Vasari 1550/I
Giorgio Vasari, Le Vite de’ piu eccelenti Pittori, Scultori ed Architetti Italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri I, Firenze 1550.
DE LA PITTVRA
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pp. 74–77
De gli schizzi disegni, cartoni & ordine di prospettive;
& per quel che si fanno, & à quello che i Pittori se ne servono. Cap. XVI.
LI schizzi chiamiamo noi una prima sorte di disegni, che si fanno per trovare il modo delle attitudini, & il primo componimento dell’opra. Et sono fatti in forma di una macchia accennati solamente da noi in una sola bozza del tutto. Et perche questi dal’ furor dello artefice sono in poco tempo espressi, universalmente son detti schizzi: per che vengono, schizzando ò con la penna, ò con altro disegnatoio, ò carbone: in maniera che questi non servono, se non per tentare l’animo di quel che gli sovviene. Da’ questi schizzi vengono poi rilevati in buona forma & con piu amore & fatica i disegni, i quali con tutta quella diligenza che si può si cerca uedere dal’ vivo, se gia l’artefice non si sentisse gagliardo che da se li potesse condurre. Appresso misuratili con le seste, ò à ochio, si ringrandiscono dalle misure piccole nelle maggiori, secondo l’opera che si ha da fare. Questi si fanno, con varie cose, cioè ò di lapis rosso, che è una pietra, la qual’ viene da monti di Alamagna, che per esser’ tenera, agevolmente si sega & riduce in punte sottili da segnare con esse in su i fogli, come tu vuoi o con la Pietra nera che viene de’ monti di Francia, la qual’ è, similmente come la rossa. Altri di chiaro & scuro, si conducono su fogli tinti che fa un’ mezzo, & la penna fa il lineamento, cioè, il dintorno ò profilo, & l’inchiostro con un’ poco d’acqua fa una tinta dolce, che vela, & ombra quello, da poi con un’ pennello sottile con della biacca, stemperata con la gomma si lumeggia il disegno, & questo modo è, molto alla pittoresca & mostra piu l’ordine del colorito. Molti altri fanno con la penna sola, lasciando i lumi della carta, che è difficile, ma molto maestrevole, & infiniti altri modi anchora, de’ quali non accade fare menzione, perche tutti rappresentano una cosa medesima, cioè il disegnare. Fatti così i disegni, chi uuole lavorare in fresco, cioè in muro, è necessario faccia i cartoni, ancora che si costumi per molti di fargli per lavorare anco in tavola. Questi Cartoni si fanno così. Impastansi fogli con colla di farina & aqua cotta al fuoco, & i fogli voglion’ essere squadrati, & si tirano al’ muro con lo incollarli à torno duo dita verso il muro con la medesima pasta. Et si bagnano spruzzandovi dentro per tutto acqua fresca, & così molli si tirano, accio nel seccarsi vengano à distendere il molle delle grinze. Da poi quando sono secchi, con una canna lunga per giudicare di scosto, vanno riportando sul’ cartone tutto quello che nel disegno piccolo è disegnato, con pari grandezza, & à poco à poco quando à una figura; girando à l’altra danno fine. Qui fanno i pittori tutte le fatiche dell’arte del ritrarre dal vivo ignudi & panni di naturale, & tirano le prospettive con tutti quelli ordini, che piccoli si sono fatti in su i fogli, ringrandendoli à proporzione. Et se in quegli fussero prospettive, ò casamenti, si ringrandiscono con la Rete; La quale è una Graticola di quadri piccoli ringrandita nel cartone; che riporta giustamente ogni cosa. Perche chi hà tirate le prospettive ne’ disegni piccoli cauate di su la pianta, alzate col profilo, & con la intersecazione & co’l punto fatte diminuire & sfuggire; Bisogna che le riporti proporzionate in sul Cartone. Ma del modo del tirarle, perche ella è cosa fastidiosa, & difficile a darsi ad intendere; non uoglio io parlare altrimenti. Basta che le prospettive son’ belle tanto; quanto elle si mostrano giuste alla loro veduta, & sfuggendo si allontanano da l’occhio. Et quando elle sono composte con variato & bello ordine di casamenti. Bisogna poi che il pittore abbia riguardo à farle con proporzione sminuire con la dolcezza de’ colori; la qual’ è, nello artefice una retta discrezione, & un giudizio buono, la causa del quale si mostra nella difficultà delle tante linee confuse colte da la pianta dal profilo & intersecazione che ricoperte dal colore, restano una facilissima cosa, la qual’ fa tenere l’artefice dotto, intendente, & ingegnoso nell’arte. Visono ancora molti maestri innanzi che faccino la storia nel’ cartone, fare un modello di terra in su un piano, con situate tonde tutte le figure; per vedere li sbattimenti, cioè l’ombre che da un’ lume si cavano