, dipinse i simili, e’l Bamboccio i peggiori. Rimproverava però Lisippo al vulgo de gli Scultori, che da essi venivano fatti gli huomini quali si trovano in natura, & egli gloriavasi di formarli quali dovevano essere, unico precetto dato da Aristotele così alli Poeti, come alli Pittori. Di questo fallo non venne altrimente imputato Fidia, che indusse meraviglia ne’ riguardanti con le forme de gli Heroi, e de gli Dei, per haver imitato più tosto l’Idea, che la Natura; e Cicerone di lui parlando afferma, che Fidia figurando il Giove, e la Minerua, non contemplava oggetto alcuno, onde egli prendesse la simiglianza, ma considerava nella mente sua una forma grande di bellezza, in cui fisso riguardando, à quella similitudine indirizzava la mente, e la mano. Nec verò ille artifex cum faceret Iovis formam, aut Mineruae contemplabatur aliquem, à quo similitudinem duceret, sed ipsius in mente insidebat species pulchritudinis eximia quaedam, quam intuens, in eaque defixus, ad illius similitudinem artem, & manum dirigebat. Onde à Seneca benche stoico, e rigoroso giudice delle nostre arti, parue gran cosa, & egli si maravigliò che questo Scultore non havendo veduto nè Giove, nè Minerua, nulladimeno concepisse nell’animo le forme loro diuine. Non vidit Phidias Iovem, fecit tamen velut tonantem, nec stetit ante oculos eius Minerua, dignus tamen illa arte animus, & concepit Deos, & exhibuit. Apollonio Tianeo c’insegna il medesimo, che la fantasia rende più saggio il Pittore, che l’imitatione; perche questa fà solamente le cose che vede, quella fà ancora le cose che non vede, con la relatione a quelle che vede. Hora se con li precetti delli antichi Sapienti rincontrar vogliamo ancora gli ottimi instituti de’ nostri moderni; insegna Leon Battista Alberti, che si ami in tutte le cose non solo la simiglianza, ma principalmente la bellezza, & che si debba andar scegliendo da corpi bellissimi le più lodate parti. Così Leonardo da Vinci instruisce il pittore a formarsi questa Idea, & à considerare ciò che esso vede, & parlar seco, eleggendo le parti più eccellenti di qualunque cosa. Raffaelle da Vrbino il gran maestro di coloro che sanno, così scrive al Castiglione della sua Galatea: Per dipingere una bella mi bisognerebbe vedere più belle, ma per essere carestia di belle donne, io mi servu di una certa Idea, che mi viene in mente. Guido Reni che nella venustà ad ogni altro Artefice del nostro secolo prevalse, inviando à Roma il quadro di S. Michele Arcangelo per la Chiesa de’ Cappuccini, scrisse ancora à Monsignor Massani Maestro di casa di Vrbano VIII: Vorrei haver havuto pennello Angelico, ò forme di Paradiso, per formare l’Arcangelo, & vederlo in Cielo, ma io non hò potuto salir tant’ alto, & in vano l’hò cercate in terra. Si che hò riguardato in quella forma che nell’Idea mi sono stabilita. Si trova anche l’Idea della bruttezza, ma questa lascio di spiegare nel Demonio, perche lo fuggo fin col pensiero, nè mi curo di tenerlo à mente. Vantavasi però Guido dipingere la bellezza non qual’ egli si offeriva a gli occhi, ma simile a quella che vedeva nell’Idea; onde la sua bella Helena rapita al pari dell’antica di Zeusi fù celebrata. Ma non fù così bella costei, qual da loro si finse, poiche si trovarono in essa difetti, e riprensioni; anzi si tiene ch’ella mai navigasse à Troia, ma che in suo luogo vi fosse portata la sua statua, per la cui bellezza si guerreggiò dieci anni. Stimasi però che Homero ne’ suoi poemi adorasse una donna, che non era divina, per gratificare i Greci, & per rendere più celebre il soggetto suo della guerra Troiana; nel modo ch’egli inalzò Achille, & Ulisse nella fortezza, & nel consiglio. Laonde Helena con la sua bellezza naturale non pareggiò le forme di Zeusi, & d’Homero; nè donna alcuna fù, che ritenesse tanta venustà quanta la Venere Gnidia, ò la Minerua Ateniese chiamata la bella forma, nè huomo in fortezza hoggi si trova, che pareggi l’Hercole Farnesiano di Glicone, ò donna, che agguagli in venustà la Venere Medicea di Cleomene. Per questa cagione gli ottimi Poeti, & Oratori volendo celebrare qualche foprhumana bellezza, ricorrono al paragone delle statue, e delle pitture. Ovidio descrivendo Cillaro bellissimo Centauro lo celebra come prossimo alle statue più lodate.
