Malvasia 1678/II

Carlo Cesare Malvasia, Felsina Pittrice. Vite de Pittori Bolognesi II, Bologna [Erede di Domenico Barbieri] 1678.


pp. 157–178

DI
GIROLAMO
CVRTI
DETTO IL DENTONE
E DI
GIOVANNI PADERNA
ANDREA SIGHIZZI
ET ALTRI SVOI DISCEPOLI.

GRand’ obbligazione professar devono gli Studiosi a coloro, che di qualche bell’Artificio furono i primi inventori; perche quando anche non così perfetto, per non dir diffettoso, l’avessero a noi fatto pervenire, ad ogni modo non potrà mai loro negar l’onore del primo motivo, chi ogni più intero compimento seppe poi darvi; essendo così facile alle cose inventate l’aggiongere, quanto difficile le non più praticate immaginari, e scoprire. Questa per l’appunto direm noi doversi a Girolamo Curti, detto comunemente il Dentone, per portar’ egli naturalmente la bocca in un tal modo occhiusa, che n’apparivano sempre duo’ gran denti; onde Leonello Spada, che ne fece il ritratto a penna, che donatomi dal Colonna, mi hà servito per originale al di rincontro qui posto, col ripiego di Apelle in ritrarre il Monocolo Antigono, il figurò anch’egli in profilo; e facendogli di più stringer le labbra, venne a ricoprirne il difetto. Fù egli del chiaroscuro forse il primo, ma certo il miglior introduttore in Bologna; e come i Carracci nelle figure, così egli nella Quadratura attaccandosi al naturale, venne a liberarla da un certo fantastico & ideale, affettato per l’addietro dal Baglioni, dal Cremonini, e simili suoi antepignani, e Maestri in quel poco che l’avean più tosto tentata, che praticata. Egli è vero che successivamente anche questa dal Colonna, Metelli, ed altri d’innumerabili vaghezze arricchita, pare che in certo modo a giorni nostri antiquata, perda il primiero applauso, e rispetto; ma non può già dirsi, che sotto tanti lussi non mantenga anche illesa la sua maestosa purità, e trasparendo sempre la impareggiabile sua sodezza, non si dia a conoscere per la perfetta ossatura, e giusto modello, di qual siasi altro fastoso riempimento, e prezioso vestito.

Fù figlio di un pover’ huomo da Reggio di Lombardia, che venuto giovanotto a stanziare in Bologna, per trovarvi più facilmente, come in più grossa Città, da guadagnarsi il vitto, vi si ammogliò, e n’ottenne questo ragazzo, che all’uso di tanti altri, che per la povertà non possono esser mantenuti alle scuole, ò incamminati all’Arti, fù posto al Filatoio, ove il bel primo giorno, correndo la convenuta provisione, a guadagnare incominciò. Fuori degli anni della discrezione, e gionto a venticinque di sua età, cominciò a vergognarsene, e gli parve una vigliaccheria perdere così inutilmente il più bel fiore di sua età fra tanta ciurmaglia, per restar poi in fine senza un qualche ragionevole trattenimento, e guadagno, quando alla virilità fosse gionto; onde dolutosene più volte col Padre, e dispettosamente un giorno levatosene, si pose più tosto ad andar vagando; & invitato da Leonello Spada, ad ir seco la mattina delle feste, e la Quadragesima a sonar le prediche a’ PP. di S. Martino, per buscarsi in una buona collazione il vitto per tutto il giorno, spendendo il residuo in spogliarsi scambievolmente nudi, facendosi l’un l’altro modello. Diedesi in tanto a comprar Santi all’ingrosso, & a danar ritratto Girolamo, e quelli co’ colori vestendo, e miniando, rivendere a minuto, studiando in tanto su’ medesimi, poscia tentando ricopiarli su’ muri allora, che sopra di essi a farvi Croci s’era applicato, e venivane posto in opera.

La prima cosa, che vi ritraesse con un pò di proposito, fù la Madonna con quell’Abbondanza sotto il portico de’ PP. della Carità, che veduta da Vespasiano Grimaldi, in uno de’ Filatori del quale era prima ito, consigliò il padre a porlo al Pittore. Andò dunque con Cesare Baglione, e in pochi mesi fè così pratico di oprar la riga, e tirar ritte, e nette le linee, che trovandovi quella facilità che non provava ne’ muscoli, altrettanto s’affezionò alla Quadratura, quanto alle figure prendeva avversione. Prese perciò animo, e comperatosi un Vignola, & un Serlio, si pose ad istudiar gli ordini dell’Architettura, ed a praticar le regole della Prospettiva, così impratichendosene, che ne sapea render ogni conto e ragione, e notando i difetti nelle operazioni de gli altri, accennarli fino allo stesso Baglione, che gli ebbe a dir tal volta, altro volervi, che tanti rigori, e stitichezze, e bisognarsi oprar più con un certo giudicio, e pratica, che con tante sottigliezze di una severa teorica: Far come il Tentoretto, che prendeva talora le misure col pistolese; e come Michelangelo che vantavasi, non usare altre seste che quelle de gli occhi. Cominciò dunque, da se ritiratosi, a far da Maestro, colorendo armi, fregi, prospettive, soffitti; non perdonando a fatica, godendo nella diligenza, e nella assiduità, soddisfacendo ogn’avventore, e guadagnando assai, con maraviglia del suo compagno Leonello, e stupore del padre dello stesso, che coll’esempio di Girolamo lui pungendo, e stimolando, lo indusse ad andare a star seco a macinargli i colori, ed ammanirgli le mestiche, perche impratichitosi anch’egli altrettanto nelle tinte, quanto si vedeva digrossato nel disegno, avesse potuto guadagnarsi il vitto, come l’altro, e sovvenir la sua casa, come in poco tempo avvenne.

Furono le prime opere, che facesse di qualche rimarco il Curti, certe Cappelle picciole in S. Nicolò di S. Felice lateralmente ornate, e tanto più naturali, e belle dell’altre, che prima vi avea fatto il Baglione: Quel si gentile, e sodo ornato che si vede nella Cappella grande della Chiesa di S. Rocco, dietro le mura della Città: Quello che orna si bene la Cappella della Sagrestia di S. Pietro: Un’ ornato di Altare, oue finse colonne di tanta forza, e colorito, che paion tonde, e distacche, nella Chiesa della Confraternità di S. Maria del Piombo, & altri simili che di quando in quando a chi ne và in traccia danno a vedersi: L’ornato rustico intorno l’Ercole de’ Signori Marchesi Tanari, insegnando, anzi componendo le mestiche al Guercino anche giovanotto, e del fresco non pratico, allora che nel prospetto del bel Palagio colorì la tremenda figura: Il nuovo, bello, e tanto ben’ inteo sfondato, e quadratura nella libreria de’ RR. PP. di S. Martino, facendovi le figure Lucio Massari, che in gran copia vi espresse la già detta altrove disputa di S. Cirillo, & altre nel palco: Il giudicioso, e capriccioso sfondato nel gran vestibolo delle superbe scale de’ RR. PP. Conventuali di S. Francesco, ove più tosto che prendere il punto della veduta stando nel mezzo, come suol farsi, lo tolse dalla pilastrata, che l’uno e l’altro ramo della scala unisce, e distingue, acciò sì nel salir per lo primo, che nel discendere per lo secondo, tornasse meglio alla vista: La Sala nella Casa de’ Signori Conti Orsi in strada Maggiore, oggi del Sig. Lorenzo Vizzani. Fece due facciate, delle quali le più capricciose, e in un sodo, le più naturalmente, e insieme vagamente dipinte mai furon vedute, onde anche oggidì servono di ammirazione, e di esempio a gli Artefici: l’una è in una Casa ne gli Orefici, fattagli fare da uno de’ Limiti, che n’era allora il padrone, fingendovi sotto certe lunette vasi d’oro e d’argento; e l’altra nella nobil casa fabbricatasi allora dall’insigne Avvocato Fontana, al quale anco avea dipinto la sala, ed altre stanze; e dove sono certi ornati di finestre così bizzarri, sontuosi, e magnifici, che Gio. Battista Magnani, già architetto de’ Duchi di Parma, nè prese il disegno, e l’istesso volle il Vigarani ultimamente architetto delle Altezze di Modena, per servirtene in non sò qual occasione, dicendo in quel genere più non potersi fare.

Cresciuto intanto in stima, e riputazione, cominciò a farsi di lui gran conto non solo dalla Nobiltà, eda ricchi Mercanti, che tutti volevano ò nelle loro case in Città, ò ne’ Palagetti in villa qualche operazione di sua mano, ma dagli stessi Professori, tratti a dirne bene, e magnificarlo non meno che per verità, e per suo merito, per adulazione, e proprio interesse; perche a lui solo, come al miglior di tutti, concorrendo, e capitando ogni lavoro in simil genere, e perciò neccessitato a valersi per aiuto di tanti altri a lui restati indietro, & ad unirsi a figuristi, che l’opre gli compissero, facevano tutti a gara a servirlo, e di questi ultimi anco i più valenti, come i sudetti Leonello, il Brizio, il Massari, e finalmente il Colonna, che poi divenne in fine indivisibile suo camerata, e compagno fino alla morte, come a suo luogo, e nella vita di lui diffusamente mostrerassi. Qui perciò succintamente proseguiremo l’opre, che in compagnia di quest’ultimo fece, che furono particolarmente molte stanze nel gran Palagio a S. Martino de’ Signori Marchesi Paleotti, & iui contiguo altre fatture nel Casino di Pirro Zanetti, colorendoui di chiaroscuro la B. Verg. col Bambino sul disegno, anzi compitissimo cartone fattogli gratis dal Sig. Guido, in occasione di ritrouarsi nello stesso tempo nel detto Palagio del Sig. Galeazzo Paleotti a pingervi in un camino la tanto graziosa figura dell’Allegrezza: Nel nostro Palagetto al Trebbo il bel soffitto della saletta, che per certa sua bizzarria, e proua volle dipingere a tempra su’ un tavolato di asse di abeto egregiamente commesse, e che ad ogni modo col tempo han fatto qualche motiuo, & in forma di T la doppia loggia in volta a fresco in ciaschedun de’ sfondati, ne’ quali vagamente l’andò diuidendo, e per ogni balaustrata, facendoui colorire varie figure al Brizio, a Tognino, ed a Franceschino Carracci, al Valesio, e simili allora giovani, non d’altro pagandoli, che della sua dolce conversazione ed allegria ad una lieta mensale Feste; godendo egli altresì in tal guisa esercitarsi, e suegliarsi; pratica che riuscirebbe a’ dì d’oggi molto difficile, pretendendo i giovani alle prime pennellate esser già fatti maestri.