addosso alle figure, che sono quella ombra tolta dal’ sole, il quale piu crudamente che il lume le fa in terra nel’ piano per l’ombra della figura. Et di qui ritraendo il tutto della opra hanno fatto l’ombre, che percuotono addosso à l’una & l’altra figura, onde ne vengono i cartoni & l’opera per queste fatiche, di perfezzione & di forza piu finiti, & da la carta si spiccano per il rilievo. Il che dimostra il tutto piu bello, & maggiormente finito. Et quando questi cartoni al fresco, ò al muro s’adoprano, ogni giorno nella commettitura se ne taglia un’ pezzo, & si calca sul muro che sia incalcinato di fresco, & pulito eccellentemente. Questo pezzo del cartone si mette in quel’ luogo, dove s’ha à fare la figura, & si contrassegna: perche l’altro dì, che si voglia rimettere un’ altro pezzo, si riconosca il suo luogo appunto: & non possa nascere errore. Appresso, per i dintorni del pezzo detto, con un’ ferro si và calcando in su lo intonico della calcina: la quale per esser fresca acconsente alla carta: & così ne rimane segnata. Per il che si lieva via il cartone, & per que’ segni che nel’ muro sono calcati, si và con i colori lavorando: & così si conduce il lavoro in fresco, ò in muro. Alle tavole & alle tele si fà il medesimo calcato; ma il cartone tutto d’un’ pezzo, saluo che bisogna tingere di dietro il cartone, con carboni ò polvere nera accioche segnando poi col ferro, quello venga profilato, & disegnato nella tela, ò tavola. Et per questa cagione i cartoni si fanno per compartire che l’opra venga giusta, & misurata. Assai pittori sono, che per l’opre à olio sfuggono ciò, ma per il lavoro in fresco non si può sfuggire, che non si faccino. Ma certo chi trovò tal’ invenzione, ebbe buona fantasia; atteso che ne’ cartoni si vede il giudizio di tutta l’opra insieme; & si acconcia & guasta, fin che stiano bene. Il che nel’ opra poi non può farsi.
pp. 77–79
De li scorti delle figure al’ di sotto, in su, & di quelli in piano.
Cap. XVII.
HANNO avuto gli artefici nostri una grandissima avvertenza nel fare scortare le figure, cioè nel fare apparire di piu quantità che elle non sono veramente; essendo lo scorto a noi una cosa disegnata in faccia corta, che al’ occhio, venendo innanzi non hà la lunghezza, o la altezza che ella dimostra; Tuttavia, la grossezza, i dintorni, l’ombre & i lumi fanno parere che ella venga innanzi, & per questo si chiama scorto. Di questa specie non fu mai pittore ò disegnatore che facesse meglio, che s’abbia fatto il nostro Michele Angelo Buonarroti: & ancora nessuno meglio gli poteva fare, avendo egli divinamente fatto le figure di rilievo. Egli prima, di terra, ò di cera hà per questo vso fatti i modelli: & da quegli, che piu del vivo restano fermi, ha cauato i contorni, i lumi, & l’ombre. Questi danno à chi non intende grandissimo fastidio; perche non arrivano con l’intelletto alla profondità di tale difficultà, la qual’ è, la piu forte à farla bene, che nessuna, che sia nella pittura. Et certo i nostri vecchi, come amorevoli de l’arte, trovarono il tirarli per via di linee in prospettiva, che nó si poteva fare prima, pure li ridussero tanto innanzi, che oggi si ha la vera maestria di farli. Et quegli, che li biasimano (dico delli artefici nostri) sono quelli che non li sanno fare, & che per alzare se stessi, vanno abbassando altrui. Et abbiamo assai maestri pittori, i quali ancora che valenti, non si dilettano di are scorti: Et nientedimeno quando gli veggono belli et difficili, non solo non gli biasimano, ma gli lodano sommamente. Di questa specie ne hanno fatto i moderni, alcuni che sono à proposito, & difficili; come arebbe à dir’ in una uolta le figure, che guardando in su scortano, & sfuggono, & questi chiamiamo al di sotto in su, c’hanno tanta forza, ch’eglino bucano le volte. Et questi non si possono fare, se non si ritraggono dal’ vivo, ò con modelli in altezze convenienti non si sanno fare loro le attitudini & le movenzie di tal’ cose. Certo che in questo genere, si recano in quella difficoltà una somma grazia, & una gran bellezza, & mostrasi una terribilissima arte. Di questa specie troverete che gli artefici nostri nelle uolte loro hanno dato grandissimo rilievo à tali opere, & condottele à una perfetta fine, onde hanno conseguito lode grandissima. Chiamansi scorti di sotto in su, perche il figurato, è alto, guardato dallo ochio per veduta in su, & non per la linea piana dell’orizonte, la onde alzandosi la testa à volere vederlo, & scorgendosi prima le piante de piedi, & l’altre parti di sotto, giustamente si chiama co’l detto nome.
