Passeri 1772

Giambattista Passeri, Vite de’ Pittori, Scultori ed Architetti, che anno lavorato in Roma. Morti dal 1641. fino al 1673., Roma [Natale Barbiellini] 1772.


p. 398–415

PIETRO BERRETTINI DA CORTONA
PITTORE, ED ARCHITETTO

Morì l’ Anno 1670.

PIetro Berrettini nato in Toscana nella Città di Cortona fu figliuolo di Giovanni Berrettini Scarpellino; ma perche non era de’ manuali affatto, dicevasi intagliatore, ed aveva qualche intelligenza di disegno, e di Architettura. Quest’ uomo ebbe più figliuoli maschi, che fece attendere alla sua professione, ma vedendo Pietro inclinato con qualche fervore alla pittura, lo mandò a Fiorenza, ed accomodollo con Andrea Comodi Pittore Fiorentino, che in quel tempo era di qualche stima, acciocchè sotto la sua direzzione, e disciplina s’ incamminasse per la buona strada. Nell’ anno 1611. fu necessitato Andrea per propri interessi passare a Roma, dove giunto vedendosi astretto a dimorarvi per qualche tempo sentì dispiacere di aver lasciato Pietro in Fiorenza, per averlo conosciuto ben disposto ad avanzarsi nella professione. Lo chiamò a Roma, ed allora Pietro poteva avere quattordici anni.

Passati due anni il Comodi ritornò a Fiorenza, ed intanto Pietro che rimase in Roma si affaticava a studiare, e non perdeva un momento di tempo. Si era già avanzato a colorire anche cose di propria fantasia; ed un quadro, che fece in quel tempo, che poteva avere 17. in 18. anni, fu trovato da Ciro Ferri, che era stato suo discepolo in bottega di un Rigattiero, e senza sapere di chi fosse il comprò a buon prezzo, conoscendovi qualche cosa di buono. Il soggetto di detto quadro, il quale è quasi in tela detta d’ Imperatore è Maria Vergine che sta vagheggiando il suo figlio Gesù, che sopra candido lino placidamente riposa, e S. Gio. Battista, anch’ egli fanciullo, che lo sta osservando, figure di grandezza del naturale, ma non intiere. Questo quadro dopo molti anni veduto da Pietro casualmente in casa di Ciro l’ accusò per di sua mano, e gradì molto rivederlo, trovandolo non dispiacevole tanto nel disegno quanto nel colorito.

Prima di partire Andrea da Roma, conoscendo Pietro invaghito di questa gran Città per le comodità, che vi sono per lo studio del disegno, procurò di dargli qualche direttore, e l’ aveva appoggiato a Baccio Ciarpi, anch’ egli Fiorentino, e Pittore non del tutto ordinario, ma di costumi, e bontà a pochi uguale. Colla guida di quest’ uomo da bene si andava Pietro avanzando, ed osservava minutamente tutte le cose considerabili che vedeva in Roma disegnandole con grande accuratezza, ma il suo studio maggiore era sull’ opere di Raffaele, e di Polidoro, osservando anche Michel’ Angelo Buonaroti in quel gran fondamento di sapere particolarmente nel gusto, e nella finezza dell’ Architettura. In Polidoro applicò molto per l’ esquisitezza del suo chiaroscuro, le opere del quale ne restano al presente, ma ve n’ erano molte più al suo tempo in alcune facciate de’ casini di Roma. Disegnò queste con grande applicazione, perche diceva che insegnano il vero modo di disegnare le cose antiche, e fanno, che lo studioso s’ imbeva di tutte le circostanze appartenenti agli abiti, ed al costume per erudirsi. Non lasciava però lo studio delle statue, e bassi rilievi, che vedeva dagli antichi, particolarmente di alcune Urne, e Vasi, ne’ quali erano componimenti di sagrificj, baccanali, e di altre azioni della gentilità per apprendere quequegli usi, e quel costume. Per questa strada, e collo studio si procacciava anche il vitto al meglio, che poteva, essendo di qualità sobrio, e continente, e soffriva ogni disagio, pure che non gli fosse mancata l’ occasione dello studio, il quale non abbandonava giammai ne di giorno, ne di notte.