Gratus in ore vigor, cervix, humerique, manusque
Pectoraque Artificum laudatis proxima signis
Et in altro luogo altamente di Venere cantò, che se Apelle non l’havesse dipinta, fin hora sommersa rimarrebbe nel mare, ove nacque.
Si Venerem Cois nunquam pinxisset Apelles
Mersa sub aequoreis illa lateret aquis
Filostrato inalza la bellezza di Euforbo simile alle statue di Apolline, e vuole che Achille di tanto superi la beltà di Neottolemo suo figliuolo, quanto li belli sono dalle statue superati. L’Ariosto nel fingere la bellezza di Angelica, quasi da mano di Artefice industre scolpita, l’assomiglia legata allo scoglio.
Creduto hauria che fosse stata finta,
O d’alabastro, ò d’altro marmo illustre
Ruggiero, ò sia allo scoglio così avvinta
Per artificio di scultore industre
Nelli quali versi l’Ariosto imitò Ovidio, descrivendo la medesima Andromeda.
Quam simul ad duras religatam brachia cautes
Vidit Abantiades, nisi quod levis aura capillos
Muerat, & tepido manabant lumina fletu,
Marmoreum ratus esset opus
Il Marino celebrando la Madalena dipinta da Titiano, applaude con le medesime lodi alla pittura, e porta l’Idea dell’Artefice sopra le cose naturali.
Ma ceda la Natura, e ceda il vero
A quel che dotto Artefice ne finse,
Che qual l’havea ne l’alma, e nel pensiero,
Tal bella, e viva ancor qui la dipinse.
Dal che apparisce non essere giustamente ripreso Aristotele nella Tragedia dal Castelvetro, volendo questi, che la virtù della pittura non consista altrimente in far l’immagine bella, e perfetta, ma simile al naturale, ò bello, ò deforme; quasi l’eccesso della bellezza tolga la similitudine. La qual ragione del Castelvetro si ristringe alli pittori icastici, & facitori de’ ritratti, li quali non serbano idea alcuna, & sono soggetti alla bruttezza del volto, & del corpo, non potendo essi aggiungere bellezza, nè correggere le deformità naturali, senza torre la similitudine, altrimente il ritratto sarebbe più bello, & meno simile. Di questa imitatione icastica non intende il Filosofo, ma insegna al tragico li costumi de’ migliori, con l’esempio de’ buoni Pittori, & Facitori d’immagini perfette, li quali vsano l’idea: & sono queste le parole. Essendo la tragedia imitatione de’ migliori, bisogna che noi imitame li buoni Pittori; perche quelli esprimendo la propria forma con farli simili, più belli li fingono. ἀποδιδόντες τὴν οἰκείαν μορφὴν, ὁμοίους ποιοῦντες, καλλίους γράφουσιν. Il far però gli huomini più belli di quello che sono communemente, & eleggere il perfetto conuiene all’Idea. Ma non una di questa bellezza è l’Idea; varie sono le sue forme, e forti, e magnanime, e gioconde, e delicate di ogni età, e d’ogni sesso. Non però noi con Paride nel monte Ida delitioso lodiamo solo Venere molle, ò ne’ giardini di Nisa celebriamo il tenero Bacco; ma sù ne’ gioghi faticosi di Menalo, e di Delo ammiriamo Apolline faretrato, e l’arciera Diana. Altra certamente fù la bellezza di Giove in Olimpia, e di Giunone in Samo, altra di Hercole in Lindo, e di Cupidine in Thespia: così à diversi convengono diverse forme, per non essere altro la bellezza, se non quella, che fà le cose come sono nella loro propria, e perfetta natura; la qual gli ottimi Pittori si eleggono, contemplando la forma di ciascuno. Dobbiamo di più considerare che essendo la Pittura