pp. 79–82
Come si debbino unire i colori a olio, a fresco, o a tempera; &
come le carni, i panni, & tutto quello che si dipigne, venga
nel’ opera ad unire; talche le figure non venghino divise; & abbino
rilievo, & forza, & mostrino l’opra chiara & aperta.
Cap. XVIII.
LA unione nella Pittura, è una discordanza di colori diversi, accordati insieme: i quali nella diversità di piu divise, mostrano differentemente distinte l’una da l’altra, le parti delle figure; come le carni da i capelli; & un panno diverso di colore, da l’altro. Quando questi colori son’ messi in opera accesamente & vivi, con una discordanza spiacevole, tal che siano tinti & carichi di corpo, come vsavano di fare gia alcuni pittori: Il disegno ne viene ad essere offeso, di maniera, che le figure restano piu presto dipinte dal colore, che dal pennello che le lumeggia & adombra, fatte apparire di rilievo & naturali. Tutte le Pitture adunque, ò a olio, ò a fresco, ò a tempera, si debbon fare talmente unite ne’ loro colori; che quelle figure che nelle storie sono le principali, uéghino códotte chiare chiare; mettendo i panni di colore nó tanto scuro a dosso a quelle dinăzi, che quelle che vanno dopo gli abbino piu chiari poi che le prime; anzi à poco à poco, tanto quanto elle vanno diminuendo a lo indentro; divenghino anco parimente di mano in mano & del colore delle carnagioni & delle vestimenta, piu scure. Et principalmente si abbia grandissima avvertenza di mettere sempre i colori piu vaghi piu dilettevoli, & piu belli, nelle figure principali & in quelle massimamente, che nella istoria vengono intere, & non meze, perche queste sono sempre le più considerate, & quelle che son piu vedute, che l’altre: le quali seruono quasi per campo nel colorito di queste: & un colore più smorto, fa parere più vivo l’altro che gli è posto accanto. Et con i colori malinconici & pallidi fanno parere piu allegri quelli che li sono accanto, & quasi d’una certa bellezza fiammeggianti. Ne si debbono vestire gli ignudi di colori tanto carichi di corpo, che dividino le carni da panni, quãdo detti panni atraversassino detti ignudi, ma i colori de lumi di detti panni siano chiari simili alle carni ò gialletti, ò rostigni, ò violati, ò pagonazzi, con cangiare i fondi scuretti, ò verdi, ò azzurri, ò pagonazzi, ò gialli; purche tragghino a lo oscuro; & che unitamente si accompagni nel girare delle figure, con le loro ombre, in quel medesimo modo che noi veggiamo nel vivo, che quelle parti che ci si appresentano piu vicine allo occhio, piu hanno di lume; & l’altre perdendo di vista, perdono ancora del lume & del colore. Così nella pittura si debbono adoperare i colori con tanta unione, che e’ non si lasci uno scuro & un chiaro si spiacevolmente ombrato & lumeggiato, che si faccia una discordanza & una disunione spiacevole, salvo che negli sbattimenti; che sono quelle ombre, che fanno le figure addosso l’una all’altra, quando un lume solo percuote addosso ad una prima figura che viene ad adombrare del suo sbattimiento la seconda. Et questi ancora quando accaggiono, voglion essere dipinti con dolcezza, & unitamente perche chi gli disordina, viene à fare che quella Pittura par’ piu presto un tappeto colorito, o un paro di carte da giuocare; che carne unita, o panni morbidi, o altre cose piumose, delicate & dolci. Che si come gli orecchi re.stano offesi da una musica che fa strepito, ò dissonanza, ò durezze; salvo però in certi luoghi & à tempi; sì come io dissi degli sbattimēti; così restano offesi gli occhi da’ colori troppo carichi, ò troppo crudi. Conciossia che il troppo acceso, offende il disegno, Et lo abbacinato, smorto abbagliato, & troppo dolce; pare una cosa spenta, vechia & affumicata. Ma lo unito che tenga in fra lo acceso & lo abbagliato è perfettissimo; et diletta l’occhio; parimēte che una musica