Continuando la direzzione di Baccio Ciarpi, copiò per suo studio in una tela della medesima grandezza la Galatea di Raffaele, opera a fresco nel muro della seconda loggia nel Palazzo detto de’ Chigi alla Lungara; facendolo con gran gusto, ed imitazione, e riuscì non dispiacevole a chi lo vide. Capitò ivi a caso il Sig. Marcello Sacchetti Cavaliere Fiorentino, fratello del Card. di questo cognome, ed essendo vago della pittura, e vedendo questo quadro, rivolto verso il muro s’ invogliò di sapere cosa contenesse, e si avvicinò per rivoltarlo. Pietro, che avealo finito, e passeggiava per aspettare che venisse chi doveva portarlo via, vi accorse con gran furia, e non conoscendo il personaggio indiscretamente impedì, che non lo rivoltasse. Quel buon Cavaliere non si scoperse, ne si alterò di quell’ atto così cortese; ma gentilmente gli fece istanza, che glie lo lasciasse vedere. Pietro mortificato dalla bontà di quel Signore, il quale di già lo aveva conosciuto per uomo di qualche qualità, egli medesimo lo rivoltò e l’ adattò acciocchè lo vedesse al suo lume. Il Sig. Marcello, lo lodò, ed interrogandolo dell’ esser suo, e della sua Patria nel sentire che era da Cortona lo chiamò paesano, essendo egli Fiorentino, ed avendogli domandato per chi lo aveva copiato, e sentendo che era solamente per suo studio, si esibì di comprarlo quando egli se ne fosse compiaciuto. Pietro, che non desiderava altro glie l’ offerse rimettendone il prezzo alla sua cortesia, e ne ricevé da quel Signore 60. scudi di moneta. Da quel denaro Pietro prese animo, e si invigorì a proseguire nello studio, e tanto maggiormente, che il Sig. Marcello oltre questa compra prese con caldezza a proteggerlo, ed a favorirlo, e la sua protezzione, benchè avesse il principio da un atto scortese, fu cagione della sua fortuna. Quel Signore avendogli preso affetto l’ introdusse dal fratello allora non Cardinale, alla quale dignità fu promosso dal Pontefice Urbano VIII., ed egli sempre lo favorì e gli procurò occasioni, conoscendolo abile ad ogni gloriosa riuscita.

Viveva allora il Cavaliere Gio. Battista Marino che fu l’ oracolo della poesia italiana, ed era appunto nel principio del Pontificato di Urbano nel 1623. Il Marino perche era di genio ameno, e di spirito nobile, era affai curioso della pittura, ed aveva diletto di far raccolta di quadri di mano de’ Pittori più celebri di quei tempi, anzi ne faceva una Galleria nel Palazzo de’ Signori Crescenzi alla Rotonda dove abitava. Praticando il Marino in casa Sacchetti, che in quel tempo era in auge per il favore Pontificio, per mezzo del Signor Marcello ebbe cognizione di Pietro, avendogliene il Sacchetti parlato con qualche caldezza. Mosso il Poeta da così buone relazioni gli ordinò un quadro da porre cogli altri nel suo Museo, e fu di misura meno che di tela d’ Imperatore, ma di proporzione fuori dell’ ordinario. Pietro vi dipinse quando Armida teneva per opera d’ incanti allacciato nell’ amore il giovinetto Rinaldo, che a lei giaceva lascivamente nel seno collo specchio in mano. Vi accompagnò come il caso richiede un paese di un delizioso giardino in uno stile assai buono, ed una parte del Palazzo incantato descritto dal Tasso. Pietro perche andò sempre in traccia del migliore in particolare di Architettura, avendo osservato il gran Tempio di S. Pietro per lo di fuori in quella parte, che è verso Santa Marta, per l’ appunto ad imitazione di quello stabilì la disposizione dell’ incantato edifizio, e diede in tutto gran soddisfazzione al Marino. Essendosi stabilito nella protezzione della casa Sacchetti fece per quei cortesi Cavalieri alcuni quadri di variata grandezza, il primo de’ quali fu un trionfo di Bacco, chiamato volgarmente Baccanale, in tela di minor proporzione degli altri, che