Malvasia 1678/II
Carlo Cesare Malvasia, Felsina Pittrice. Vite de Pittori Bolognesi II, Bologna [Erede di Domenico Barbieri] 1678.
DI
GIROLAMO
CVRTI
DETTO IL DENTONE
E DI
GIOVANNI PADERNA
ANDREA SIGHIZZI
ET ALTRI SVOI DISCEPOLI.
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pp. 160–161
Quivi egli volle sperimentare due invenzioni a lui, ed allora nuove, nè più certo praticate: La prima fù tratteggiar d’oro su’ lavori a fresco con quel suo segreto di olio cotto, trementina, e cera gialla stemprate assieme, e date così bollenti con sottil pennello ove occorrono i lumi, perche servendo per un mordente, rende la foglia d’oro, che sopra vi si pone col deto grosso, alquanto rilevata, e molto lustra: Fù la seconda l’andar con un chiodo, od altro ferro acuto segnando intorno a certe sagme di sottil’ asse, che in diverse forme tagliate, & insiem’ unite, vengono a formare un bel scomparto, come di marmi nelle selciate anco nuove e fresche, riempendo alternatamente con diversi colori que’ spazi. Quanto alla prima, ella piacque, nè può negarsi che non torni bene quella ricchezza, massime a certe occasioni, tempi, e luoghi, come di scene, mortorii, macchine, e simili cose, che vadino vedute al lume di torchio, ancorche cominciatasi ad usare cosi frequentemente anco ne’ lavori a fresco, con esorbitanza eccedente, & affettazione intollerabile: Quanto alla seconda, ella non fece colpo, ne fù seguita; perche la densità, & arsezza della pietra cotta, ancorche molle & inzuppata, a se non attrae, nè ritiene in modo que’ colori, che resistino, e non si logrino ben presto col necessario, e cotidiano passeggio sopra di essa, come qui avvenne; ma il peggio fù che il Colonna, stando ginocchioni sù quella selciata tutta molle a ciò praticare, venne a prenderne tanta umidità in un ginocchio, che dopo esserne stato malissimo, & in letto più di un mese senza potersi muovere, e quasi storpio, gli convenne (così consigliato da’ Medici) non solo astenersi dal lavoro, ma andarsene a casa a far la convaleseenza all’ aria nativa, e trattenervisi per qualche tempo, necessitando il Maestro ne gli altri lavori che successero, e furono in particolare stanze nel Palagio de’ Signori Marchesi Paleotti, a valersi del Brizio, e dell’ Ambrogio.
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DI
ALESSANDRO
TIARINI.
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pp. 206–207
Usò pingendo a olio, di mai comporre col coltello i colori insieme, e far le mestiche sulla tavolozza, facendole volta per volta, e a pennellata per pennellata co’ pennelli per lo più logri, e duri, e sempre cogliendo nella stessa tenta; pregiandosene egli poi, e burlando gli altri, particolarmente il Sig. Guido, chiamandoli, come in deriso, que’ Pittori, che non sapean pingere senza far prima le mestiche, e comporle assieme. Velò molto i suoi panni, non solo i rossi con la lacca, ma i gialli col giallo santo, i verdi collo stesso e oltramare insieme, e talvolta volta col verderame, ò verde eterno, e fin gli azzuri, onde io viddi talora i suoi quadri fatti tutti prima di biacca e nero d’osso, come schizzati, poi ricoperti tutti di colori, e in tal guisa per via di velature condotti, e finiti, come osservo esser stato l’antico stile di qualche Pittore de’ vecchi, e di Giotto narra il Vasari: che lo praticava fino nelle figure a fresco, e sin nelle carni che bozzava di un certo verdaccio, poi con rossetto di color di carne, e chiaroscuri, ad uso di acquerelle ricopriva velandole; il qual uso, soggionge, fù poi lasciato, e cominciato a lavorarsi di corpo, facendosi le mestiche sode: non è però che fuori di queste velature ei non s’astenesse da i colori liquidi; e come lo Schiavone, costumasse anch’ ei tallora lasciar’ impassire le tente sulla tavolozza, poi così dure adoperarle, restando perciò così freschi, e di corpo; ond’è che le sue prime cose più di quelle degli altri, come fatte due volte, e col buon letto sotto, conservansi così bene contro le ingiurie del tempo.1
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DI
LORENZO
GARBIERI.