Quivi egli volle sperimentare due invenzioni a lui, ed allora nuove, nè più certo praticate: La prima fù tratteggiar d’oro su’ lavori a fresco con quel suo segreto di olio cotto, trementina, e cera gialla temprate assieme, e date così bollenti con sottil pennello ove occorrono i lumi, perche servendo per un mordente, rende la foglia d’oro, che sopra vi si pone col deto grosso, alquanto rilevata, e molto lustra: Fù la seconda l’andar con un chiodo, od altro ferro acuto segnando intorno a certe sagome di sottil’asse, che in diverse forme tagliate, & insiem’ unite, vengono a formare un bel comparto, come di marmi nelle selciate anco nuove e fresche, riempendo alternatamente con diversi colori que’ spazi. Quanto alla prima, ella piacque, nè può negarsi che non torni bene quella ricchezza, massime a certe occasioni, tempi, e luoghi, come di scene, mortorii, macchine, e simili cose, che vadino vedute al lume di torchio, ancorche cominciatasi ad vsare così frequentemente anco ne’ lavori a fresco, con esorbitanza eccedente, & affettazione intollerabile: Quanto alla seconda, ella non fece colpo, ne fù seguita; perche la densità, & arsezza della pietra cotta, ancorche molle & inzuppata, a se non attrae, nè ritiene in modo que’ colori, che resistino, e non si logrino ben presto col neccessario, e cotidiano passeggio sopra di essa, come qui auuenne; ma il peggio fù che il Colonna, stando ginocchioni su quella selciata tutta molle a ciò praticare, venne a prenderne tanta umidità in un ginocchio, che dopo esserne stato malissimo, & in letto più di un mese senza potersi muovere, e quasi storpio, gli convenne (così consigliato da’ Medici) non solo astenersi dal lavoro, ma andarsene a casa a far la convalescenza all’aria nativa, e trattenervi si per qualche tempo, neccessitando il Maestro negli altri lavori che successero, e furono in particolare stanze nel Palagio de’ Signori Marchesi Paleotti, a valersi del Brizio, e dell’Ambrogio.

Asceso poscia al Pontificato il Cardinal Ludovisio, ed occorrendo a’ Papalini ornare il Palagio comprato da essi nella piazza de’ Santi Apostoli dirimpetto appunto a quella Chiesa, raccordatisi del valore del paesano, il chiamarono a Roma a farvi, oltre altre stanze, uno de’ suoi soliti bellissimi sfondati nella sala di esso, come egregiamente eseguì, riportandone la meritata lode, e maggiore assai di quella, che per l’addietro erasi tutta attribuita a Gio. Alberti dal Borgo per la famosa pittura della sala Clementina. Tornato a Bologna, dopo non sò quali altre cose per Vespasiano Grimaldi, si pose attorno al mirabile sfondato della volta della gran Cappella maggiore de’ RR. PP. di S. Domenico, valendosi per certi Angeletti, che vi occorrevano volanti, e su quelle finte loggie, e per i quattro Evangelisti ne’ peducci, di Lucio Massari; ma nello stesso tempo cercando di riunir seco Angelo Michele Colonna, tornato di poco da un lavoro per una Serenissima di Parma, ed accreditato ogni dì più per le bell’ opre che andava facendo in patria: E perche prima di partirsi egli per Roma al lavoro Ludovisio, l’avea lasciato poco soddisfatto, anzi disgustato, per non avere a lui rinonziato prima di partire certo lavoro, e più tosto datolo per le figure al Galanino, cercò che di questa reconciliazione fosse mezzano il Luchino suo giovane, che per ciò, come da se, andasse dal Colonna, l’interrogasse, per qual cagione non si lasciasse vedere, come prima, dal Sig. Girolamo che tanto l’amava, e senza impegnarsi, lo persuadesse a portarsi ad aiutarlo in quella volta, stranamente sollecitatagli dal Sig. Grimaldi, ma più da quel Padre Priore, non essendo per far mai cosa più grata al Maestro, che per ciò obbligatogli, l’aurebbe facilmente tolto seco a mezzo guadagno per l’avvenire, come sapea di certo, tale per l’appunto esser la di lui intenzione. Seco dunque condottolo, così successe, stipulandosene in voce, e sulla scambievol fede la nuova società, che come dissi, durò fino alla morte.

Ebbe poscia a contentarsi ogni dì più di questa unione Girolamo, che troppo vile, per darla, di animo, edi pasta dolce, non sapea farsi pagare, e più tosto arebbei ridotto a pinger per nulla, che piatendo, e minuzzandola su i prezzi, lasciar partir disgustato qual si fosse stato indiscreto, che approfittandosi della sua dabbenaggine, e pusillanimità, gli avesse offerto poco; onde tanto fino a quell’hora operato avea, e così poco messo insieme. Lo sgridò più volte il Colonna, e l’avverti, massime allora, che presa a dipingere una galeria ad un tal Padre Bottrigari Monaco Olivetano nel cospicuo, & immenso Convento di S. Michele in Bosco, lasciò accordarela in così basso prezzo, che non venne loro a toccare venti baiocchi il giorno; il perche, otenendola la seguente Primavera nella gran Prospettiva, che in capo allo stradone vi vollero que’ nobili Padri, parue loro una stranezza, ed incocchiatura indiscreta, che non solo se ne chiedessero dugento lire, ma che di esse non volessero giammai arrendersi d’un baiocco. Prima però di questa, con non differente alto prezzo si era dato principio in casa Rizzardi, dopo aver passato il rigore dell’antecedente Inverno a Ferrara, a servire il Marchese Enzio Bentivoglio in certe scene, che auean fatto stupir non solo tutta quella Città, ma tanti forestieri concorsi iui a veder quelle Feste rappresentate dalla splendidezza di quel Signore con tanta magnificenza, massime per certi pezzi d’architettura fintivi dal Curti con tal simiglianza del vero, per esser caricati d’ombre e di lumi fierissimi, che ben poi illuminati mostravano un rilievo mirabile, che avean fatto scommettere molti di que’ Cavalieri, che certe cornici, e balaustri fintivi fossero veri; onde era convenuto loro, saliti il palco, andarli a toccar con le mani, per ben chiarirsene. Ma per tornare, non meno che a Bologna, sul tralasciato ordine, non si tosto ebbe dipinto con facile, e verisimile comparto di mattonate d’ordine rustico la facciata dell’Osteria della Scala sulla strada di S. Felice, ove per alludere al cognome de’ Padroni che n’erano i Signori Conti Ercolani, avea il Colonna introdotti in certi nicchi ne’ duoi angoli duoi Ercoli i più rientiti, & insiem graziosi, che desiderar si possano; nè sì tosto dopo questa fattura, in pochi giorni dipinta la mentovata prospettiva a S. Michele in Bosco, che l’istesso Grimaldi, che avea dato a Girolamo la sopra memorata volta nella gran Cappella maggiore di S. Domenico, s’invogliò di veder anche dipinta di sua mano la facciata del Palagio nuouamente fabbricatosi in istrada S. Felice ricontro la sua stessa Chiesa Parrocchiale di S. Nicolò; e mentre questa terminata, stava travagliando intorno a’ fregi della Sala, invidiataci dalle circonuicine Città la sua virtù, cominciò con gloriosa gara ad esserci dalle stesse tolto, e rapito.

La prima fù Ravenna; perche inuaghitosi fin da quel tempo ch’era stato Legato in Bologna il Cardinal Capponi del nuovo, e bel modo di colorire a fresco soffitti, e le volte da costui in questa Città, e perciò invogliatosi di far’ ornare in tal guisa il Palagio contiguo alla Cattedrale di quella Città, della quale era poi stato fatto Arcivescovo, ottenne che egli mandasse; ma non si tosto ebbe dimezzato il lavoro, che gli convenne trasferirsi a Parma, chiestovi con ogni più fervorosa istanza da quella Altezza. Ma perche l’una, e l’altra andata fù, come non senza gran riputazione e decoro, non senza le solite ancora emulazioni sempre, e contrasti, non sarà di caro, rammemorandone ogni accidente, sentirne qui ristrette le curiose particolarità. Stava pingendo la facciata, che si disse alla Scala per i Signori Conti Ercolani, quando gionsero le lettere del sudetto Cardinal Capponi al Card. Spada Legato allora di Bologna, che lo pregavano a far significare a più bravi frescanti, ch’ivi allora si trovassero, il suo desiderio, ed intendere, quando sciolti d’ogn’ altro impegno, e terminato ogni principiato lavoro, avessero potuto trasferirsi a servirlo, sicuri d’ogni più vantaggioso trattamento. Si mandò subito dal Curti, poi dal Colonna, ma trovatisi fuori di Città, al sudetto breve lavoro alla Scala, e dettosi, e credutosi in lontan paese, e per longo tempo, si perdette ogni speranza non solo di poterlo conseguire, ma non s’usò altra diligenza in ben informarsene. Approfittandosi in questo mentre dell’opportuno equivoco il Canonico Fiorentino, huom destro, & impronto, che per esser Cappellano della lor Chiesa in Palazzo, godea la confidenza de’ Legati pro tempore, s’interpose per Gio. Castelli suo amorevole, e seppe adoprarsi in modo a suo favore, che dall’Eminentiss. Legato ottenne, che in difetto del sudetto Curti venisse proposto, e si diede anche accettato. Ciò divulgatosi per la Città, e gionto all’orecchie del Colonna, non potè dissimularne un giusto rammarico, e mentre terminando la più volte detta prospettiva grande a RR. Monaci di S. Michele in Bosco, andavasene dolendo col compagno, dal P. Bottrigari chiesta, ed intesa la cagione di sue querele, fù quanto compatito, altrettanto sovvenuto. Conferendo il buon Monaco l’indegno caso col Celerario, nel partimento del quale stanziava Sua Eminenza ogni volta che, compite le funzioni Pascali, fuggendo l’aria cattiva di Ravenna tanto nociva alla sua debole complessione, portavasi a passare il residuo dell’anno in Bologna, lo pregò a scriverne, come fece, di buon inchiostro, ed interporre i suoi caldi ufficii con quell’ Eminentiss. rendendolo informato dell’astuta esclusione del primo huomo che trattasse il pennello a fresco. Quando perciò si allestina il Castelli alla partenza, gli fu fatto intendere che non s’incomodasse, e mentre stava pingendo la nominata Sala Grimaldi col Colonna il Curti, fu intimato loro, che spicciandosiene ben presto, dovessero portarsi in fretta a servirlo a Ravenna. V’andò dunque il Curti, conducendo seco il Metelli che l’aiutasse, acciò trattenendosi dal Grimaldi il Colonna a finir quella sala, terminata che fosse, colà anch’ei se n’andasse, seco menando qualche altro giovane ancora a sua elezione, che fù lo Sighizzo. Vi fecero una Sala non molto grande, dopo avervi dipinta la facciata esteriore di quel palagio, che quanto alla prima senti vasi biasimata da’ Ravennati, troppo malinconica, diceano, come avvezzi a que’ comparti di scacchi azzurri, rossi, e gialli, altrettanto poi finita venne da essi applaudita, e lodata. Ne dierono fuori stampate ancora spiritose composizioni, che al Colonna poi (in ciò rallegrandosene seco) furono mostrate dallo stesso Sig. Cardinal Capponi in Bologna allora, che conforme il solito, passatosene per i caldi a questa buon’aria, richiamato improvisamente lui, e Girolamo, rivocò loro la Galeria, e le pitture nella Chiesa del Duomo, comandate dopo la detta Sala, per compiacere il Duca di Parma, che credutosi trovarsi il Curti, e ’l Colonna in Bologna, avea caldamente scritto all’ istesso Sig. Card. Spada Legato, che subito gli li mandasse, dovendosene servire per le sontuose feste, che preparar destinava al Gran Duca suo futuro ospite, nel ritorno ch’era per fare dall’Imperio.

