Malvasia 1678/I
Carlo Cesare Malvasia, Felsina Pittrice. Vite de Pittori Bolognesi I, Bologna [Erede di Domenico Barbieri] 1678.
DI
CESARE
BAGLIONE
E DI
LORENZO PISANELLI
E GIOVANNI STORALI
SVOI DISCEPOLI.
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pp. 340–342
Chi però di questa sua gioconda, e faceta natura pratico stato non fosse, sciocco facilmente l’aurebbe detto, come pur troppo gli avenne la prima volta che chiamato a Parma, a dipingere qualcuna delle stanze di quel Ducal Palagio, fù osservato da gli altri Pittori in tal guisa lietamente passarsela, ne più pensare al lavoro, che se un giuoco stato fosse, quando essi intorno al loro tanto si affaticavano. Faceano essi, come dovriasi, più schizzi, e da essi ricavandone un ben compito disegno, ne formavano il cartone, che appresentando al dovuto luogo, osservando se ben tornasse, correggevano, ed aggiustavano, quand’ esso beffando e schernendo queste loro tante fatture, che stitichezze chiamava e seccaggini, dopo una suonata di ciuffilo, davasi vanto di graffire alla prima con un chiodo sulla calce, senza tanti schizzi, e disegni: creduto perciò, e riferto al Duca, esser costui non men pazzo, che temerario, fattoselo venir davanti, & interrogatolo che pensier fosse il suo, se volesse dipingere le sue due stanze ò nò, rispose non per altro essersi colà portato, che per ubbidir Sua Altezza, quale mostrando desiderio di restar più presto servita di quello ch’ei credevasi , e di che era il bisogno, l’aurebbe soddisfatta, col farle vedere il giorno vegnente dipintane una facciata intera; che negando i Pittori poter mai essere, udiron rispondersi, che quando ciò stato non fosse, voleva da quella Corte esser cacciato come un tristo, e un ribaldo. Chiamato dunque il Baglione un Muratore ben presto, e fattogli stabilire la facciata, la diè dipinta in questo modo: Colorendovi col bigio un largo, e semplice fregio attorno, nel residuo fè dar di bianco ad un’ Imbianchitore, poi fingendovi sopra, coll’ ombre, increspature, e pieghe, finse esser quella una tela, che il vacuo ricoprisse, alla guisa di quelle cortine, che fino all’ hora di recitarsi la Comedia, tengono chiuso il proscenio: da un canto poi dalla parte di sopra, colorì la testa, e le mani di un mascalzone, che dalla parte di dentro mostrava attaccare ad un gran chiodo la detta tela. Quando perciò impaziente il Duca, e gli altri Pittori di veder pure ciò che avesse in sì poco tempo oprato, gionsero nella stanza, rimasero come storditi, parendo loro d’esser stati burlati; ma per l’altra parte poi non potendosi dar pace di quella testa, e di quelle mani così ben tocche, che ben lo davano a conoscere per un gran Maestro, mentre perciò attoniti non sapean che dirsi, e credersi, se non essere, ò fare egli il buffone, come appunto parve il Duca dargline un motto coperto, disse a S. A. che non dubbitasse, che a suo tempo si saria calata la cortina, e scoperto ciò che sotto vi fosse, si come saria succeduto di tutta l’opra con sua soddisfazione: Aver’ egli così scherzato per burlar quegli altri, che tanto stentavano nella loro operazione, perdendovi il cervello; segno manifesto che dalla natura non eran stati chiamati a tal’ Arte; che però quanto più affaticavansi, minor risoluzione avrian sempre mostrato: La pittura a fresco desiderare prontezza e facilità, quale rimossa, si dava in nulla, e sovra ciò discorrendo con ragioni così efficaci, che soddisfece quell’ Altezza, che non potè non commendare poi il modo, col quale s’ era ingegnato così giocosa, e saggiamente insieme sostenere il Baglioni la sua facilità, e pratica, come quella, che s’accorse esser la più bella parte che possedesse; dando egli poi finita quella camera in otto giorni. In pochi più terminò l’altra contigua, e tanto se ne portò bene, e tanto piacque non meno la sua sufficienza, che la dabbenagine, e giovialità, che fermandolo quell’ Altezza per sempre al suo servigio, assalariandolo con provisione di dieci scudi corti di quella moneta il mese, e la parte, lo dichiarò suo Pittore. Troppo perciò saria longo il ridire ciò, che colà oprasse; che però restringendomi al solo Palagio del Duca, prego ciascun Dilettante a ricercarlo ben tutto, e considerare interamente ciò che vi fece, e non dubbito poi, che per grand’ huomo in suo genere, e in quello stile non lo riconosca e confessi: veggansi, oltre le carni, i pesci, le crostate, le offelle, le frutta, e simili cose mangiative, colui che versa il sacco di noci, che dipinse nelle mura della dispensa: In quelle de’ forni,se non altro, quel Fornaro, che assalito e abbattuto dal Scimmiotto, grida spaventato del pane, che gli rubba quell’ animale: In quelle delle bucatarie quelle Lavandare, parte delle quali attendono a lavare i panni, altre a stenderli al Sole, mentre un’ impetuoso vento portandoseli in aria, leva anche i panni in capo a quelle, che a prenderli nelle braccia corrono, e s’affaticano, perche non caggino in terra, e si lordino, poi mi si dica se cose più vere, proprie, naturali, e spiritose possa figurarsi l’immaginativa, e rappresentare il pennello.1
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DI
LODOVICO
AGOSTΙΝΟ
ET
ANNIBALE
CARRACCI.