viene ad essere quasi due volte più lungo, che alto. Finse una boscaglia di amenissima verdura, e fra l’ intreccio di alberi frondeggianti Bacco portato da alcuni Satiri, e d’ intorno a lui varie belle Baccanti, che saltano con piacevoli scherzi, sonando i soliti istrumenti in simili allegre danze. Alcuni fanciulli in diverse attitudini scherzanti, e tra gli altri un piccolo Satirino che si solleva in punta de’ suoi piedi caprini per guardare dentro un urna antica, ed in distanza il Tempio di Bacco d’ ordine corintio accompagnato con alcune figurine. Questo è un quadro di gusto non ordinario, ed in lui ha maneggiato uno stile di far paesi, e di frondeggiare estratto da’ migliori coll’ imitazione del vero, e se ne è formato un modo di propria fantasia, del quale doppoi si valse per sempre. In un altro ma di maggior grandezza, e di figure non molto distanti dalla misura del naturale, dipinse la festa introdotta da Romulo primo Re, e fondatore di Roma, nella quale intervenne da lui invitato il popolo della Sabina, a fine che ad un certo cenno i giovani del suo partito rapissero le donzelle Sabine essendone bisognosi per la mancanza di donne. In questo fece conoscere il profitto, che aveva fatto dalle opere di Polidoro, e dallo studio dell’ antico, nelle forme degli abiti militari, insegne, corazze, elmi, coturni, ed altre foggie, all’ uso degli abbigliamenti, ed ornamenti degli antichi Romani, e non si curò di prendersi licenza circa l’ anacronismo quanto al tempo di quell’ azione. In altro simile quanto alla grandezza vi dipinse il tragico avvenimento di Polissena, che si offre in sagrificio al sepolcro di Achille, ed avendo rappresentato questa nobile Eroina in atto di essere svenata, ed uccisa dal Ministro, sta mezza nuda moribonda in braccio di alcune donzelle che la sostengono. Due Sacerdoti nell’ abito antico con gran maestà assistono al sagrificio avanti ad un Tripode ardente. Accompagnò anche il componimento con altre figure assistenti alla funzione in atto di compatire un caso così degno di pietà. Dipinse questo quadro di maniera molto gagliarda, e ben impastata, e fece conoscere in quello, che egli andava in traccia del buono, e che lo sapeva conoscere.

Il Card. Sacchetti, che gli aveva preso grande amore l’ introdusse alla cognizione del Card. Francesco Barberini nipote del Pontefice Urbano VIII. facendo egli ristaurare la Chiesa di S. Bibbiana passato S. Eusebio. Procurò il Card. Sacchetti, che il Card. Barberini operasse appresso il Pontefice suo Zio, affinchè Pietro dipingesse in quella Chiesa, e ne fu compiaciuto, perche ne fu a quello assegnata una parte, e l’ altra ad Agostino Ciampelli Fiorentino, che in quel tempo era in qualche stima. Quando il Ciampelli intese questa distribuzione tra lui, e Pietro se ne rise, e si lasciò intendere con alcuni suoi amici, che il Papa gli aveva dato per competitore un fagiuolo, ma ch’ egli avrebbe durato poca fatica a mangiarselo. Finito il lavoro dell’ opera tanto dell’ uno quanto dell’ altro, si avvide il Ciampelli, che quel fagiuolo facile ad essere mangiato gli riusciva duro da digerirlo, perche la novità, e bontà della maniera di Pietro fece mutar faccia allo stile del dipingere, uscendo fuori da quelle durezze, ed insipide freddure coll’ apertura di uno studio di cose più scelte. Furono divise tra l’ uno, e l’ altro le parti laterali della navata di mezzo della Chiesa la quale, benchè di non molta grandezza, riesce affai vaga, ed ornata, compartendo tutto il sito in tre istorie per ciascheduna parte. La parte sinistra toccò a Pietro e vi rappresentò alcuni fatti della Santa Martire Titolare. La prima istoria di Pietro (e di lui solo io qui ragiono) è la più vicina alla porta, e rappresenta la Santa modestamente denudata stretta con funi ad