Colà dunque gionti, vi furono accolti con particolari dimostrazioni di affetto, e di stima; massime il Colonna già cognito, & accreditato in quel paese per le pitture fattevi nella Chiesa di S. Alessandro, come sopra toccosi, e nella vita di lui dirassi; e col quale perciò rallegraronsi fra gli altri Gio. Battista Magnani architetto, e Luca Redi stuccatore del Duca, che gli soggiunsero, che chiamati essi per un’opra sola, cioè delle scene, e macchine da farsi, n’aurian fatto due, intendendosi di due Sale al Palagio del Giardino, intenzionate dal Serenissimo Cardinale al Colonna fin d’allora, che nel detto lavoro di Sant’Alessandro avea dato tanta soddisfazione. Gli raccontarono come il Tiarini, e ’l Gavassetti, i quali dipingevano in quel tempo nell’istesso Giardino due stanze, con insaziabile avidità avean procurato di ottener anco le dette due sale, e per loro escluderne, divolgato per quella Corte, non trovarsi il Curti, e ’l Colonna in istato di poterle fare: che in prova di ciò producevano una lettera concessa loro dal Sig. Co. Fortunato Cesi, allora Castellano, oue il Colonna richiesto da detto Signore a portarsi a Parma a dipingergli una sala, rispondevagli in essa, non solo non potersi dipartire dal Sig. Girolamo, col quale si era posto a fare a compagnia, ma trovarsi ambiduo’ impegnati colà in Ravenna per ben trè anni in servizio del Sig. Cardinal Capponi, che destinava far dipingere loro anche una galeria, e tutta la nave di mezzo della Cattedrale. Per quanto tuttavia si adoperassero costoro, nulla aurian conseguito, non avendo essi dato in quelle stanze quella soddisfazione, che da loro speravasi, ed altrettanto odiata l’albagia del glorioso Modanese, quanto biasimata la fellonia del maligno loro paesano. Quivi oprarono con estrema lode, e fra l’altre macchine, dicono portasse il vanto quell’ immensa, e tanto laboriosa rappresentante in una gran Città (che tutta capiva una piazza intera) la famosa di Tebe, nella quale all’ armonioso invito della cetra di Anfione andavansi insieme accostando i sassi, e compaginando le mura; e così grandi, e sontuose apparirono le scene, e di così nobili architetture, e maestosi edificii ricche, e ripiene, che mortificate acchetarono quelle tanto rinomate dell’ingegnoso Peruzzi, che tanto potè pregiarsi al tempo di Leon Decimo per la Calandra del Cardinal di Bibiena in esse rappresentata. L’istesso Duca Odoardo, terminate le feste, ordinò che in certo salone si tornassero elleno in piedi; nè saziandosi di passeggiarvi dentro, come imbevuto del genio giocondo e faceto del Dottor Achillini, suo già maestro nelle filosofiche facoltà, e Lettor primario di quello Studio, ebbe a dire, sentirsi così allettato dalla bellezza di esse, che dubitava di non divenir Comico, di Duca ch’egli era. Si degnò poi di pregare egli stesso ambiduoi a tornar quanto prima a far le due sale, promettendo loro di farle entrare nel suo proprio quarto, e goderle più d’ogn’ altro partimento di quel delizioso, e superbo Palagio.

Tanto operarono l’anno appresso, intermessovi però qualche tempo tra l’una e l’altra, a cagione massime del Colonna, forzato a tornare a Bologna per la pericolosa infermità della prima moglie, dopo la quale tornò con Girolamo a far la seconda, con gran contento di quell’ Altezza, e lode di tutta la Città. Non sì tosto l’ebbero poi finita, che convenne loro l’affrettare il ritorno alla Patria per la peste del 1630. che cominciando a farsi sentire in quelle parti, avea così ristretto, e difficoltato l’ingresso de’ forestieri non solo, ma de’ stessi paesani per qualche tempo assenti, ch’ebbero che fare ad entrar dentro: e se non che lasciatigli abiti camparecci, vestitisi da Città, & accompagnatisi con altri Cittadini usciti poco prima a prender’ aria, non erano ricevuti in Città prima di aver fatta la quarantena. In quelle comuni miserie, & afflizioni tuttavia che poi successero, non rimase ozioso il pennello di Girolamo, impiegato nello stesso tempo col suo compagno dal Cardinale Spada in una delle sale del partimento di sopra del Legato, che da Urbano Ottavo suo gran benefattore volle fosse detta la Urbana; sì come la via Urbana fece chiamare la da lui nuouamente aperta rincontro la Via Larga di S. Domenico; e Urbano il giudicioso, e bizzarro Lazaretto di pianta fondato fuori a pena della porta di strada Maggiore, che poi, terminata la sua memorabil Legazione, fù subito demolito, & equato al suolo. Fece nell’istesso tempo al Rinieri la sontuosa Cappella nella Chiesa dell’Ospitale di S. Francesco, così bene ornandola, e lasciando tutto al Colonna quel vago, ben’ inteso, ma meglio colorito sfondatino, che tante volte osservato per norma di simili architetture viste di sotto in sù, è stato disegnato, & anche dipinto. Non sì tosto poi piacque a Sua Divina Maestà esaudire le preci de’ suoi devoti, e liberarci l’anno seguente da quella memorabile mortalità, che chiamato fù Dentone dal Serenissimo di Modena a dipingergli una privata Cappella in Corte, & un sfondato di una stanza in volta, ove il Colonna figurò un Giove, che tanto piacque a Sua Altezza, che per l’avvenire tenne di lui gran conto: ma mentre era per principiare i suoi comparti per porsi attorno alla detta Cappella, infermatosi stranamente il Colonna, e con pericolo di morte, e perciò fatto da Sua Altezza portare in Bologna, di ciò supplicandolo l’infermo, cominciò a temporeggiare Dentone, lentamente quella proseguendo, e più tosto in altre fatture di quel palagio nuovamente sopragiontegli variandosi, con la fiducia della futura sanità del compagno: Ma non potendosi ben risanare il Colonna, & abborrendo quella Città, ove avea portato pericolo della vita, e più tosto perciò postosi intorno ad altri lavori in Bologna, venne proposto a Girolamo dal Conte Attilio Areosti, e raccomandatogli efficacemente Lucio Massari, a lui molto ben cognito, per averlo servito altre volte, ed altr’huomo, scrivea quel Signore, che non era quel mal cotto giovanastro, che non era perciò per portarsi mai così bene, come sperar potevasi di quest’ altro Maestro già fatto, e conosciuto. Riuscì nondimeno tutto il contrario, con poco onore del Conte sudetto, e gusto dell’istesso Massari, poco gradito da S. A. che non portavasi mai sul lavoro, che alla di lui presenza non addimandasse instantemente al Curti dello stato dell’ infermo, mostrandone impazienza, nè mai quietandosi sin che non lo riebbe.

Non essendo valso a Girolamo con tutte le sue preghiere, ed esortazioni a farlo restare allora, che con gran fatica l’avea pur fatto ripassare a Modena, a fare in pochi giorni con esso lui, ed altri, certe scene del Principe Nicolò d’Este, avendo voluto ritornare subito a Bologna, gli abbisognò dopo qualche tempo venir’ anch’ egli in persona a pigliarlo, d’ordine espresso del Duca, e aricondurlo, con le destrezze però, e soavi modi, che più particolarmente nella sua vita udirannosi. Volle S. A. che gli dipingessero una galeria, e che fingendo le mura di essa tutte piene di quadri fintivi rapportati tra’ scomparti di quadratura, vi facesse il Colonna le storie, raccomandandogli particolarmente a tenere in esse la stessa maniera del Giove già dipintole. Hora perche poco più qui restava a farsi da Girolamo, e nello stesso tempo avean supplicato, ed ottenuto licenza da S. A. que’ dell’ Oratorio di S. Carlo di far quello dipingere a questi duo’ valentuomini, nel mentre che affaticavasi il compagno ne’ detti quadri istoriati della galeria, ed egli passato a dar principio al predetto nuovo lavoro, cominciava a ridurlo in buon’ essere, fù neccessitato improvisamente lasciarlo, buttandosi infermo in un letto. Caduto una sera in da giovane graziatamente in terra allora, che tornava da certo lavoro con Leonello Spada, e percosso un ginocchio su’ un sassolino, eragli concorso in esso un pò di umore, che non curato su quel principio, e negletto, col tempo cangiossi in una natta, che crescendo gli poi insensibilmente divenne un mostruoso ingombro. L’avevano avvisato più volte i Medici, doversi un giorno malamente sentirtene e non se ne curava, & un Dottore prima in Parma, poi il Gessi in Bologna Medico di casa, e suo grand’ amico, s’era più volte offerto tagliarglila senza un pericolo immaginabile, pregandolo a contentarsene, altrimenti arebbe stata la sua morte; ma sempre allongandone la risoluzione, e tardandosene l’effetto, s’era ridotto in istato, che senza gran pericolo, non potevasi più venire al taglio.