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p. 301
Bramando il Pomarancio un qualche giovane più intelligente, e pratico, di que’ che seco avea condotti da Roma, e perciò scrittone a Bologna a Bernardino Baldi, col quale passava stretta amicizia, contratta prima in Roma, por coltivata sempre, e mantenuta per via di lettere, gl’ inviò Lorenzo, che colàgionto, posto subito a far certi Angeli (che ben’ anche vi si riconoscono) senza tanti cartoni, e senza tanti spolveri, guardando solo il disegno, e con appontito chiodo riportandoli in grande sulla calce fresca, si pose a colorirli con tanta risoluzione, e facilità, che come fè stupire quel bravo Maestro, così recò molta gelosia, & invidia a quegli altri; che fatta perciò lega insieme, e postisi fieramente a perseguitarlo, furon cagione che poco vi dimorasse.
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p. 305
Fù d’ingegno un pò caldo, & ebbe alle volte troppo gran fuoco, e perciò presto nell’inventare, più poi nell’ eseguire; il perche non ebbe egli pazienza in far tanti schizzi, e disegni, che rarissimi di sua mano si vedono: e quando pur forzato a compiacerne qualcuno, non potè negarne loro, ricavandoli per lo più dall’ opra prima fatta, e compita, li formò finitissimi, ombrati, e lumeggiati d’oro, e d’argento, come quelli, ch’oltre i duo’ quadri sudetti, mandò in dono a Roma al suo Cardinal Giustiniano, già che lo stesso ancora, per ben cattivarselo, avea praticato in que’ della sua Cappella di S. Carlo in Bologna. Bramò perciò sempre con altrettanto ragionevol ardore, quanto se gli ne mostrò lontana l’occasione, un qualche operone immenso a fresco, ove si fosse una sol volta a suo modo (soleva egli dirci) potuto sbizzarrire, ed isfogare; sicuri però, che reso più paziente dall’ età, e cauto dallo sperimento, non avrebbe dato nella smoderata terribilità, che si vede, e si compatisce ne’ suoi Profeti, e Sibille nel primo volto della Chiesa della Morte, per averle disegnate a braccia, come suol dirsi, sull’ opra stessa, e senza i cartoni; riuscendo per altro molto ben’ intese, e facili, e d’ un colorito poi mirabile; raddolcita la solita sua austerità dalla necessità della fresca calce, in luogo d’imprimitura, e dalla tempra dell’ acqua, in vece delle distempre coll’ olio. Dissi solita sua austerità, perche al trepiedi caricò stranamente le tente, e tanto, ch’ebbe talvolta ad uscire, e si trovò a’ primi limiti della crudezza, dilettandosi egli troppo del tingere del Caravaggio, ritenendone per avventura sempre nella sua più riposta, e dimestica stanza una copia, da lui stesso ricavata, del S. Tomaso toccante nel Santissimo Costato la stessa Fede, originale di quell’ autore, presso allora i Signori Lambertini.2
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DI
DOMENICO
ZAMPIERI
DETTO IL DOMENICHINO.
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pp. 327–328
Come dunque così doppio, così sospettoso, maligno, & invidioso divulgarlo poi sempre sin che vissero tanti altri Pittori, e quel ch’è più, degni di fede, huomini da bene? Io stupisco alle volte dentro di me, e mi confondo: Narrava il Lufoli bravo pittor Pesarere, il Menichino in certo lavoro a fresco di sotto in sù, e se mal non mi raccordo, in quello di S. Andrea della Valle, haver fatto di notte segare i traversi che sostentavano l’asse, perche giongendovi il Lanfranchi, al quale era stata data la cupola, mancando gli il ponte sotto i piedi, venisse a rompersi il collo: Soggiongeva averglilo raccontato più volte il Mengucci buon pittore pure da Pesaro, e suo maestro, che servendo allora il Lanfranchi, salendo prima d’ogn’altro il ponte ad ammannire le mestiche, come giovane furioso, tutto scorrendolo in velocissimi passi, vidde con gran pericolo mancarsi dietro la parte in tal guisa acconcia; aggiongendovi anche quel che pur troppo è noto, cioè che tocco il lavoro a S. Carlo a’ Catenari al Sementi, bravo allievo di Guido, e che si diceva che avrebbe passato il Zampieri in quello di S. Andrea della Valle, tanto fè, tanto disse, tanto s’aiutò col Cardinal Borghese parente, & esecutore in ciò del Cardinal Leni, che gli lo tolse, facendolo per minore assai prezzo, restandovi a pena il bellissimo Dio Padre nel lanternino della cupola gia oprato, con grand’afflizione del povero giovane, che tanto ne restò mortificato, che infermatosi, v’ebbe a lasciar la vita.