rappresentatione d’humana attione, deve insieme il Pittore ritenere nella mente gli esempi de gli affetti, che cadono sotto esse attioni, nel modo che ’l Poeta conserva l’Idea dell’iracondo, del timido, del mesto, del lieto, e così del riso, e del pianto, del timore, e dell’ardire. Li quali moti deono molto più restare impressi nell’animo dell’Artefice con la continua contemplatione della natura, essendo impossibile ch’egli li ritragga con la mano, dal naturale, se prima non li haverà formati nella fantasia; & à questo è necessaria grandissima attentione; poiche mai si veggono li moti dell’anima, se non per transito, e per alcuni subiti momenti. Siche intraprendendo il Pittore, e lo Scultore ad imitare le operazioni dell’animo, che derivano dalle passioni, non può vederle dal modello, che si pone avanti, non ritenendo esso alcun affetto, che anzi languisce con lo spirito, e con le membra nell’atto, in cui si volge, e si ferma ad arbitrio altrui. E’ però necessario formarsene un’imagine sù la natura, osservando le commotioni humane, & accompagnando li moti del corpo con li moti dell’animo; in modo che gli uni da gli altri dipendino vicendevolmente. Intanto per non lasciare l’Architettura, servesi anch’ella della sua perfettissima idea: dice Filone, che Dio, come buono Architetto, riguardando all’ idea, & all’esempio propostosi, fabbricò il mondo sensibile dal mondo ideale, & intelligibile. Siche dipendendo l’Architettura dalla cagione esemplare, fassi anch’ ella superiore alla natura: così Ovidio descrivendo l’antro di Diana, vuole che la Natura nel fabbricarlo prendesse ad imitar l’arte.
Arte laboratum nulla, simulaverat artem
Ingenio Natura suo
Al che riguardò forse Torquato Tasso descrivendo il giardino di Armida
Di natura arte par, che per diletto
L’imitatrice sua scherzando imiti
Egli è inoltre l’edificio tanto eccellente, che Aristotele argomenta, se la fabbrica fosse cosa naturale, non altrimente di quello si faccia l’Architettura, sarebbe eseguita dalla natura costretta ad usare le medesime regole per darle perfettione, come le stesse habitationi de gli Dei furono finte da’ Poeti con l’industria de gli Architetti, ordinate con archi, e colonne, qualmente descrissero la Reggia del Sole, e d’Amore, portando l’Architettura al cielo. Così questa, idea, e deità della bellezza fù da gli antichi Cultori della sapienza formata nelle menti loro, riguardando sempre alle più belle parti delle cose naturali, che bruttissima, e vilissima è quell’altra idea che la più parte si forma sù la pratica, volendo Platone che l’idea sia una perfetta cognitione della cosa cominciata sù la Natura. Quintiliano c’instruisce, come tutte le cose perfettionate dall’arte, e dall’ingegno humano hanno principio dalla Natura istessa, da cui deriva la vera idea. Laonde quelli, che senza conoscere la verità, il tutto muovono con la pratica, fingono larue in vece di figure; nè dissimili gli altri sono, che pigliano in prestanza l’ingegno, e copiano l’idee altrui, fanno l’opere non figliuole, ma bastarde della Natura, e pare habbiano giurato nelle pennellate de’ loro maestri. Al qual male si aggiunge, che per l’inopia dell’ingegno, non sapendo essi eleggere le parti migliori, scelgono i difetti de’ loro precettori, e si formano l’idea del peggiore. Al contrario