unita, & arguta diletta lo orecchio. Debbonsi perdere negli scuri certe parti delle figure: & nella lontananza della Istoria; perche oltra che se elle fussino nello apparire troppo vive, & accese; confonderebbono le figure, elle danno ancora restando scure & abbagliate, quasi come campo, maggior forza alle altre che vi sono inanzi. Nè si può credere, quanto nel variere le carni con i colori faccendole a’ giovani piu fresche, che a’ vecchi; & a’ mezani, tra il cotto & il verdiccio, & giallìccio; si dia grazia & bellezza alla opera. Et quasi in quello stesso modo che si faccia nel disegno la aria delle vecchie accanto alle giovani, & alle fanciulle, & a’ putti, dove veggendosene una tenera, & carnosa, l’altra pulita, & fresca; fa bellissima discordanza accordatissima. Et in questo modo si debbe nel lavorare metter gli scuri dove meno offendino, & facciano divisione; per cavare fuori le figure; come si vede nelle pitture di Rafaello da Urbino, & di altri pittori eccellenti, che hanno tenuto questa maniera. Ma non si debbe tenere questo ordine nelle Istorie, dove si contraffacessino lumi di sole, & di luna, o vero fuochi, o cose notturne; perche queste si fanno con gli sbattimenti crudi & taglienti. Et nella sommità dove il fatto lume percuote, sempre vi sarà dolceza & unione. Et in quelle pitture che aranno queste parti si conoscerà che la intelligenzia del Pittore sarà con la unione del colorito, campata la bontà del disegno; dato vaghezza alla Pittura, & rilievo & forza terribile alle figure.
pp. 82–83
Del dipingere in muro come si fa; & per che si chiama
lavorar’ in fresco. Cap. XVIIII.
DI tutti gl’altri modi, che i pittori faccino, il dipingere in muro, è piu maestrevole, & bello; perche consiste nel fare in un’ giorno solo quello, che nelli altri modi si può in molti ritoccare sopra il lavorato. Era da gli antichi molto vsato il fresco, & i vechi moderni ancora l’hanno poi seguitato. Questo si lavora su la calce, che sia fresca, ne si lascia mai fino a che sia finito quanto per quel giorno vogliamo lavorare. Perche allungando punto il dipingerla, fa la calce una certa crosterella pel caldo, pel freddo, pel vento & pe’ ghiacci, che muffa & macchia tutto il lavoro. Et per questo vuole essere continuamente bagnato il muro che si dipigne, & i colori che vi si adoperano, tutti di terre, & non di miniere; & il bianco di trevertino cotto. Vuole ancora una mano, destra resoluta & veloce, ma sopra tutto un giudizio saldo & intero, perche i colori mentre che il muro è molle, mostrano una cosa in un modo che poi secco non è piu quello. Et però bisogna che in questi lavori a fresco, giuochi molto più al Pittore il giudizio, che il disegno: & che egli abbia per guida sua una pratica più che grandissima, essendo sommamente difficile il condurlo a perfezzione. Molti de’ nostri artefici uagliono assai negli altri lavori, cioè à olio, ò à tempera; & in questo poi non riescono per essere egli veramente il piu virile, piu securo, piu resoluto, & durabile di tutti gl’altri modi; & quello che nello stare fatto di continuo acquista di bellezza, & di unione piu degl’altri infinitamente. Questo à l’aria si purga, & dalla acqua si difende, & regge di continuo à ogni percossa.
Ma bisogna guardarsi di non avere a rittocarlo co’ colori che abbino colla di Carnicci, ò rosso d’uovo, ò gomma, ò draganti, come fanno molti pittori. Perche oltra, che il muro non fa il suo corso di mostrare la chiarezza vengono i colori appannati da quello ritoccar’ di sopra, & con poco spazio di tempo diventano neri. Però quegli che cercano lavorar’ in muro, lavorino virilmente à fresco, & non ritochino à secco, perche oltra l’esser cosa vilissima, rende piu corta vita alle pitture.
pp. 83–84
Del dipignere à tempera ò vero à uovo su le tavole; ò tele, &
come si puo usare sul muro che sia secco. Cap. XX.
