Palladio 1570

Andrea Palladio, I quattro libri dell’Architettura. Ne’ quali, dopo un breue trattato de’ cinque ordini, & di quelli avertimenti, che sono piu necessarij nel fabricare; si tratta delle case private, delle Vie, de i Ponti, delle Piazze, de i Xisti, et de Tempii, Venetia [Dominico de’ Franceschi] 1570.


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DELL’ ARENA. Cap. IIII.

Si ritrova sabbia, overo Arena di tre sorti, cioè di cava, di fiume, e di mare. Quella di cava è di tutte migliore, & è ò nera, ò bianca, ò rossa, ò carboncino, che è una sorte di terra arsa dal fuoco rinchiuso ne’ monti, e si cava in Toscana. Si cava ancho in Terra di Lavoro nel territorio di Baia, e di Cuma, una polvere detta da Vitruvio Pozzolana: la quale nelle acque sa prestissimo presa, e rende gli edificij fortissimi. Per lunga esperienza s’è visto, che la bianca tra le arene di cava è la peggiore, & che fra le arene di fiume la migliore è quella di torrente, che si trova sotto la balza, onde l’acqua scende: perche è più purgata. L’arena di mare è di tutte l’altre men buona; e deve negreggiare, & essere come vetro lucida: ma quella è migliore, che è più vicina al litto, & è più grossa. L’Arena di cava perche è grassa; è più tenace: ma si fende facilmente: e però si usa ne i muri, e ne i volti continovati. Quella di fiume è buonissima per le intonicature, ò vogliam dire per la smaltatura di fuori. Quella di mare, perche tosto si secca, e presto si bagna, e si disfà per lo salso; è meno atta à sostenere i pesi. Sarà ogni sabbia nella sua specie ottima, se con mani premuta, e maneggiata striderà: e che posta sopra candida veste non la macchierà, nè vi lascierà terra. Cattiva sarà quella, che nell’acqua mescolata la farà torbida, e fangosa, e che lungo tempo sarà stata all’Aria, al Sole, alla Luna, & alla Pruina: percioche havrà assai di terreno, e di marcio humore, atto à produrre arboscelli, e fichi selvatichi, che sono di grandissimo danno alle fabriche.


DELLA CALCE, E MODO D’IMPASTRLA. Cap. V.

Le Pietre per far la calce, ò si cavano da i monti, ò si pigliano dai fiumi. Ogni pietra de monti è buona, che sia secca, di humori purgata, e frale, e che non habbia in se altra materia, che consumata dal fuoco, lasci la pietra minore: onde sarà miglior quella, che sarà fatta di pietra durissima, soda, e bianca, e che cotta rimarrà il terzo più leggiera della sua pietra. Sono ancho certe sorti di pietre spugnose, la calce delle quali sarà molto buona all’intonicature de’ muri. Si cavano nei monti di Padoa alcune pietre scagliose, la calce delle quali è eccellente nelle opere che si fanno allo scoperto, & nell’acque percioche presto sa presa, e si mantiene lungamente. Ogni pietra cavata à far la calce è migliore della raccolta, e di ombrosa, & humida cava più tosto che di secca, e di bianca meglio si adopra, che di bruna. Le pietre che si pigliano da i fiumi, e torrenti, cioè i ciottoli, ò cuocoli; fanno calce bonissima, che fa molto bianco, e polito lavoro: onde per lo più si usa nelle intonicature de’ muri. Ogni pietra sì de’ monti, come de’ fiumi si cuoce più, e manco presto secondo il fuoco che le vien dato: ma regolarmente cuocesi in hore sessanta. Cotta si deve bagnare, e non infondere in una volta tutta l’acqua, ma in più fiate, continuatamente però acciô che non si abbruci, fin ch’ella sia bene stemperata. Dipoi si riponga in luogo humido, e nell’ombra, senza mescolarvi cosa alcuna, solamente di leggiera sabbia coprendola: e quanto sarà più macerata, tanto sarà più tenace, e migliore, eccetto quella, che di pietra scagliosa sarà fatta, come la Padovana; perche subito bagnata; bisogna metterla in opera: altrimenti si consuma, & abbrucia: onde non fa presa, e diviene del tutto inutile. Per far la malta si deve in questo modo con la sabbia mescolare; che pigliandosi arena di cava; si pongano tre parti di essa, & una di calce: se di fiume, ò di mare; due parti di arena, & una di calce.