Racconta il Sig. Angelo Michele Colonna, nel tempo ch’ei dipinse in Roma la Sala de Signori Spadi, il Savonanzi avergli fatto conoscere il Zampieri anche in ciò, che mostrandogli suoi disegni con figure apposta storpiate, e scorrette, che vuoi giocare, gli diceva, Colonna mio, che costui me le loda per perfettissime; e che così per l’appunto sempre avvenniva, con loro stupore dell’adulazione di quest’huomo, e con scandalo.
Io mi raccordo vedere presso il Sirani, e nella scuola ancor dell’ Albani il disegno di una tavola, fatta intagliar in rame dal Lanfranchi sudetto, e che diceasi esser stata partecipata anche in tal guisa a tutte le altre scuole, e Pittori d’Italia, perche si contentassero esser essi i giudici, s’ella fosse così cativa, e piena d’errori, come l’avea divulgata quell’ empio, e maligno, scriveva egli, del Domenichino; intendendosi poi dopo, come comprata, adornata, e dorata la prima Cappella a mano destra della Chiesa di S. Anna de’ Lombardi in Napoli, ve l’havesse donata, con gran rammarico di que’ PP. Certosini, pe’ quali ella era stata fatta, ma reietta, per le persuasioni di quest’huomo che veramente avea il torto; essendo giudicata da tutti bellissima, come si vede, massime la Beata Vergine, che tutti rescrissero non potersi figurar più bella, e parer di Guido.
DI
GIO. FRANCESCO
BARBIERI
DETTO IL GVERCIN DA CENTO
E DI
PAOLO ANTONIO FRATELLO
ERCOLE GENNARI COGNATO
BENEDETTO E CESARE
Nipoti dello stesso
ET ALTRI SVOI DISCEPOLI.
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Ristretto de’ successi accaduti circa la Vita, & ammirabile virtù del Sig. Caval. Gio. Francesco Barbieri, Pittore da Cento, ricavatoda certi manuscritti del già Sig. Paolo Antonio Barbieri suo Fratello, e d’altri di sua Casa, dall’ anno 1590. sino al 1667. con la numerazione delle pitture più notabili.
p. 362
1615 … Nell’ Anno istesso dipinse in Cento à fresco un casamento del Sig. D. Bartolomeo Panini sotto e sopra, con maniera tale, che pare che il lavoriero sia fatto a olio, e molti pittori se ne sono volluto chiarire con diligente inspettione. Quivi fece campeggiare, oltre la nobiltà dell’Idea, e la sublimità del genio, anco la intelligenza della dispositione historica, e favolosa, avendoni dipinto in una stanza con gran maestria le quattro Stagioni, e nella Sala tutte le attioni di Ulisse; & in altre camere l’ Armida del Taßo, con tanta vaghezza e vivacità di colori, che quella Casa è sempre mai stato l’oggetto più curioso da farsi vedere a Principi, e Virtuosi, ch’ etiamdio à posta vi si sono trasferiti.3
Notes
- Cf. Mary Philadelphia Merrifield, The Art of Fresco Painting, as Practised by the Old Italian and Spanish Masters, with a Preliminary Inquiry into the Nature of the Colours Used in Fresco Painting, with Observations and Notes, London 1846, pp. 99–150. ↩︎
- Ibidem, pp. 98, 103. ↩︎
- Ibidem, pp. 102–103. ↩︎