DA Cimabue in dietro & da lui in qua s’è sempre veduto opre lavorate da’ Greci à tempera in tavola, & in qualche muro. Et usavano nello ingessare, delle tavole questi maestri vecchi, dubitando che quelle non si aprissero, in su le committiture, mettere per tutto có la colla di carnicci, tela lina, & poi sopra quella ingessavano, per volere lavorarvi sopra, & temperavano i colori da condurle col rosso dello uovo, ò tempera, la qual’ è questa. Toglievano uno uovo, & quello dibattevano, & dentro vi tritavono un’ ramo tenero di fico, accio che quel’ latte con quel uovo, facesse la tempera de’ colori; i quali, con essa temperando, lavoravono l’opere loro. Et toglievano per quelle tavole i colori ch’erano di miniere i quali son’ fatti parte da gli alchimisti, & parte trovati nelle caue. Et di questa specie di lavoro ogni colore, è buono, saluo ch’ il bianco; che si lavora in muro fato di calcina, ch’è, troppo forte. Così veniano loro condotte con questa maniera le opere, & le pitture loro. Et questo chiamavono colorire à tempera. Solo gli azzuri temperavono con colla di carnicci, perche la giallezza dell’ uovo gli faceva diventar’ verdi, oue la colla gli mantiene nell’essere suo, el simile fa la gomma. Tiensi la medesima maniera su le tavole ò ingessate, ò senza, & così su muri, che siano sechi, si da una, ò due mano di colla calda, & da poi con colori temperati con quella, si códuce tutta l’opera, & chi volesse temperare ancora i colori a colla, agevolmente gli verrà fatto osservando il medesimo che nella Tempera si è raccontato. Ne saranno peggiori per questo. Poi che anco de’ vecchi Maestri nostri, si sono vedute le cose a tempera, conservate centinaia d’anni, con bellezza & freschezza grande. Et certamente si vede ancora delle cose di Giotto, che ce n’è pure alcuna in tavola, durata gia dugento anni, & mantenutasi molto bene. E’ poi venuto il lavorar à olio che ha fatto per molti mettere in bando il modo della tempera, si come oggi veggiamo; che nelle tavole, & nelle altre cose d’importanza si è lavorato; & si lavora ancora del continuo.
pp. 84–86
Del dipingere à olio, in tavola, et su le tele. Cap. XXI.
FV una bellissima invenzione, & una gran’ commodità all’arte della pittura, il trovare il colorito à olio; Di che fu primo inventore, in Fiandra Giovanni da Bruggia: il quale mandò la tavola à Napoli al Re Alfonso; & al Duca d’Urbino Federigo II la stufa sua; & fece un’ san Gieronimo, che Lorenzo de Medici aveva, & molte altre cose lodate. Lo seguitò poi Rugieri da Bruggia suo discipolo, & Ausse creato di Rugieri, che fece à Portinari in sancta Maria Nuova di Fiorenza un’ quadro picciolo, il qual’ è oggi apres’ al Duca Cosimo, & è, di sua mano la tavola di Careggi villa fuora di Fiorenza della Illustriss. casa de Medici: similmente Lodovico da Luano & Pietro Christa, & maestro Martino, & ancora Giusto da Guanto, che fece la tavola della comunione del Duca d’Urbino, & altre pitture: & Ugo d’Anversa, che fe la tavola di Santa Maria Nuova di Fiorenza. Questa arte condusse poi in Italia ANTONELLO da Messina, che molti anni consumò in Fiandra, & nel tornarsi di quì da’ Moti fermatosi ad abitare in Venezia, la insegnò quivi ad alcuni amici, Uno de’ quali fu DOMENICO Veniziano, che la condusse poi in Firenze quando dipinse a olio la capella de’ Portinari in Santa Maria Nuova, dove la imparò Andrea dal castagno che la insegnò agli altri maestri, con i quali si andò ampliando l’arte & acquistando… talmente che ella s’è, ridotta a quella bellezza, che gli artefici nostri merce loro l’hano acquistata. Questa maniera di colorire accende piu i colori; ne altro bisogna, che diligenza, & amore; perche l’olio in se si reca il colorito piu morbido, piu dolce & delicato, & di unione, & sfumata maniera piu facile che li altri, & mentre che fresco si lavora, i colori si mescolano, & si uniscono l’uno con l’altro piu facilmente. Et in somma li artefici danno in questo modo bellissima grazia, & vivacità, & gagliardezza alle figure loro, talmente che spesso ci fanno parere di rilievo le loro figure; & che elle eschino de la tavola. Et massimamente quando elle sono continuate di buono disegno, con invenzione & bella maniera. Ma per mettere in opera questo lavoro si fa così. Quando uogliono cominciare cio, ingessato che hano le tavole, ò quadri gli radono, & datovi di dolcissima colla quattro ò cinque mani, con una spugna, vanno poi macinando i colori con olio di noce, o di seme di lino (benche il noce è meglio perche ingialla meno) & così macinati con questi olii, che è la tempera loro, non bisogna altro quanto a essi che distendergli co’l pennello. Ma conviene far prima una mestica di colori seccativi, come biacca, Giallolino, Terre da campane mescolati tutti in un’corpo & un’ color solo, & quando la colla è secca impiastrarla su per la tavola: il che molti chiamano la imprimatura. Seccata poi questa mestica và lo artefice ò calcando il cartone, ò con gesso bianco da sarti disegnando quella: & così ne primi colori l’abozza, il che alcuni chiamano imporre. Et finita di coprire tutta ritorna con somma politezza lo artefice da capo à finirla, & qui và l’arte, & la diligenza, per condurla a perfezzione & così fanno i Maestri in Tavola a olio le loro Pitture.