una mezza co-lonna, la quale è quella di porfido, che si conserva nella medesima Chiesa, collocata precisamente sotto questa istoria. Due manigoldi la percuotono con fruste piombate, ed ella sta rivolta al Cielo costante, e generosa, soffrendo volontieri per amore di Gesù lo strazio di quel martirio. V’ è un nobile accompagnamento di fabbriche per esprimere, che il caso successe nella Città, e per mostrare, che il suo martirio successe in Roma, vi ha fatto vedere una parte dell’ Anfiteatro Flavio con gran vaghezza. In quella di mezzo, si vede quando la Verginella era esortata da una Sacerdotessa, e da alcune donzelle idolatre a sagrificare al simulacro di Giove. Si vede preparato il sagrificio, e il tripode, accesovi il fuoco, e coronata la vittima, ma essa si mostra intrepida in ricusare quest’ atto profano. La terza rappresenta la sua Santa sorella Demetria uccisa dal manigoldo per ordine del Prefetto, che sta assiso nel suo seggio, ed essendo quella caduta a’ suoi piedi moribonda, stanno vicino a lei alcuni soldati di guardia, i quali atterriti da sì funesto spettacolo, ed impietositi la mirano. Nel piano dell’ atrio, nel quale si rappresenta l’ avvenimento, vi è la Santa Bibbiana, la quale rivolta al Cielo vede per aria due celesti amorini, che seco ne portano la bell’ anima di Demetria a godere il premio beato dovuto al suo penoso martirio. Ha accompagnato tutto il componimento con un ordine di colonne sollevate dal piano, tra le quali si scorge qualche veduta di paese, e il pavimento compartito tra le fascie di marmo con alcuni riquadri. Fra le istorie vi sono due nicchie finte nelle quali ha collocato due figure una di Santa Demetria, e l’ altra di S. Flavio loro padre, e martire anch’ egli. Nella medesima Chiesa in una Cappella a mano sinistra vi è un quadro di mano di Pietro dipinto ad olio, nel quale è S. Dafrosa Madre di ambedue le sante fanciulle, la quale postasi inginocchione sta orando, e vede in quell’ atto un Angiolino, che le porta la palma, e la corona del martirio. Questa opera fatta a fresco nel muro diede a Pietro un gran principio di applauso universale, e con ragione; perche fece conoscere in quella la riuscita, che poteva succedere da una primizia così mirabile.

In seguito di ciò gli toccò a fare la tavola dell’ Altare dalla parte dell’ Epistola in San Salvatore in Lauro, ora la Madonna di Loreto della nazione Marchigiana, ed in essa rappresentò il glorioso Natale del nostro Redentore, ed espresse il divino Pargoletto già nato e involto in un bianco lino esposto sopra rustico fieno in una piccola mangiatoja di giumenti, che viene adorato, e vagheggiato con espressione di cordialissimo amore da Maria sempre Vergine. S. Giuseppe lo sta con istupore osservando, ed alcuni pastori accorsi all’ adorazione del nato Bambino gli portano per offerta divota chi un candido Agnello, chi altri presenti. Uno di loro sta inginocchiato avanti di lui, ed un altro in atto di riverirlo col capo scoperto lo sta con ammirazione adorando, e poco distante v’ è una leggiadra pastorella che porta in un canestro due candide colombe, accompagnata da una vecchia, e ragionano insieme con grande allegrezza. Nell’ aria vi sono due celesti amorini assistenti all’ alto mistero, accompagnato il tutto con una rovina di nobile Architettura, e nel lontano fa vedere un poco di paese con un arco, nella luce del quale splende l’ albore di un chiaro Orizzonte, che dimostra la venuta del giorno nascente. Questo quadro gli riuscì di qualche perfezzione avendo in esso continuato l’ affiduità dello studio, e l’ applicazione del gusto, e dell’ intendimento, ed è una delle migliori cose uscite dal suo pennello per un certo suo proprio stile, che in se contiene forza, e dolcezza soavemente concorde, grazia, e nobiltà.