quelli, che si gloriano del nome di Naturalisti, non si propongono nella mente idea alcuna; copiano i difetti de’ corpi, e si assuefanno alla bruttezza, & à gli errori, giurando anch’essi nel modello, come loro precettore; il quale tolto da gli occhi loro, si parte insieme da essi tutta l’arte. Rassomiglia Platone quelli primi Pittori alli Sofisti, che non si fondano nella verità, ma nelli falsi fantasmi dell’opinione; li secondi sono simili à Leucippo, & à Democrito, che con vanissimi atomi à caso compongono li corpi. Così l’arte della Pittura da costoro viene condannata all’opinione, & all’uso, come Critolao voleva che l’eloquenza fosse una usanza di dire & una peritia di piacere, Τριβή, οὐ κακοτεχνία, ò più tosto ἀτεχνία habito, senz’arte e senza ragione, togliendo l’ufficio alla mente, e donando ogni cosa al senso. Onde quello che è somma intelligenza, & idea de gli ottimi Pittori, vogliono essi più tosto, che sia un uso di fare di ciascuno, per accomunare con la sapienza l’ignoranza; ma gli spiriti elevati sublimando il pensiero all’idea del bello, da questa solo vengono rapiti, e la contemplano come cosa divina. La dove il popolo riferisce il tutto al senso dell’occhio: Loda le cose dipinte dal naturale, perche è solito vederne di sì fatte, apprezza li belli colori, non le belle forme, che non intende; s’infastidice dell’eleganza, approva la novità; sprezza la ragione, segue l’opinione, e si allontana dalla verità dell’arte, sopra la quale come in propria base è dedicato dell’Idea il nobilissimo simolacro. Ci resterebbe il dire che gli antichi Scultori havendo vsato l’Idea maravigliosa, come abbiamo accennato, sia però neccessario lo studio dell’antiche sculture le più perfette, perche ci guidino alle bellezze emendate della natura; & al medesimo fine dirizzar l’occhio alla contemplatione degli altri eccellentissimi maestri, ma questa materia tralasciamo al suo proprio trattato dell’imitatione, sodisfacendo à coloro, che biasimano lo studio delle statue antiche. Quanto l’Architettura diciamo, che l’Architetto deve concepire una nobile Idea, e stabilirsi una mente, che gli serva di legge, e di ragione, consistendo le sue inventioni nell’ordine, nella dispositione, e nella misura, ed euritmia del tutto e delle parti. Ma rispetto la decoratione, & ornamenti de gli ordini sia certo trovarsi l’Idea stabilita, e confermata sù gli esempi de gli Antichi, che con successo di longo studio, diedero modo à quest’arte; quando li Greci ne costituirono termini, e proportioni le migliori, le quali confermate da i più dotti secoli, e dal consenso, e successione de’ Sapienti, divennero leggi di una maravigliosa Idea, e bellezza vltima, che essendo una sola in ciascuna specie, non si può alterare, senza distruggerla. Onde pur troppo la deformano quelli, che con la novità la tramutano, mentre alla bellezza stà vicina la bruttezza, come li vitij toccano le virtù. Tanto male riconosciamo pur troppo nella caduta del Romano Imperio, col quale caddero tutte le buone Arti, e con esse più d’ogn’altra l’Architettura: perche quei barbari edificatori dispregiando i modelli, e l’Idee Greche, e Romane, e li più belli monumenti dell’antichità, per molti secoli freneticarono tante, e sì varie fantasie fantastiche d’ordini, che con bruttissimo disordine mostruosa