pp. 86–87
Del pingere a olio nel muro che sia secco. Cap. XXII.
QVando gl’artefici vogliono lavorare a olio in sul muro secco, due maniere possono tenere: una con fare che ‘il muro, se vi è dato su il bianco, ò à fresco, ò in altro modo, si raschi; ò se egli è restato liscio senza bianco, ma intonacato, vi si dia su due ò tre mani di olio bollito & cotto: continuandol di ridarvelo su, fino a tanto che non voglia piu bere; & poi secco si gli dà di mestica, o imprimatura come si disse nel capitolo avanti a questo. Cio fatto & secco, possono gli artefici calcare, ò disegnare, & tale opera, come la tavola, condurre al fine, tenendo mescolato continuo nei colori un poco di vernice: Perche faccendo questo, non accade poi vernicarla. L’altro modo è, che l’artefice di stucco di marmo, & di matton pesto finissimo fa un’ arriciato, che sia pulito; & lo rade col taglio della cazzuola, perche il muro ne resti ruvido. Appresso gli dà una man’ d’olio di seme di lino, & poi fa in una pignatta una mistura, di pece greca et mastico, et vernice grossa; & quella bollita, con un pennel grosso si dà nel’ muro; poi si distende per quello con una cazzuola da murare, che sia di fuoco. Questa intasa i buchi dello aricciato; & fa una pelle piu unita per il muro. Et poi ch’ e’ secca, si va dandole d’imprimatura, ò di mestica, & si lavora nel’ modo ordinario dell’olio, come abbiamo ragionato.
p. 87
Del dipingere a olio su le tele. Cap. XXIII.
GLi huomini per potere portare le pitture di paese in paese, hanno trovato la comodità delle tele dipinte, come quelle che pesano poco, & avuolte, sono agevoli a traportarsi. Queste à olio, perch’ elle siano arrendevoli, se non hanno à stare ferme non s’ingessano; atteso che il gesso vi crepa su arrotolandole, però si fa una pasta di farina con olio di noce, & in quello si mettono due, ò tre macinate di biacca, & quando le tele hanno hauto tre ò quattro mani di colla, che sia dolce, c’abbia passato da una banda à l’altra, con un’ coltello si da questa pasta, & tutti i buchi vengono con la mano dell’artefice à turarsi. Fatto cio se li da una ò due mani di colla dolce, & da poi la mestica, ò imprimatura, & à dipignervi sopra si tiene il medesimo modo, che agl’altri di sopra raconti.
pp. 87–88
Del dipingere in pietra à olio, & che pietre siano buone.
Cap. XXIIII.