Non solo in questa occasione si confermò nel credito di uomo di valore, ma da questo quadro nacque la sua buona fortuna. Godevano li Signori Sacchetti dell’ avanzamento dito di quel loro favorito, ne si stancavano mai di promuoverlo nell’ occasione, non cessando di stringerlo con maggiore cordialità nell’ affezzione del Card. Barberini. Avendo in quel tempo Papa Urbano comprato per la sua famiglia dai Signori Sforza il Palazzo alle quattro Fontane a Capo le Case, facevalo ingrandire, ed ornare sotto la direzzione del Cavalier Bernini, e dipingere in alcuni luoghi da diversi Pittori de’ più celebri di quell’ età come altrove si disse. Pietro vi dipinse anch’ egli alcuni camerini, e volticelle a fresco di diversi argomenti, ma perche non sono cose di molto rilievo, non ne parleremo, dovendo discorrer di lui in cose di maggiore importanza. Essendosi stabilita la sala principale, per l’ occasione di questa gran volta fu pensato sopra diversi professori, ma coll’ ajuto di un Padre della Compagnia di Gesù molto favorito dal Card. Francesco, e credo anche stimolato dal Card. Sacchetti fu conchiuso, che Pietro dovesse dipingerla. Colla poetica direzione di Francesco Bracciolini da Pistoja celebre Poeta di quel tempo, e assai caro al Pontefice, incominciò a terminarne la distribuzione, e il partito. La proporzione di questa sala è di lunghezza palmi 95 e di larghezza 53 che viene ad esser di bellissima ampiezza, e la volta è fatta a schifo. Pietro l’ ha compartita in ugual divisione, e facendovi nel mezzo un apertura di Cielo proporzionata ad una giusta diminuzione dalla cornice principale fin dove comincia lo sfondato, lascia anche nei quattro lati, che la circondano un apertura medesima. Nelli quattro angoli finge un sodo di stucco finto, sopra del quale ricorre unitamente la cornice principale, che è il termine dell’ apertura di mezzo, e ciaschedun’ angolo contiene quattro figure pure di stucco finto bianco in variate attitudini, due nella guisa di Tritoni, terminando in code di Delfini, e due rappresentando due termini i quali servono di ornamento ad un candelabro, che è posto nello spigolo di ogni angolo fatto con sommo artificio. Nella cima di questo vi è una medaglia ottagona di chiaroscuro giallo lumeggiata a suo luogo d’ oro fino a mordente con cornice pure in chiaroscuro ma bianco. In ciascheduna di queste quattro medaglie si rappresenta un istoria in basso rilievo, e la prima contiene la virtù di Annibale Cartaginese nella sua prospera fortuna; l’ altra la continenza di Scipione Affricano verso quella bella fanciulla sua prigioniera; la terza la giustizia del Console Manlio esercitata nel proprio figlio disobbediente, benchè vincitore, e la quarta la costanza, e la fortezza di Muzio Scevola nell’ abbruciarsi la destra, che aveva errato in non uccidere il Re Porsenna, com’ egli aveva destinato. Sopra il cornicione reale, che gira intorno a detta sala per dar termine alle quattro pareti, ha rappresentato come quattro Emblemi, quattro animali di proporzione uguale alle figure, e coloriti, che mostrano camminare per lo di fuori degli stucchi finti, ed insieme ancora alcuni putti, che scherzano con quelli in foggie varie ed attitudini. Sotto il caso di Annibale, per la sagacità, ha dipinto due orse, una delle quali sta lambendo colla lingua il proprio parto per dargli forma, e l’ altra mostra di osservare questa operazione. Sotto quella di Scipione, per la purità, e candidezza, un Alicorno, il quale com’ è solito di quest’ animale volendo bevere confonde prima le acque col corno che ha in mezzo della fronte, per togliere da quelle quando vi sia l’ infezzione del veleno, e per dar segno di questa sua proprietà vi ha posto un serpe involto al corno. Sotto al Console Torquato Manlio, per la ferocia, e perspicacità è un Ippogrifo non in atto volante, ma coll’ ali distese, e