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p. 484
Di qual Maestro [Annibale Carracci] si è posto in testa di contrafar la maniera, mirabilmente l’ha fatto, ed in guisa, che in lui solo vendendosene tante, si dispera talvolta di potervisi ben riconoscere la sua, ed assicurarsene: Il considerarsi nel S. Giorgio nella Chiesa di S. Gregorio trè maniere tanto diverse, nel Santo, nella Donzella, e negli Angeli nella parte superiore, e che si ben accordano insieme, è cosa che fà impazzire. Ebbe egli solo difficoltà qualche volta nell’ attitudine di genuflessione, incagliandovisi sgraziamente; così dicono sia nel S. Giacinto in S. Domenico; così nell’ Angelo Annonziante la B. Verg. in S. Pietro, tradito dalla scomodità, ne avendovi volsuto usare le dovute diligenze di ben fare i conti sul cartone (se lo fece) & assicurarsi con la graticola. Non così Agostino, che vogliono anche più corretto fosse di Annibale; essendo suo stile, non perdonare a fatica, e ben prima soddisfarsi. Io noto che usò superare egli prima tutte le difficoltà ne’ schizzi fatti di cosa per cosa, a parte a parte, ch’entrar dovesse nell’ opra, sin che ben’ assicuratosi d’ ogni dubbio, e levatosi davanti ogni intoppo, posto tutto insieme, n’ avesse poi formato in compitissimo, e correttissimo disegno, talora a olio, e lumeggiato di biacca, dal quale poi nell’ esecuzione punto non recedeva; oprando in tal guisa speditamente, senza esitazione, e con tranquillità d’ animo, come dal nostro della sua Nativita ne’ Putti di S. Bartolomeo, da quello della fuga Sampieri, e da altri chiaramente si vede; che è il vero modo, dica pur ciò che vuole qualche infingardo; che quella de’ tanti disegni sia un rompicapo, che stanca l’ intelletto, ch’ eseguisce poi lo trovato con fiacchezza; una fatica di più e buttata, e meglio sia il ridursi a farla sul quadro stesso. Io non hò mai osservato opra anche di Lodovico, e di Annibale, che i disegni ancora ò avanti, o dopo non mi sian capitati almen da vedere; e talora tanto affaticati, e finiti, come dissi esser quei di Agostino; come nelle raccolte famose de’ Serenissimi di Toscana, e di Modana; in Roma dell’ erudito Bellori; in Bologna de’ Bonfigliuoli, Pasinelli, Negri, Polazzi, e nella nostra evidentemente si comprende. Perciò tanta collera prendevasi Annibale in Roma col Taccone, coll’ Albani, ed altri anche fuori della sua scuola, quando stupivan tanto, e facean tanti squasi di que’ termini così belli nella Galeria Farnesiana: lo vedete pur anche voi altri, loro diceva, quel che si fa: prima si pensa all’ attitudine dalle altre affatto diversa, che sia bella, propria al sito, grata, ed intelligibile: se ne metton giù più schizzi, e spogliando il modello, si disegna quella gamba, quel braccio, cosa per cosa, in quella attitudine, e veduta; poi tutta si pone insieme, e portandola sul cartone, quello non s’ ombreggia e lumeggia, se posto in alto il modello nello stesso sito, e al medesimo lume, non si compisce; e poi non han da far bene? e poi vi paion miracoli?2
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