Per molti giorni avanti stranamente tormentatone da eccessive, & insoffribili punture, che l’avean neccessitato desistere dall’operazione, stavasi allora consolando, perche cessatogli affatto il dolore, gli rasembrava di non aver mai avuto alcun male; quando perciò tutto lieto andava lavorando, sentendosi all’improviso correre giù per la gamba quantità di umore, restarne inzuppato il piede, e tutta allagata la selciata, s’accorse esserlegli rotta quella maligna escrescenza, che non sì tosto restò vota di quel putre licore, che senti indeboliri di modo, che non potendosi più reggere, cadde come tramortito. Preso perciò, portato, e posto, come dissi, sul letto, visitato da’ Medici di Corte, fù detto e concluso da essi, esser stato quell’accidente la sua salute, aiutatasi la natura di far da se ciò, che più non s’arrischiaua l’arte: Che uscitone quel mal umore, arebbe anch’ egli restato libero d’ogni pericolo: La febbre non essere che accidentale, e però credersi di poca durata, come cagionata da quella violente espulsione. Non così però la discorreva il povero infermo, che sentendosi ogni dì più destituto di forze, e quel ch’era peggio, le stesse punture, che prima provava nel ginocchio, tormentargli le viscere, si mettea per ispedito. Fatto perciò supplicar S. A. d’esser rimandato a casa, non altro più desiderando, che veder prima di morire la sua cara consorte, accomodata una lettica, e dentro a quella posto, lo fè servire per duoi huomini fino a Bologna. Gionto a casa, peggiorò sempre, e volendo i Dottori, contro la sua volontà, fargli un lavativo, raccontò al Colonna, che l’aveva anch’ ei servito per la strada, e sempre era in sua casa ad impiegarsi in ogni sua occorrenza, e bisogno, quello averlo così travagliato, che mai più erasi potuto rimettere, e dover essere la sua morte, come seguì, con gran dolore dell’istesso Colonna, al quale, addimandandogli perdono di tanti incomodi, e de’ disgusti forse datigli nella lor compagnia, cavò le lagrime dagli occhi, e serrò la voce ne’ singhiozzi.

Gli lasciò in segno di un’ affettuosa rimembranza, ed amore tutto ciò che avea, che all’Arte potesse servire, come cartoni di Guido, disegni, colori, pennelli, e simili arnesi, istituendo del resto erede usufruttuaria la Moglie durante la sua vita naturale, e quella finita, i poveri della sua Parrocchia, a’ quali annualmente si dovesse distribuire in elemosina tutto il ritratto dell’entrate. Altro non trovossi nella sua eredità, che la casa da lui abitata nella contrata di S. Felice, dirimpetto a Pietra Lata, acquistata con gran fatica da lui per cinque mila lire, detrattone però mille, che sopra vi avea il Colonna, dategli allora che l’acquistò, e che gli furono subito restituite; non volendo la moglie cederglila per lo residuo, come l’esortava il Grimaldi, ed era pronto il Colonna, che confessava il prezzo esser stato caro, valendone ben ella sette mila. Non ebbe figliuoli, nè figlie, nè in casa altri trovossi che una nipote, figlia però di un fratello della detta sua moglie. Non acquistò mai altri beni, spendendo tutto ciò che guadagnava, e facendo elemosine assai, poco curando di accumulare; segno che quando acquistò questa casa, per trovarsi molti denari insieme allora che tornò dal servizio di Parma, vi s’indusse più per compiacere alla moglie, che per propria volontà; non mai acchettandosi ella, e tutto il dì tormentandolo, che volesse permettere, che uno, ch’era stato suo garzone, facesse quell’ acquisto, che a lui non dava l’animo, intendendosi del Colonna, che di comprarla si offriva ogni volta ch’ei se ne fosse ritirato.

Fù huomo caritativo, come dissi, sovvenendo a’ poveri nelle loro neccessità, ed impiegandosi volentieri nelle opre di Misericordia, ed in ufficii di Ospitalità. Fù disinteressatissimo ne’ prezzi de’ lavori. Facendo il calculo del tempo che vi potua porre attorno, e valutando ogni giornata tanto, che avesse potuto vivere onoratamente, avea scrupolo chieder di più, solito dire, in que’ principii, e prima che da’ compagni fosse nel contrario assicurato, non potersi prendere di più del bisogno, & il superfluo in buona coscienza. Sgridato più volte dagli amici, edalle camerate di tanta bassezza d’animo, e viltà: che volete che più chieda, rispondeva, un par mio, un povero filiatogliero, che non si guadagnava più che cinque bolognini il giorno? vi par’ egli poco sia gionto a valutare la sua giornata un testone, e mezzo scudo? Diamo noi loro a questi Signori, che ci comandano, tanto muschio, tanto zafferano, da scorticarli fino all’osso? Vi par poco cambiare con essi loro le nostre terre, con i loro argenti, & ori? Co’ gli amici poi non voleva far prezzo, stando alla loro discrezione, nè replicando cosa alcuna. Fù talora che per servirli presto, instandon’ essi, levando altri lavoranti, ò giovani a farsi aiutare, dando loro un tanto il giorno, non solo venne a spendere in essi tutto quanto ricavato ne avea, ma vi mise anche di suo; non facendone però altro motivo, ò doglianza, che raccontarlo come una facezia, e sua meritata disgrazia a qualche confidente. Pregandolo D. Domenico Cesario da Fossombrone, huomo accorto, a dipingerli con ogni amorevolezza la Cappella Maggiore di S. Michele de’ Leprosetti, oue era Parroco, intenzionandolo di tutto il vaso della Chiesa, che si voleva far dipingere a que’ Signori Parrocchiani, tutti gentiluomini e ricchi, co’ quali però si saria potuto rifare, lo servì per cinque scudi, moneta Bolognese; e prendendo seco in aiuto il Colonna, che non stava anche in sua compagnia, e il Tamburini, a ciascun de’ quali ne dava un mezzo il giorno, vi remise di propria borsa assai, ridendosene essi, e burlandolo della sua credulità, e sempiezza. L’istesso gli avveniva anche dipinta ch’ebbe la Sala Grimaldi in Bologna, e il Colonna scandalizzato non meno della poca discretezza di Vespasiano, che sgridato lui di tanta bontà, non lo esortava, e stimolava a farsi dare allo stesso dugento lire di più, per poter’ almeno soddisfare chi l’aveva aiutato in quel lavoro; scusandosene allora quel Signore, anzi con lui acremente dolendosi, che non avesse detto in ciò il suo bisogno, & il dovere; non essendo sua perizia, ed in ciò a lui rimettendosi. L’istesso fece ne’ duo’ casino di quel Signore a S. Gioseffo, e nelle pitture fategli nel bel Palagio a Riolo, prendendo di tutti questi lauori ciò che gli diede, che fù pochissimo.

Nella mentovata volta in S. Domenico alla Cappella Maggiore, ebbe scrupolo farsi dar troppo; e vedendo mentre la facea fondare, e murar tutta di nuouo a sue spese quel Signore, l’estorsioni, e scialacquamenti di materiali, e d’altro, che vi facevano Bonifacio Socchi Architetto, Gio. Tedesco Stuccatore, & altri simili operarii, stringendosi nelle spalle, dibattendosi, e lagnandosene: povero Sig. Vespasiano, gridava, povero Sig. Vespasiano, quanto mai usurpato, quanto assassinato, venendogli fin le lagrime su gli occhi allora, che ridendosene coloro, semplice lo chiamavano, e scrupoloso. Gli parue una esorbitanza sulle prime, che il Colonna chiedesse onninamente a’ RR. PP. Olivetani di S. Michele in Bosco dugento lire per la Prospettiva in capo lo stradone, quando per le istesse dugento avevan dipinto quella galeria al P. Bottrigari, nella quale vi era sei volte più fattura, protestandosi lasciar tutto sulla sua coscienza, nè voler sapern’ altro. Quando gionti a Parma per le famose feste dette di sopra, fù assegnato loro uno scudo d’oro il giorno, si credette fra tutti duoi; e quando risieppe intendersi per ciascun di loro, non la sapea capire, nè credere, dicendo esser troppo, e protestandosi egli per sua parte nulla averne chiesto, e tutto esser splendidezza di quel Serenissimo: E quando avvisati dal Dottor Achillini, il Tiarini, e ’l Gavassetti aver chiesto novecento lire per ciascuna delle due Sale al Palagio del Giardino, & esser venuti alle ottocento, che parea troppo; stassero pur tal di essi in seicento che a lui dava l’animo di farle toccar loro, lasciò raggirari da Luca Redi, ch’era il faccendone di quella Corte, & accordarsi il lavoro in quattrocento solo; rispondendo poi al Sig. Claudio, che ne batteva i piedi, e gridava, chiamandolo scimmunito e pazzo, & al Colonna, che acremente dolevasi di un tanto danno non solo da se tesso preso, ma anche a lui dato, poteri elleno abbondantemente fare per quel prezzo, doversi contentare dell’ onesto, ed appagarsi del dovere, e del giusto.

Gionto a Ravenna, conducendolo il Card. Capponi per tutto il Palagio Arcivescovale, e mostrandogli molte fatture da farsi, massime di dipingere i soffitti di tutte quasi le stanze, ne consigliò Sua Eminenza, col renderla capace della gran spesa auria fatto con poco profitto & onore, perche tutte quelle pitture a tempra sù que’ palchi vecchi, & affumicati sariano in poco tempo divenute nere, e brutte, e ’l rifar que’ di nuovo troppo dispendioso, e ad ogni modo sempre bassi, & all’ antica; onde il Cardinale abbracciandolo: voi siete, gli disse, il maggior huomo dabbene che m’abbia mai praticato: tutti gli altri cercano d’imbarcare i volenterosi, avendo più la mira al proprio interesse, che al servizio altrui; e voi al contrario vi studiate di disimbarcarli per lo giusto, e con vostro danno. Stimatogli da un brentatore due botti di vino, che volea vendere, otto lire la corba, il diede per sei solo, e sgridato dal Colonna, anzi richiesto perche ciò aver fatto: perche, rispose, vi aurei guadagnato troppo, non costandone a me in ragion di molto più che quattro, onde non è assai, quando due di più vi guadagno? e rispondendogli il Colonna, non aver egli fatto riflessione alle spese della pigione della cantina, al frutto del danaro morto nelle botti, ma più al pericolo di guastaregli tutto, e cauarne nulla: sono sottigliezze le vostre, rispose, con risa dell’ istesso Colonna, ma co lera del mastro di casa dell’ Eminentissimo Spada Legato, che presente a questo contrasto, e ne partì in colera gridando: pazzo, pazzo. Finite le dette feste di Parma, e preparandosi per partitene per Bologna, raunato il Colonna certi colori avanzati loro, che presi da que’ Ministri, volevano buttar fuori di quelle finestre, e che potevano importare non più di un testone di valore, non voll’ egli, e gli li fece lasciare, dicendo non voler render conto a Dio di roba d’altri. Perduto un buon mese di tempo in andare a trovare il Tesoriere Forni, per i denari che toccavan loro pel lavoro fatto delle dette due sale, & avutone sei scudi di più per errore, voleva che li restituissi il Colonna, non ostante che dicesse loro il Confessore, potereli ritenere in buona coscienza per lo tanto tempo perduto in andare a riscuotere, nel quale lavorando auriani guadagnato molto assai più; rispondendo egli, che la colpa non era del Duca, e ’l Ministro non poter gettar quello che non era suo.