la resero. Affaticaronsi Bramante, Raffaelle, Baldassarre, Giulio Romano, & vltimamente Michel Angelo dall’heroiche ruine restituirla alla sua prima Idea, & aspetto, scegliendo le forme più eleganti de gli edifici antichi. Ma hoggi in vece di rendersi gratie à tali huomini sapientissimi, vengono essi con gli Antichi ingratamente vilipesi, quasi senza laude d’ingegno, e senza inventione l’uno dall’altro habbia copiato. Ciascuno però si finge da se stesso in capo una nuova Idea, e larva di Architettura a suo modo, esponendola in piazza, e sù le facciate: huomini certamente vuoti di ogni scienza, che si appartiene all’Architetto, di cui vanamente tengono il nome. Tanto che deformando gli edifici, e le città istesse, e le memorie, frenèticano angoli, spezzature, e distorcimenti di linee, compongono basi, capitelli, e colonne, con frottole di stucchi, tritumi, e ssproportioni; eppure Vitruvio condanna simili novità, e gli ottimi esempi ci propone. Ma li buoni Architetti serbano le più eccellenti forme degli ordini; li Pittori, e gli Scultori scegliendo le più eleganti bellezze naturali, perfettionano l’Idea, e l’opere loro vengono ad avanzarsi, e restar superiori alla natura, che è l’ultimo pregio di queste arti, come abbiamo provato. Quindi nasce l’ossequio, e lo stupore de gli huomini verso le statue, e le immagini, quindi il premio, e gli honore degli Artefici; questa fù la gloria di Timante, di Apelle, di Fidia, di Lisippo, e di tanti altri celebrati dalla fama, li quali tutti sollevati sopra le humane forme, portarono l’Idee, e l’opere loro all’ ammiratione. Ben può dunque chiamarsi questa Idea perfettione della Natura, miracolo dell’Arte, providenza dell’Intelletto, essempio della mente, luce della fantasia, Sole che dall’Oriente inspira la statua di Mennone, fuoco, che scalda in vita il simolacro di Prometeo. Questa fà, che Venere, le Gratie, e gli Amori lasciando l’Idalio giardino, le piaggie di Cithera, venghino ad albergare nella durezza de’ marmi, e nel vano dell’ombre. In sua virtù le Muse nell’Eliconie rive temprano li colori all’immortalità; e per sua gloria dispregia Pallade Babiloniche tele, e vanta pomposa Dedalei lini. Ma perche l’Idea dell’eloquenza cede tanto all’Idea della Pittura, quanto la vita è più efficace delle parole, io però qui manco nel dire, e taccio.
LA PITTVRA
NON hò vita, nè spirto, e vivo, e spiro;
Non hò moto, e ad ogn’atto, ogn’hor mi muovo:
Affetto alcun non provo,
E pur rido, mi dolgo, amo, e m’adiro.
Meraviglia de l’arte?
La mia facondia tace,
Nacqui muta, non parlo, e son loquace:
Son finta, son mendace,
E pur dimostro il vero in ogni parte;
Son ombra, e per costume
Tempro i rai sù le tele, e formo il lume.
LA SCOLTVRA
NATVRA in van mi toglie
L’Alma, e s’entro mi chiude alpina pietra;
L’arte mia mi discioglie,
Et apre i monti, e mi dà vita, e spetra:
M’inspira humane voglie
Nel duro sasso, e non hò vita frale,
Che la durezza sua mi fà immortale.
LA ARCHITETTVRA
DA le cimmerie grotte, e da le selve
L’huom tolgo, e da le belve;
E con più nobil vita, e più sicura
Frà cittadine mura
Lo difendo, e riparo in dolce albergo
Dal gelo, e da gli ardori;
Io con eterni honori
Alzo à Dio sacri tempi, ed al Ciel’ ergo;
Moli eccelse, e stupori
E insieme co’ Monarchi
Anch’io trionfo in frà colonne, & archi.