CREsciuto sempre lo animo ai nostri artefici pittori, faccendo che il colorito à olio, oltra lo haverlo lavorato in muro, si possa volendo lavorare ancora su le pietre. Delle quali hanno trovato nella Riviera di Genoua quella spezie di lastre che noi dicemmo nella architettura, che sono attissime a questo bisogno. Perche per esser serrate in se et per avere la grana gentile, pigliano il pulimento piano. In su queste hanno dipinto modernamente quasi infiniti & trovato il modo vero da potere lavorarvi sopra. Hanno prouato poi le pietre piu fine, come mischi di marmo, serpentini, & porfidi, & altre simili, che sendo liscie & brunite vi si attacca sopra il colore. Ma nel vero quando la pietra sia ruvida, & arida, molto meglio inzuppa, & piglia l’olio bollito & il colore dentro, come alcuni piperni gentili i quali quando siano battuti col ferro, & non arrenati con rena, ò sasso di Tufi, si possono spianare con la medesima mistura, che dissi nello arricciato con quella cazzuola di ferro infocata. Percioche à tutte queste pietre non accade dar’ colla in principio; ma solo una mano d’imprimatura di colore à olio, cio e’ mestica, & secca che ella sia si può cominciare il lavoro a suo piacimento. Et chi volesse fare una storia à olio su la pietra, può torre di quelle lastre Genouesi, & farle are quadre, & fermarle nel muro con perni sopra una incrostatura di stucco, distendendo bene la mestica in su le commettiture. Di maniera che e’venga a farsi per tutto un piano di che grandezza l’artefice ha bisogno. Et questo, e’ il vero modo di condurre tali opre à fine. & finite si puo à quelle fare ornamenti di pietre fini, di misti, & d’altri marmi, le quali si rendono durabili in infinito, pur che con diligenza siano lavorate & postoni; & non si possono vernicare, come altrui piace, perche la pietra non prosciuga, ciò e’, non fiorisce, quanto fa la tavola, & la tela.
pp. 88–90
Del dipingere nelle mura di chiaro et scuro di varie terrette, et
come si contrafanno le cose di Bronzo, & delle storie di terretta
per archi, ò per feste, à colla, che è chiamato à
guazzo, ò a tempera. Cap. XXV.
VOGliano i pittori che il chiaro scuro sia una forma di pittura, che tragga piu al disegno, che al colorito, che ciò e’, stato cauato da le statue di marmo, cótraffaccendole, così da le figure di bronzo, & altre varie pietre. Et questo hanno usato di fare nelle faciate de’ palazzi, & case, in istorie, mostrando che quelle siano contraffatte, & paino di marmo, ò di pietra con quelle storie intagliate, o veramente contrafacendo quelle sorti di specie di marmo & porfido & di pietra verde & granito rosso & bigio ò bronzo ò altre pietre, come per loro meglio, si sono accommodati in piu spartimenti di questa maniera, laqual e’, oggi molto in vso per fare le facce delle case & de palazzi, così in Roma, come per tutta l’Italia. Queste pitture si lavorano in due modi prima in fresco, che’ e’, la vera; ò in tele per archi, ò per feste le quali fanno bellissimo vedere. Trattaremo prima de la specie & sorte del fare in fresco; poi diremo de l’altra. Di questa sorte di terretta si fanno i campi con la terra da fare i vasi, mescolando quella con carbone macinato, ò altro nero per far’ l’ombre piu scure; & bianco di trevertino con piu scuri & piu chiari & si lumeggiano col bianco schietto & con vltimo nero à vltimi scuri finire: vogliono avere tali specie fierezza, disegno, forza, vivacità, & bella maniera, & essere espresse con una gaglardezza che mostri arte, & non stento perche si hanno à vedere & à conoscere di lontano. Et con queste ancora s’imitano le di bronzo, le quali col campo di terra gialla & rosso, s’abozzano, & con piu scuri di quello nero & rosso; & giallo si sfondano & có giallo schietto si fanno i mezi, & con giallo & bianco si lumeggiano. Et di queste hanno i Pittori le facciate & le storie di quelle con alcune statue tramezate, che in questo genere hanno grădissima grazia. Quelle poi che si fanno per archi, comedie, ò feste si lavorano poi che la tela sia data di terretta cioè di quella prima terra schietta da far’ vasi, temperata con colla, & bisogna che essa tela sia bagnata di dietro, mentre lo artefice la dipigne, à ciò che con quel campo di Terretta, unisca meglio li scuri & i chiari della opera sua. Et si costuma temperare i neri di quelle, con un’ poco di tempera. Et si adoperano biacche per bianco; & Minio per dar rilievo alle cose che paiono di bronzo, & Giallolino per lumeggiare sopra detto minio. Et per i campi & per gli scuri, le medesime terre gialle & rosse; & i medesimi neri che io dissi nel lavorare a fresco i quali fanno mezi & ombre. Ombrasi ancora con altri diversi colori, altre sorti di chiari & scuri; come con terra d’ombra alla quale si fa la terretta di verde terra; & gialla & bianco; similmente con terra nera, che è un’altra forte di verde terra & nera, che lo chiamano verdaccio.
pp. 90–91
De gli sgraffiti delle case che reggono a l’acqua; Quello
che si adoperi a fargli; Et come si lavorino le
Grottesche nelle mura. Cap. XXVI.