Quindi è che doppiamente venne egli sempre stimato da tutti, e da stessi Personaggi grandi, e pe’ l suo valore, e per la sua dabbenaggine; a segno che l’istesso Duca avesse ad interrogarlo prima di partire, come dipingesse egli, con quai colori, e con l’aria sola, ò acqua pura, riferendogli i Ministri la lista de’ suoi colori operati esser così lieve, ch’era una vergogna, là dove quelle del Gavassetti & altri così esorbitanti, ch’era uno scandalo; facendosene veramente da tutti tanto scialacquo, che raccontavami l’istesso mio Padre, che si trovò a quelle feste, e prima ancora, a Parma, aver egli veduto buttarsi, e talora ripor si da que’ facitori ed operarii le conche intere, e i sacchetti pieni di biadetti, verdetti, bruni d’Inghilterra, morelli di sale, zanolini, e simili.

Trovandosi a Bologna il Card. Capponi al tempo del Cardinal Ubaldini Legato, ed in sua compagnia, incontratisi in Girolamo che saliva le scale di Palazzo, fermatosi allora che si piegò a baciargli la veste, postogli la mano sulla spalla, e rivolto al Legato: questo, disse, è uno de’ gran virtuosi ch’abbia il nostro secolo, e quel ch’è più, con trè parti che in pochi altri suoi pari si troveranno unite: huom dabbene, disinteressato, e che nulla si conosce, e si stima. Comandateci Sig. Girolamo, che voi meritate ogni bene. Poco dissimile onore venne egli a ricevere a Parma dal Card. Lodovico Ludovisio, che colà allora si trovava, ch’egli avea fatto per S. A. le sopramenzionate fatture; perche capitando quel Duca a vederlo operare, e trovandovisi altresì l’Eminentissimo, questi lo commendò a S. A. per uno de’ gran virtuosi che auesse l’Italia nel chiaroscuro, e nel fresco; tale stimato anche in Roma, e comunemente acclamato; non altro colà facendosi da’ Pittori, che studiare sul soffitto fatto loro, e ricopiarsi; e quel che più era considerabile, essere la stessa dabbenaggine, amorevolezza, e sincerità; soggiungendogli comandasse pure in ogni sua occasione con piena libertà, che l’aurebbe compiacciuto sempre, come successe poi; perche interrogandolo di là a poco, e terminato il lavoro, se volesse egli e ’l compagno tornare a Bologna, che avendo una sua carrozza ch’era per colà di ritorno, l’aurebbe fatto servire, & avutone in risposta, non potere ottenere così segnalata grazia con sua gran mortificazione, per non trovarsi via che il Tesoriere del Duca concludesse pagarli, non volendo dar loro altro che cavallotti, moneta vsata in Parma, in Bologna non spendibile, onde non saper come farsi, ordinò a Monsig. Santarelli allora Viceduca, che ne facesse strepito col Tesoriere: non così doversi trattare i virtuosi: lo farebbe cacciar fuori di quell’ ufficio; onde la stessa sera, piovendo ancora, si vidde a casa l’altro Tesoriere, cioè quello della Comunità, colla pattuita mercede in tante belle genovine d’argento, sulle quali guadagnò poi anche in Bologna, ove qualche poco più si valutavano. Era questa una delle solite mercanzie, che sulle fatiche de’ poveri facitori esercitava quel Ministro, al che poi fù provisto, perche ne’ mandati, che dopo si fecero per gli operarii del famoso teatro Ducale, era espresso di qual sorte di moneta dovessero essere i pagamenti. Fù in somma grazia del Serenissimo di Modena, che fin da principio che vidde in quella Città una facciata dipinta, fin da giovane, ad un tale che conduceva il dazio del sale, s’affezionò a quel modo di fare, ond’ è che in ogni occorrenza poi se ne valse in che visse, trattenendosi l’hore intere a vederlo operare, con ogni maggior segno di propensione, e di affetto.

Fù poi sì caro a tutti i Cavalieri di Bologna, e a’ Mercanti, che non chiedeava grazia e favore, che non venisse prontamente servito; e tanto amore gli portava il Grimaldi, e tanto ammirava, e predicava la sua schiettezza, e bontà che solea dire, che se gli avesse chiesto Girolamo quanto denaro avesse avuto in cassa, quanto si trovava in cassa, la vita stessa, non aurebbe nè saputo, nè potuto non compiacerlo e servirlo. I Pittori stessi, dico i Frescanti, e Quadraturisti, da lui piantati per operar essi più nulla, ò almeno poco, tutti facendo i curiosi, e Dilettanti a Girolamo capo, non potevano ad ogni modo volergline male, e dolersene; molto ben conoscendo, e confessando, anzi i lavori correre a lui dietro più tosto, ch’egli dietro loro andasse in traccia. Lo stimavano altresì, e riverivano come Capo, e Maestro di tutti loro, che l’Arte da essi per l’addietro strapazzata, e negletta, avea rimessa, e sì ben ridotta; usando ne’ suoi freschi altrettanto studio, e diligenza, anteponendo il buon servizio, e la riputazione all’ interesse, quanto essi col quest’ ultimo curando & attendendo, tiravano giù alla peggio, volendo che ogni colpo fosse buono, e ch’ogni segno servisse. Conoscevano, che potendosi egli solo, e tanto più approfittare delle occasioni, altra premura non maggiormente avea, che farne anche loro parte, servendosi hor di questo, & hor di quell’altro; ponendo tutti in opra, anche i più deboli, provisionandoli in modo, e compartendo in guisa il guadagno, che talora la minor parte fosse la sua; onde gli andavano dietro come servi, l’obbedivano come figliuoli, e lo veneravano come suo protettore, e Mecenate.

Era un’ indicibile gusto, & un gustoso passatempo l’oprar poi sotto la sua direzione, perche lieto sempre, e tranquillo, rasserenava ogni più torbido, e consolava ogni più afflitto vmore. Mai malenconico, mai collerico, sempre sulle allegrie, sulle facezie; onde come avveniva nella scuola de’ Carracci, nella quale correa voce impararsi trescando, così presso di lui opravasi, ed impratichivasi burlando, e ridendo. Scopriva egli talora quella sua mostruosa natta, ch’avea sul ginocchio, grande quanto si fosse la testa di un fanciullo, che chiamava il suo camerata, e facendogli col pennello gli occhi, la bocca, e ’l naso, e in testa ponendogli il suo berettino, parla, solea dirgli, parla, camerata mio, & interrogandolo di varie cose colla sua propria voce ordinaria, con altra assai diversa e sottile la facea rispondere, movendola allora con le mani, intrapendendone seco dialogi gustosissimi, e festevoli. Le facea dar le nuove della piazza, cantar canzoni, improvisare, e motteggiar tutti coloro che l’ aiutavano, con tanto garbo, gusto, e risate, che più non si aurebbe potuto a qual tata si fosse ridicolosa comedia. Ogni mattina aveva egli qualche cosa di bello, e di nuouo, che raccontava al sito spunti; nè passaua giorno, che qualche bel colpo, & acuta facezia non corresse intorno. Gionto a casa, burlaua sempre con la moglie, e portandole qualche stranezza e galanteria sì per lo vitto, che per altre bisogna, ne accompagnaua la consegna con qualche nuouo trambotto, ò capriccioso equivoco. La chiamava ordinariamente la Sig. Contessa, e rammemorandole il loro misero stato, e la povertà allora che la sposò, e che gli convenne prendere fino imprestito un materasso, per potervi dormir sopra con la Signora novizza: che ne dite mò, le diceva, Signora Contessa mia, che ne dite: non vi promis’ io quando vi presi, che vi volevo anche un giorno far star da Regina? farvi mangiare i migliori bocconi che dia il Macello, ch’abbia la Pescheria? non è hora così, non vi fò mangiar’ io tanto, che creppate? non vì hò gonflat’ io il busto, e fattavi venir grassa come una troia? bella, e pulita, come la bertuccia di Castracane? Voglio anche un giorno che ci facciamo tirare per la Città in seggia: hò già appostato il cocchiere, che dovrà guidarci, Giacomone Facchino, che ha la più bella carrivola che sia sul trebbio: tutta smaltata, e tempestata di bollette di ferro lustro, e di chiodi di ottone, che non si può far più. Abbiamo già casa, altro non ci manca che un poderetto, ma bisogna che ci accordiamo: Voi lo vorrete a Crespelano, che me n’accorgo al vostro volto, & io lo vò cercando a Bazano, che non vorrete. In tal guisa andava egli sempre seco trescando, ridendo ad ogni modo ella, godendone, e secondando il suo genio faceto; provandolo per altro poi tutto amorevole, e liberale; buttandole in grembo (come far solea anch’ egli il Tentoretto alla sua consorte) quanti denari guadagnati portava a casa; lasciando reggere a lei, e spendendo egli il tempo in far disegni per i lavori commessigli, appendendo cornici in alto, capitelli, volute, modioni, sfondatelli, e su quelli studiando, e ben imposessandosi degli effetti del sotto in sù.

Gionto a casa una mattina, fingendosi tutto atterrito, e sconsolato, chiedendogli ella con passione che cosa avvenuto gli fosse: niente, niente, rispose; hò veduto nel volere aprir la porta duoi che si davano; e replicando essa, ohimè, marito mio, con bastoni, con spade, come? nò nò, disse, si davano il buon giorno, come s’usa fra gli amici, e gente ben creata. Chiestogli sotto le feste di Natale la mancia, le portò piccioli chiodi, ed un martello; e addimandando ella da che farne: per tirarvi sù, rispos’ egli, le guancie, che vi cascano da tutti i lati, e raffettarvi un pò le crepe della faccia. Desiderando di poter star talvolta alla finestra, e perciò chiestogli un tamburo, le ne mandò a casa un di que’ che si batte per radunare i soldati, ed esplicandosi ella essersi intesa di uno da finestra, ò gelosia: vò servirvi, rispose, non avendo voi più mustaccio da dare altra gelosia alle genti, e non col lo stare a casa sotto una di legno. Dettogli un giorno, ch’ell’ era affaccendata in altro, che dasse da beccar alle galline, fingendo d’intendere alla Bolognese quella parola equivoca beccar per macellaro, preso un di que’ cortellacci co’ quali si parte la carne, si pose a menar loro colpi tremendi, scusandosi con essa lei, che nè strepitava gridando, quello essere un dare da beccar alle galline.