ferme senza moto. Sotto allo Scevola, per la fortezza, ed intrepidità, un leone generoso, che in atto di maestà sta guardando con torbido aspetto. La cornice principale, che ricorre d’ intorno alla volta, la quale è finta di chiaroscuro, e forma lo sfondato principale viene interrotta nel mezzo da un cartellone, e due putti pure finti di stucco, che lo reggono uno per parte in attitudini diverse, e per mostrare la grossezza della cornice vi ha fatta la veduta di sotto. Nell’ apertura di mezzo fa vedere uno splendore, ed una maestosa figura assisa in un gruppo di nuvole, che partecipano il colore di quella lucida splendidezza veduta di sotto in sù, stando in atto di mirare la gloria superiore della beatitudine eterna, e tiene nella mano sinistra con gran maestà un aureo scettro. Questa è la divina Providenza, e ha d’ intorno le tre virtù Teologali, Fede, Speranza, e Carità come sue necessarie compagne, ed alla destra di lei è un altra figura, la quale stando in atto sollevato sostiene con ambe le mani una corona di stelle, e questa è l’ Immortalità, che sta d’ intorno alla Providenza, personaggio protagonista e principale della composizione. In sito inferiore apparisce un coro di donzelle assise sopra lucide nuvole, e sono la Giustizia, la Pietà, l’ Eternità, la Sapienza, la Potenza, la Verità, la Bellezza, e la Pudicizia, le quali mostrano di dipendere dalla bocca, e dal cenno della Provvidenza. Al pari di queste nella parte destra è il Tempo a sedere anch’ egli sopra nuvole, le quali per mostrarsi più lontane dallo splendore di quella gloria partecipano dell’ azzurro dell’ aria. Sostiene questi colla sinistra una falce, e colla destra solleva un fanciullo in atto di divorarlo; alla sinistra si veggono le tre Parche, che filano, e recidono lo stame dell’ umana vista. Nell’ estrema parte di quel lungo vano che tiene vicino alle finestre, e ringhiere principali della sala, ha rappresentato tre donzelle, due per ogni lato, ed una da piede, che reggono un festone di lauro verdeggiante, nel mezzo del quale si veggono tre grandi Api volanti nella forma dell’ Arme Barberina, e queste sono le tre muse principali, Urania, Calliope, e Clio, le quali cingendo di lauro le Api esprimono il premio della gloria che hanno meritata le celebri poesie del Pontefice Urbano VIII. Un altra figura pure dire di donna innalza in mezzo di questo festone il gran Triregno Pontificio, ed è questa la Regina del Mondo Roma, di cui egli era Sovrano. Appresso questa ve n’ è un altra, che intreccia le due chiavi una di oro e l’ altra di argento sotto la gran Tiara, ed è la Gloria, che riportò questo Pontefice nella sua elezzione. Alcuni putti servono d’ intreccio a questa donzella, e mostrano anch’ eglino di applaudire a così nobile impresa. Nella facciata, che è all’ incontro della porta della Sala, la quale è una delle due parti della lunghezza di quella, v’ è una festa giocosa di Bacco, dove si vede il vecchio Sileno corpulento portato in braccio da alcuni Fauni, e femmine Baccanti, che gli vanno scherzando intorno sonando i loro sistri, timpani, e naccare soliti istrumenti Baccanali, ed alcuni Satirini intrecciano il gruppo della sollazzevole ricreazione, in mezzo alla opacità di un verde boschetto. Nel vano si vede un limpido, e cristallino fonte, che mostra sollevarsi come centro dal seno di una grand’ urna, e cadendo forma un delizioso bagno, dentro del quale si stanno lavando alcune Ninfe leggiadre, ma portate con gran modestia, ed onestà. Termina quell’ apertura con una Venere coricata sopra di un ricco, e morbido letto, che viene ricoperto come da un padiglione sostenuto da alcuni putti di un vago broccato cremisino, rigato, ed ornato di oro, mostrando ivi godersi per maggior delizia l’ amenità di un ombra soave. Si vede la Dea che atterrita si solleva, perche vede nell’ aria il suo