HANno i pittori un’altra specie di pittura; ch’è, disegno, & pittura insieme & questo si domanda sgraffito, & non serue ad altro, che per ornamenti di facciate di case & palazzi, che piu brevemente si conducono con questa spezie, & reggono alle acque sicuramente. Perche tutti i lineamenti, in ueve di essere disegnati con carbone, o con altra materia simile, sono tratteggiati con un’ ferro dalla mano del Pittore. Il che si fa in questa maniera. Pigliano la calcina mescolata có la rena ordinariamente; & con la paglia abbruciata la tingono d’uno scuro, che venga in un’ mezo colore, che trae in argētino; & verso lo scuro un poco piu che tinta di mezo & con questa intonicano la facciata. Et fatto cio, & pulita col bianco della calce di trevertino, la imbiancano tutta & imbiancata si polverano su i cartoni: ò vero disegnano quel che ci uogliono fare. Et dipoi agravando col ferro vanno dintornando, & tratteggiando la calce; la quale essendo sotto di corpo nero, mostra tutti i graffi del ferro, come segni di disegno. Et si suole ne’ campi di quegli radere il bianco; & poi havere una tinta d’acqverello scurretto molto acquidoso; & di quello dare per gli scuri come si desse à una carta; il che di lontano, fa un bellissimo uedere: Ma il campo se ci è grottesche ò fogliami, si sbattimenta cioè ombreggia con quello acquarello. Et questo è il lavoro che per essere dal ferro graffiato, l’hanno chiamato i pittori sgraffito. Restaci ora ragionare de le grottesche che si fanno sul muro, quelle che vanno in campo bianco non ci essendo il campo di stucco, per non essere bianca la calce; si dà loro per tutto sottilmente il campo, di bianco: & fatto ciò si spoverano, & si lavorano in fresco, di colori sodi; perche non arebbono mai la grazia, ch’hanno quelle, che si lavorano su lo stucco: Di questa spezie possono essere grottesche grosse, & sottili, le quali vengono fatte nel medesimo modo, che si lavorano le figure à fresco, ò in muro.
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Come si lavorino le grottesche su lo stucco.
Capitolo. XXVII.
LE grottesche sono una specie di pittura licenziosa, & ridicola molto, fatte dagl’antichi per ornamenti di vani, dove in alcuni luoghi non staua bene altro che cose in aria; per ilche facevano in quelle, tutte sconciature di monstri, per strattezza della natura; & per gricciolo, & ghiribizzo degli artefici; i quali fanno in quelle, cose senza alcuna regola, apiccando à un sottilissimo filo un peso, che non si può reggere, à un cauallo le gambe di foglie, à un’huomo le gambe di gru; & infiniti sciarpeilloni, & passerotti: Et chi piu stranamente egli immaginaua, quello era tenuto piu valente. Furono poi regolate & per fregi & spartimenti fatto bellissimi andari; così di stucchi mescolarono quelle con la pittura. Et si inanzi andò questa pratica, che in Roma, & in ogni luogo, dove i Romani risedevano, ne n’è ancora conservato qualche uestigio. Et nel vero che tocche d’oro & intagliate di stucchi, elle sono opera allegra, & dilettevole à uedere. Queste si lavorano di quattro maniere; che l’una lavora lo stucco schietto; l’altra fa gli ornamenti soli di stucco, & dipigne le storie ne’ vani, & le grottesche ne’ fregi: La terza fa le figure parte lavorate di stucco, & parte dipinte di bianco & nero, contraffacendo Cammei & altre pietre. Et di questa spezie Grottesche & stucchi, se n’è visto & vede tante opere lavorate da’ moderni, i quali con somma grazia & bellezza hanno adornato le fabbriche piu notabili di tutta l’Italia; che gli antichi rimangono vinti, di grande spazio. Et la ultima lavora di acquerello in su lo stucco, campando il lume con esso, & ombrandolo con diversi colori. Di tutte queste sorti che si difendono assai dal Tempo se ne ueggono delle antiche in infiniti luoghi à Roma, & à Pozzuolo vicino à Napoli. Et ancora questa ultima sorte si può benissimo lavorare con colori sodi à fresco; & si lascia lo stucco bianco per campo à tutte queste, che nel vero hanno in se bella grazia; & fra esse si mescolano paesi che molto danno loro de lo allegro. Così ancora storiette di figure piccole colorite. Et di questa sorte oggi in Italia ne sono molti maestri, che ne fanno professione, & in esse sono eccellenti.