Ma non aurebbero mai fine queste, che confesso esser debolezze, e talvolta freddure, che però tant’ altre trappassandone, e tornando sul serio, vò concludere infine, aver l’Arte grand’ obbligazione a questo buon’ huomo, per esser stato, come dissi, il primo, e vero introduttore, nella nostra Patria almeno, della Quadratura; Capo primiero di que’ frescanti, de’ quali la Scuola di Bologna oggi per tutto risuona, e sopra ogn’ altra Città dell’Italia porta il vanto: Perche ebbene sin sotto il Pontificato di Gregorio XV. di felice memoria, al tempo di Prospero Fontana, di Lorenzo Sabbatini, di Orazio Samacchini, e simili, un tal Laureti, detto comunemente Tomaso Siciliano, fiero, e bizzarro figurista di quel secolo, meditato il modo di questi sfondati di sotto in sù, si era provato farn’ uno nella Sala di Giasone, e Pompeo Vizzani in strada Stefano, così piacciuto, & ammirato, che aveva fatto stupir tutti; onde Fra Ignazio Danti, nel suo Commentario alla Prospettiva del Vignuola, che insegna il modo di formarli, quest’ istesso adducendo in esempio, e portandone iui inserta una parte in rame, l’avea magnificato per una maravigliosa operazione; ad ogni modo era stato più lodato, che seguito, riuscendo quanto elaborato troppo, e forzato, altrettanto difficile, disunito, e crudo; si che Girolamo fù il primo, come dissi, che dopo il nuovo suo modo di ben’ ornare di chiaroscuro ridotto ad una verità, ad una facilità, e grazia non più praticata, si pos’ anche a farlo stesso di questi sfondati visti di sotto in sù, ed diede loro tanta naturalezza, leggiadria, & intelligibilità, che le genti stupivano, nè sapeano ben dire e conoscere, se fossero quelle loggie, que’ corritori, quelle finestre, quelle colonne, que’ modioni, quelle mensole, que’ cornicia menti così puliti, veri, ò finti, ò almeno aiutati in parte con qualche accrescimento d’intonaco, e risalto di murazione. Le scene poi da lui dipinte ne’ teatri erano così caricate ne’ primi pezzi, e così diminuite negli ultimi, con tanta opposizione di fierezza, e dolcezza, che mostravano in pochissimo sito un viaggio immenso, e prendevano coll’ aggiustatura del lume ben compartito un tal rilievo quegli edificii, che come dissi, bisognò più volte salir su’ palchi a toccarli, per disinganno dall’occhio affascinato, e sovraffatto da tanta maestria.

Sono insomma, concludo, più sontuose, non si può negare, le cose moderne, ma più, e forse troppo vaganti, e licenziose: hanno maggior vaghezza, e brio, ma forse mancano di tanto fondamento, e di naturalezza: dilettano, ma non sò se erudiscano: allettano, ma non sò se ingannino. Quella tempesta d’oro tratteggiato, che si smoderatamente oggi s’vsa, rende più ricco il lavoro, ma non più ammirando: più rilucente, ma non più rilevato; e se gli manca quel solo lume che a lui serue, resta anch’ egli manco, e senza i lumi, che e gli devono; che però Girolamo, ch’ anche di ciò fù il primo inventore, non si curò poi d’esserne frequente esecutore: Se ne servì a tempo e luogo, non per tutto, e non sempre: più per prova, che per insegnamento: più per una bizzarria, che per un uso; cercando di farsi conoscere un vero Pittore, non un’ intempestivo indoratore. Nelle tinte ancora imitò la Natura, non seguì la fantasia: Tolse i colori dal macigno, da’ travertini, da’ mattoni, da’ marmi, non andò a ricavarli dalle agate, da’ diaspri, da’ crisoliti, dagli ametisti. Rappresentò quel ch’è, e che può stare, non ciò che mai si vidde, e che non può essere. Fù similmente il suo disegno reale, non ideale: fondato non sognato: con le sue prove, e con ragione, non a capriccio, e a discrezione. Tinse di corpo, non imbrattò di acquerelle: fece di sodo impasto, non di umor troppo liquido: pinse alla durevolezza, non all’ apparenza. Usò bozzare, per tornare a ricoprire; e perche non si fidò della rarità della calce bianca, la condensò talvolta con marmo bianco sottilmente pestato, macinato, e posto seco, che come si vede nella facciata Grimaldi, così bravamente poi ha potuto resistere all’ ingiurie del tempo. Non usò mai porre il suo nome ne’ lauori, ma non potè nascondere in essi il suo bel carattere; e se nelle fatture in pubblico esposte, in vece di nome è di marca fine sempre intagliato il millesimo, nella memoria de’ posteri lascerà inciso in ogni secolo il suo gran nome l’Eternità; come, perche ciò conseguisca, non lasciano di esaltarlo erudite penne, il Bumaldo nelle sue Minervalia Bononia, lo Scanelli nel Microcosmo della Pittura, il Fabri nella sua Storia di Ravenna, il Vidriani, il Masini, e simili.

Suoi Allievi furono tutti si può ben dir coloro, che dopo lui seguirono, & alla Quadratura attesero; perche quelli ancora che sotto di lui non ebbero fortuna di esercitarsi, trovarono ad ogni modo la comodità di approfittarsene col seguirlo, coll’ imitarlo. Fra più insigni, che la sesta poi all’ ultimo segno avanzarono, furono il Colonna e ’l Metelli, colonne appunto che posero la meta, e ’l non più oltre a tal Professione, come a suo luogo mostrerassi, scrivendo appartatamente la loro vita, come di Scolari, che di gran longa han superato un tanto Maestro, e che Maestri sono poi divenuti d’ogn’ altro, che presso di essi non hà mai potuto uscire dal titolo di scolare. Un’ altro anche vi fù, che se così basso non era tenuto dalla fortuna, così vario ed incostante dal proprio genio, ne sì presto rapitoci dalla morte, se i duo’ sudetti non uguagliava, certo non restava loro inferiore. Fù questi un figlio di un tessitore, detto

GIOVANNI PADERNA, che a pena imparato alla scuola di leggere, e scrivere, fù posto sotto la disciplina di Matteo Borbone fondatissimo Pittor frescante, che avea aperto bottega rincontro alle Scuole presso i Signori Guidotti, ma come che di un ceruello vivo troppo, ed incostante, entrò in pensiero di vagar pe’ l Mondo; onde fuggito senza dir’ altro da casa, ed uscito dalla Città, lasciò portar dal caso a Firenze. Qui persuaso dal bisogno, e consigliato dalla necessità, accomodossi alla prima occasione che e gli offersero, che fù d’andare a servir per paggio un Capitano di galera, che sperimentatolo accorto, manieroso, e vivace, gli prese grand’ affetto. Crebbe poi questo adisura allora, che in tempo d’ Inverno ritirandosi il Capitano in terra ferma, e facendo rappresentar comedie per conversazione e passatempo, tolto egli Giovanni a far la parte del Dottor Graziano, e ne portava di modo, che ogn’ altra superava; il perche preso animo, e postosi ad istudiare, per potersi porre assieme molte tirate scientifiche, e numerazioni di memoria, che si richiedono a ben rappresentare quel personaggio, s’inoltrò anche nella Poesia, massime burlevole, e vi si raffinò dentro in modo, che cresciuto poscia in età, edando fuore composizioni, vennero più che mediocremente stimate; come fù quella satirica canzone sovra tutti i Confratelli della Compagnia di S. Giorgio, per la quale ebbe molti fastidii, e fù per riportarne gran danno. Volle dunque seguire il suo genio mercuriale d’andar pe’ l Mondo, e quel che fu più, riducendosi a fare il comico, anzi il ciarlatano, con gran concorso, e maggior fortuna, fino che d’esercizio così gustoso stanco, massime per certa infermità pericolosa difficilmente superata, e perciò dato in poco buona sanità, si risolse tornare alla Patria, e quietare nella professione della Pittura prima di partire intrapresa.

Andò perciò sotto Dentone, & in poco tempo impratichitosi, non potendo così mantenersi, cercò occasione ferma d’appoggiarsi a qualcuno per le spese. Fù dunque preso in casa propria da Felini per lo vitto per qualche tempo, poscia portandosi bene, e riconoscendone essi l’utile, per una tenue provisione di un tanto il giorno, che fù cagione a lui di operare con più amore, e studio, & al Maestro d’impiegarlo più rigorosamente, e senza rispetto. Avevano essi in casa una onorata, e ben nata, ma povera giovane, che loro serviva di fantesca, e che della natura di costui così allegra e faceta fatta vaga, fortemente venne senza accorgersene a restar presa, non senza corrispondenza del giovane, che trescando anch’ ei sulle prime per burla, si sentì finalmente innamorato da dovero. Sposatosi perciò con costei, fù neccessitato uscire di quella casa, & aprirsene una propria, e per ostentamento della nuova compagnia fortemente applicare al lavoro, che riuscendogli difficile, con sua gran mortificazione e dano, provò ben presto di quanto breve durata fossero in un pover’ huomo le allegrezze nuzziali. Si pose dunque ad ire a giornata, seruendo hor questo, hor quell’altro Pittore, quando Dentone, quando Borbone, ma più d’ogn’ altro il Metelli, e ’l Colonna, lasciando allora totalmente la maniera Felinesca, e di Dentone, e talmente quella di Agostino apprendendo, che per di questi furono il più delle volte prese le sue fatture, come comunemente si crede la Cappella tutta da lui solo così graziosamente dipinta nella Madonna della Libertà. Unitoci poscia a Borbone, fecero insieme il bel cortile de’ Signori Conti Calderini nel lor Palagio in Bologna, e molte stanze entro la casa del Sig. Carl’ Antonio Landini: Una bellissima prospettiva, e molti camini nella casa deretana e contigua al Collegio de’ Panolini, oggi atterrata per la nuova fabbrica del Sig. Marchese Magnani, & altre, che troppo saria longo il ridire, e che riuscivano così ben’ intese, tenere, e graziose, che dicono il Metelli cominciasse ad ingelosirne, e perciò a tenerlo basso, allora che seco il conduceva a Modena, od altrove; non volendolo mai prendere a parte, ma servirtene solo a giornata. Vogliono perciò che la sua morte non gli piacesse, e che avutane la nuova in Bologna, avesse a dire l’Ambrogio, che un gran concorrente era morto al Metelli, e che se campava, era per fargli vedere un giorno, ch’ anch’ egli al pari di essolvi sapeuta maneggiare i pennelli.

Seguì la sua morte in età di quarant’ anni, e se la comprò co’ disordini, ne’ quali era solito esorbitare; perche trovandosi a Modena di Agosto nel Sole in Leone, entrato in uno de’ suoi soliti capricci di passarsene a piedi fino a Panzano, per godersi lietamente le due feste che seguivano a’ giorni lavorativi con gli huomini del già Signor Marchese Cornelio Malvasia, co’ quali professava stretta amicizia, e benivolenza, scoperto da lontano, & incontrato da essi con bocce di vin fresco, e bicchieri alla mano, saltando, e gridando: ecco il gran Paderna, e viva il Paderna, traccanando egli così riscaldato ad ogni poco, e a gara degli altri quel soave licore, la notte medesima e gli prese una febbre maligna così fiera e crudele, che l’atterrò in pochi giorni, non ostante che la mattina seguente con ogni più immaginabile comodità rimandato, anzi portato a Modena, fosse da que’ Medici servito, e curato. Di non minor valore, ma di più vasto ingegno è

ANDREA SIGHIZZI, del quale, come non deggio io qui con funesto augurio far la vita, come di chi più non viva, meritando egli per la sua virtù di non mai morire, così non posso passare i vivaci talenti sotto un totale silenzio. Perche dovesse divenire anch’ egli un giorno figurista, & ostante, fù posto sotto Francesco Albani, e Lucio Massari allora, che tenevano stanza insieme al casino de’ Signori Poeti, presso quel grande, e delizioso giardino; ma perdendo il tempo in quelle amenità, e poco approfittando, dopo trè anni, ne’ quali anche venne a dividersi la compagnia de’ duo’ Maestri, fù appoggiato a Francesco Brizio più bravo de’ sudetti, ed d’ogn’ altro in insegnare a’ giovani, & avvantaggiarli nella Professione. Quivi apprese le regole della Prospettiva, e cominciò ad affezionarsi alla Quadratura, solleticatovi da quella facilità, e spedizione, che non trovava nelle figure, ed affidersi al trepiedi. Proseguì tuttavia, morto il Brizio, il disegnare all’ Accademia del nudo presso Francesco Gessi, seguitando in quella scuola duoi anni, fin che dovendo il Colonna (rimasto a finire in Bologna la Sala Grimaldi) portarsi anch’ egli a Ravenna, e riunirsi a Dentone, che colà era passato col Metelli a dar principio nel Palagio Arcivescovale, come si disse, comandato condur seco un’ altro giovane, propostogli dal Fontanella lo Sighizzi, volentieri l’accettò, e menò seco. Colà gionto, eda Dentone istrutto del comporre le mestiche, e del modo di porle fresche sulla calce, di là non si partirono in capo a que’ quattro mesi che vi operarono, che il tutto mirabilmente apprese, per i fondamenti massime che già possedeva nel Disegno, e nell’ Architettura: il perche chiamati ben tosto i duo’ Maestri a Parma per le sopramento vate feste non solo, ma per le mutazioni di scene, e macchine del Teatro grande erettovi, ed dipintovi già da Leonello Spada, Dentone, & altri, e per lopicciolo allora nuovamente alzatovi nel Cortile di S. Pietro Martire, lo vollero seco; sì come lo ricondussero allora, che colà ripassati a farvi la prima Sala al Giardino, mostrarono di curarsi poco di Agostino, che pretesosi da essi tenuto basso, e mal trattato, non volle più servirli. Tornativi poscia a far la seconda e ripreso il Metelli, con lasciar lui fuore, non sì presto furono ritornati a Bologna, che consigliando Agostino a non dipendere dall’ arbitrio de’ duo Capi, mendicando da essi, come per somma grazia, l’opra, e la giornata, lo dispose a collegarsi insieme, e porre in piedi una nuova società, che quanto sulle prime turbò Dentone, poco fastidio recò al Colonna, per non sapere alcun di essi far le figure; onde presagiava loro una poca durata. Continvarono tuttavia duoi anni insieme, e l’istesso Vespasiano Grimaldi fù il primo a valersene, inviando lo Sighizzi, e ’l compagno al suo palagio a Riolo a dipingervi camini, e soffitti presti, e facilotti. Pinsero una Sala fino in terra nella casa de’ Signori Formagliari nella via dell’ Inferno, con altre stanze, e gabinetti, standoui attorno sei mesi: Tutte le prospettive, e sfondati nel partimento del P. Maestro Ieppini nel Convento de’ Servi: Tutto il Casino del già Sig. Canonico Baldi a S. Nicolò in Villa, andate, fregi, e facciate fuori: Uno sfondato, sullo stile affatto del Maestro Dentone, nell’ ultima camera del partimento a basso del Marchese Cornelio Malvasia in Bologna, e simili altre cose. Divisi poi dal contaggio, e ritiratosi in campagna lo Sighizzi in luogo detto al Trebbo, lavorò tutto il casino a Bavosi, e quello cessato, la casa de’ Signori Monterenzii comprata da essi, facendovi la Prospettiva grande che nell’ ingresso si vede, quattro stanze, e fabbricandovii per la maggior parte col suo disegno. Io non riferisco la gran prospettiva del Sig. Marchese Zambeccari, e le camere dipinte a que’ Signori; a’ Signori Ghislardi, a’ Sig. Tortorelli, a Signori Marchesi Grassi, e tanti, e tanti altri, trovandosi poche abitazioni, che di suo qualche dipinto non servino. Toccherò solo il ben inteso, e ben disposto teatro Guastavillani, ò Formagliari che sia si, che ha servito poi per norma e’ modello d’ogn’ altro, anche fuori di Bologna, non potendosi disporne un più galante, un più copioso, un più comodo; e rammemorerò l’altro magnifico e sontuoso, che a sue spese eresse nel gran Salone Malvezzi a S. Sigismondo, che gli costò trentacinque milla lire, con tanto suo discapito e danno, vendendolo poi solo cento doppie al Sig. Co. Odoardo Pepoli con le superbe scene, che in tanta quantità di mutazioni nell’ uno e nell’ altro si ammirarono; essendo egli uno de’ più feraci, e copiosi inuentori ch’abbia mai veduto alcun secolo, come l’han sempre dato per tale a conoscere le giostre, le feste, le comparse, e nelle quali ha fatto spiccare la prontezza de’ suoi ripieghi, la novità, la bizzarria. Nelle cene d’invenzione famose de’ Signori Marchesi Paleotti, de’ Signori Conti Orsi, de’ Signori Guastavillani, e de’ Signori Davia ha egli sempre portato il vanto e l’honore; facendo sorgere, ed uscire con impensati mezzi le tavole, e le vivande, e cangiando con improvise metamorfosi un sito in un’ altro, come diffusamente avverrà che qualchedun’ altro poi rappresenti e descriva a suo tempo, con diletto, e maraviglia insieme del Lettore, non essendo, come protestasi, questo il suo tempo, e ’l suo luogo.

Quindi è che conosciuta fuore la sublimità del suo ingegno, è stato, e vien posto in opra alle occasioni da Signori, e Principi grandi, come da’ Signori Balbi a Genova, pingendovi in oltre una gran Sala in volta, e tre camere fino in terra, con le figure di un Valerio Castelli, e di Bartolomeo Pianori: Dall’Altezze di Modena per le superbissime esequie del Serenissimo già Duca Francesco: Da quelle di Parma per le nozze della Sorella del Duca di Savoia, impiegandosi in tante scene, macchine, mostri, carri trionfali, e simili: Per un campo aperto in quella Piazza; e poi per lo famoso ingresso nelle Monache di S. Teresa della Serenissima Principessa Caterina Sorella del Duca, e finalmente pe’ l lavoro della Steccata: Da quelle di Mantova per venire impiegato non solo a dipingere alcune stanze nel famoso Palagio a Marmirolo, ma per operazioni sceniche, e macchine in occorrenza di feste musicali; e seguita la morte del Duca Carlo, di nuovo al famoso funerale erettogli nella Chiesa di S. Barbara: Dal Principe di Bozolo a dipingergli quattro Cameroni, & un Oratorio: Dal Serenissimo di Savoia a far gran Prospettive nel Palagio di quella Comunità; & hora che scrivo, trovasi pure in Parma al servizio attuale di quel Serenissimo; insegnando uno de’ suoi figli (de’ quattro che n’hà, e che tutti, eccetto uno, attendono alla Professione) a’ Nobili di quel famoso Collegio, di Prospettiva, e di Architettura, che è quanto mi permette per hora lievemente toccare la loro modestia. Finalmente io qui non rammemoro un

TOGNONE ASINARO, così detto per esser tenuto dietro gli asini prima di porsi a scarabocchiare, credendosi all’ esempio anch’ ei del Curti, che si pose a servire, di dover divenire grand’ huomo; ma si accorse, che non a tutti vien dato il giongere a Corinto, e che di ogni sorte di legno non si fanno i Mercurii. Ritenne con l’antico nome una non dissimile operazione, nè passò mai dal pinger armi, poco buone, in una bottega sul cantone incontro la casa già Ludovisia, oggi Pellona. Trapassò similmente un RAIMONDO COMETTI, che ancorche stasse con Girolamo longo tempo, poco apprese; onde stimolandolo una retta coscienza a riconoscersi ben degno erede del posto del detto Tognone, allora che perduta la vita, fù neccessitato cambiare i pennelli in un bossolo, partendosi da Felini, co’ quali lavorava a un tanto il giorno, nella stessa bottega si pose anch’ egli a pinger’ armi; e come huomo solo, col grand’ operare, e colla parsimonia pose assiem tanto, che potè comperarsi una casa, e non sò che crediti di monte, che lasciò alla moglie, caduto da una scala in attaccare certe armi sovra la porta del Sig. Senatore Gozzadini, e spaccatosi la testa. Fù più comportabile costui dell’ antecessore, mà non in modo, che meriti altra riflessione; sì come non più degni stimandone altri simili allievi del detto Dentone, che però tralascio: Che quando d’altri si dovesse pur dire, saria particolarmente d’un GIO. BATTISTA DE’ VECCHI, che mai volle lavorar che a giornata. D’un PIER FRANCESCO BATTISTELLI, fondatissimo nella Quadratura anch’ egli, e nella Prospettiva, e più di lui in essa intelligente. Un GIO. ANDREA CASTELLI, che dipinse la Scuola, e la Libreria de’ RR. PP. de’ Servi, col suo vestibolo, facendovile figure il Carbone: Tutte le prospettive, e gli ornati alle porte delle celle nel Convento de’ RR. Monaci di S. Procolo, e fuori la quadratura all’Arme dell’ Eminentiss. Lodovico Ludovisio Protettore di quella Religione, con le figure del detto Carbone: Il fregio grande, e lo sfondato nella sala Marescalchi, e simili fatture, oltre le infinite di tant’ altri discepoli, senza numero, di sì gran Virtuoso.


DI
ALESSANDRO
TIARINI.

. . .

pp. 206–207

Usò pingendo a olio, di mai comporre col coltello i colori insieme, e far le mestiche sulla tavolozza, facendole volta per volta, e a pennellata per pennellata co’ pennelli per lo più logri, e duri, e sempre cogliendo nella stessa tenta; pregiandosene egli poi, e burlando gli altri, particolarmente il Sig. Guido, chiamandoli, come in deriso, que’ Pittori, che non sapean pingere senza far prima le mestiche, e comporle assieme. Velò molto i suoi panni, non solo i rossi con la lacca, ma i gialli col giallo santo, i verdi collo stesso e oltramare insieme, e talvolta volta col verderame, ò verde eterno, e fin gli azzuri, onde io viddi talora i suoi quadri fatti tutti prima di biacca e nero d’osso, come schizzati, poi ricoperti tutti di colori, e in tal guisa per via di velature condotti, e finiti, come osservo esser stato l’antico stile di qualche Pittore de’ vecchi, e di Giotto narra il Vasari: che lo praticava fino nelle figure a fresco, e sin nelle carni che bozzava di un certo verdaccio, poi con rossetto di color di carne, e chiaroscuri, ad uso di acquerelle ricopriva velandole; il qual uso, soggionge, fù poi lasciato, e cominciato a lavorarsi di corpo, facendosi le mestiche sode: non è però che fuori di queste velature ei non s’astenesse da i colori liquidi; e come lo Schiavone, costumasse anch’ ei tallora lasciar’ impassire le tente sulla tavolozza, poi così dure adoperarle, restando perciò così freschi, e di corpo; ond’è che le sue prime cose più di quelle degli altri, come fatte due volte, e col buon letto sotto, conservansi così bene contro le ingiurie del tempo.1

. . .


DI
LORENZO
GARBIERI.

. . .

p. 301

Bramando il Pomarancio un qualche giovane più intelligente, e pratico, di que’ che seco avea condotti da Roma, e perciò scrittone a Bologna a Bernardino Baldi, col quale passava stretta amicizia, contratta prima in Roma, por coltivata sempre, e mantenuta per via di lettere, gl’ inviò Lorenzo, che colàgionto, posto subito a far certi Angeli (che ben’ anche vi si riconoscono) senza tanti cartoni, e senza tanti spolveri, guardando solo il disegno, e con appontito chiodo riportandoli in grande sulla calce fresca, si pose a colorirli con tanta risoluzione, e facilità, che come fè stupire quel bravo Maestro, così recò molta gelosia, & invidia a quegli altri; che fatta perciò lega insieme, e postisi fieramente a perseguitarlo, furon cagione che poco vi dimorasse.

. . .

p. 305

Fù d’ingegno un pò caldo, & ebbe alle volte troppo gran fuoco, e perciò presto nell’inventare, più poi nell’ eseguire; il perche non ebbe egli pazienza in far tanti schizzi, e disegni, che rarissimi di sua mano si vedono: e quando pur forzato a compiacerne qualcuno, non potè negarne loro, ricavandoli per lo più dall’ opra prima fatta, e compita, li formò finitissimi, ombrati, e lumeggiati d’oro, e d’argento, come quelli, ch’oltre i duo’ quadri sudetti, mandò in dono a Roma al suo Cardinal Giustiniano, già che lo stesso ancora, per ben cattivarselo, avea praticato in que’ della sua Cappella di S. Carlo in Bologna. Bramò perciò sempre con altrettanto ragionevol ardore, quanto se gli ne mostrò lontana l’occasione, un qualche operone immenso a fresco, ove si fosse una sol volta a suo modo (soleva egli dirci) potuto sbizzarrire, ed isfogare; sicuri però, che reso più paziente dall’ età, e cauto dallo sperimento, non avrebbe dato nella smoderata terribilità, che si vede, e si compatisce ne’ suoi Profeti, e Sibille nel primo volto della Chiesa della Morte, per averle disegnate a braccia, come suol dirsi, sull’ opra stessa, e senza i cartoni; riuscendo per altro molto ben’ intese, e facili, e d’ un colorito poi mirabile; raddolcita la solita sua austerità dalla necessità della fresca calce, in luogo d’imprimitura, e dalla tempra dell’ acqua, in vece delle distempre coll’ olio. Dissi solita sua austerità, perche al trepiedi caricò stranamente le tente, e tanto, ch’ebbe talvolta ad uscire, e si trovò a’ primi limiti della crudezza, dilettandosi egli troppo del tingere del Caravaggio, ritenendone per avventura sempre nella sua più riposta, e dimestica stanza una copia, da lui stesso ricavata, del S. Tomaso toccante nel Santissimo Costato la stessa Fede, originale di quell’ autore, presso allora i Signori Lambertini.2

. . .


DI
DOMENICO
ZAMPIERI
DETTO IL DOMENICHINO.

. . .

pp. 327–328

Come dunque così doppio, così sospettoso, maligno, & invidioso divulgarlo poi sempre sin che vissero tanti altri Pittori, e quel ch’è più, degni di fede, huomini da bene? Io stupisco alle volte dentro di me, e mi confondo: Narrava il Lufoli bravo pittor Pesarere, il Menichino in certo lavoro a fresco di sotto in sù, e se mal non mi raccordo, in quello di S. Andrea della Valle, haver fatto di notte segare i traversi che sostentavano l’asse, perche giongendovi il Lanfranchi, al quale era stata data la cupola, mancando gli il ponte sotto i piedi, venisse a rompersi il collo: Soggiongeva averglilo raccontato più volte il Mengucci buon pittore pure da Pesaro, e suo maestro, che servendo allora il Lanfranchi, salendo prima d’ogn’altro il ponte ad ammannire le mestiche, come giovane furioso, tutto scorrendolo in velocissimi passi, vidde con gran pericolo mancarsi dietro la parte in tal guisa acconcia; aggiongendovi anche quel che pur troppo è noto, cioè che tocco il lavoro a S. Carlo a’ Catenari al Sementi, bravo allievo di Guido, e che si diceva che avrebbe passato il Zampieri in quello di S. Andrea della Valle, tanto fè, tanto disse, tanto s’aiutò col Cardinal Borghese parente, & esecutore in ciò del Cardinal Leni, che gli lo tolse, facendolo per minore assai prezzo, restandovi a pena il bellissimo Dio Padre nel lanternino della cupola gia oprato, con grand’afflizione del povero giovane, che tanto ne restò mortificato, che infermatosi, v’ebbe a lasciar la vita.

Racconta il Sig. Angelo Michele Colonna, nel tempo ch’ei dipinse in Roma la Sala de Signori Spadi, il Savonanzi avergli fatto conoscere il Zampieri anche in ciò, che mostrandogli suoi disegni con figure apposta storpiate, e scorrette, che vuoi giocare, gli diceva, Colonna mio, che costui me le loda per perfettissime; e che così per l’appunto sempre avvenniva, con loro stupore dell’adulazione di quest’huomo, e con scandalo.

Io mi raccordo vedere presso il Sirani, e nella scuola ancor dell’ Albani il disegno di una tavola, fatta intagliar in rame dal Lanfranchi sudetto, e che diceasi esser stata partecipata anche in tal guisa a tutte le altre scuole, e Pittori d’Italia, perche si contentassero esser essi i giudici, s’ella fosse così cativa, e piena d’errori, come l’avea divulgata quell’ empio, e maligno, scriveva egli, del Domenichino; intendendosi poi dopo, come comprata, adornata, e dorata la prima Cappella a mano destra della Chiesa di S. Anna de’ Lombardi in Napoli, ve l’havesse donata, con gran rammarico di que’ PP. Certosini, pe’ quali ella era stata fatta, ma reietta, per le persuasioni di quest’huomo che veramente avea il torto; essendo giudicata da tutti bellissima, come si vede, massime la Beata Vergine, che tutti rescrissero non potersi figurar più bella, e parer di Guido.


DI
GIO. FRANCESCO
BARBIERI
DETTO IL GVERCIN DA CENTO
E DI
PAOLO ANTONIO FRATELLO
ERCOLE GENNARI COGNATO
BENEDETTO E CESARE
Nipoti dello stesso
ET ALTRI SVOI DISCEPOLI.

. . .

Ristretto de’ successi accaduti circa la Vita, & ammirabile virtù del Sig. Caval. Gio. Francesco Barbieri, Pittore da Cento, ricavatoda certi manuscritti del già Sig. Paolo Antonio Barbieri suo Fratello, e d’altri di sua Casa, dall’ anno 1590. sino al 1667. con la numerazione delle pitture più notabili.

p. 362

1615 . . . Nell’ Anno istesso dipinse in Cento à fresco un casamento del Sig. D. Bartolomeo Panini sotto e sopra, con maniera tale, che pare che il lavoriero sia fatto a olio, e molti pittori se ne sono volluto chiarire con diligente inspettione. Quivi fece campeggiare, oltre la nobiltà dell’Idea, e la sublimità del genio, anco la intelligenza della dispositione historica, e favolosa, avendoni dipinto in una stanza con gran maestria le quattro Stagioni, e nella Sala tutte le attioni di Ulisse; & in altre camere l’ Armida del Taßo, con tanta vaghezza e vivacità di colori, che quella Casa è sempre mai stato l’oggetto più curioso da farsi vedere a Principi, e Virtuosi, ch’ etiamdio à posta vi si sono trasferiti.3


Notes
  1. Cf. Mary Philadelphia Merrifield, The Art of Fresco Painting, as Practised by the Old Italian and Spanish Masters, with a Preliminary Inquiry into the Nature of the Colours Used in Fresco Painting, with Observations and Notes, London 1846, pp. 99–150. ↩︎
  2. Ibidem, pp. 98, 103. ↩︎
  3. Ibidem, pp. 102–103. ↩︎