profano Cupido fugato dall’ amor celeste, il quale viene assistito dalla Purità donzella vestita di bianco, che mostra di animare il divino amore a discacciare quello lascivo, ed impuro, e questo bel gruppo ha un vago accompagnamento di verdi arboscelli, e deliziose verdure. Benchè Venere sia la Dea più libera, la ha rappresentata coperta di ricca veste, e con portamento modesto. Per di fuori di quest’ apertura sopra un gruppo di candide nuvole, si vede una nobil figura che rappresenta una Matrona inginocchiata, la quale abbraccia un tripode antico, sopra cui è acceso il fuoco del sagrificio, e questa è la Religione. Appresso a lei v’ è un altra figura di vaga donzella mostrando di sollevarsi da quel nembo dove si posa per girne al Cielo, e porta due libri aperti uno per ciascheduna mano, e questa è la Sapienza. All’ incontro, che è una apertura della medesima proporzione, ha rappresentata la fucina di Vulcano, che viene ad essere sopra la porta dell’ entrata nella Sala nella quale li tre Ciclopi stanno fabbricando sopra un incudine a colpi di pesanti martelli, scudi, elmi, corazze, lancie, fulmini, spade, e cose somiglianti. Nell’ altra parte estrema dell’ istesso vano sta assisa una figura di uomo disarmato colle mani legate di dietro, incatenato sopra un monte di armi diverse, e questo è il Furore delle armi fatto prigioniero dalla Pace sempre nodrita, e praticata dal gran Pontefice Urbano. In poca distanza si vede un Tempio rotondo di ordine Toscano, che fa vedere spalancate le sue porte, ed a lui d’ intorno apparisce fiamma, e fumo come di un incendio. Per lo di fuori, com’ è all’ incontro, pure in un gruppo di nuvole si vede una Matrona, che stando maestosamente a sedere sostiene colla destra il Caduceo di Mercurio, e colla sinistra una chiave di oro. Avanti questa, la quale è la Pace, una figura si presenta genuflessa, e le porge uno specchio, acciocchè in esso si rimiri, ed è la Prudenza quasi dicendole, che con lei regoli le sue risoluzioni. Dalla parte sinistra si vede un altra donzella, che tutta leggiadria dimostra di ricevere i suoi comandi porgendole colla sinistra un foglio, avendo in mano anch’ ella una chiave, mostra di affrettarsi di andare con quella a chiudere quel Tempio di Giano per sedare in tal guisa ogni tumulto militare, e questa è la Sollecitudine. Vicino al Tempio si vede da lontano una donzella volante con due trombe nelle mani, che indica essere la Fama. Nel vano minore, che viene sopra la ringhiera, ha dipinto un Ercole furioso, il quale tenendo impugnata la clava sta in atto di percuotere, e discacciare con quella alcune Arpie, ed avendone uccisa una la calca col piede sinistro, intento a percuotere l’ altra, che se ne fugge per l’ aria stridendo. Questa figura di Ercole rappresenta il valore della virtù, che tiene lontani dalla Republica li vizj deformi rappresentati nelle Arpie. Nell’ aria, ma comprese nell’ apertura del vano, sono due figure in atto volante, una porta su gli omeri il fascio della scure, come si appropria alla Giustizia, ed è la Potenza, l’ altra versa profusamente da un cornucopio monete, gioje, monili, ed anche fiori, e frutti, e questa è la Liberalità, e molte figure di sesso, e qualità diverse stando inginocchiate mostrano di stare anziose aspettando le grazie di quella. Tra le altre, v’ è un vecchio in atto sommesso, ed inginocchiato, che mostra essere la persona del suddito soggetto alla Potenza, ed ha accompagnato il componimento colla fabbrica di un Tempio in distanza, e per dargli maggior vaghezza, v’ ha posto un ameno paesaggio. Nel vano all’ incontro, che è della medesima proporzione, e che corrisponde alla facciata principale della Sala, rappresenta la caduta precipitosa de’ Giganti, i quali presumendo muover guerra ai Dei sopraposero per giungere al Cielo gli altissimi Monti Olimpo, Pelia, ed Ossa. Li fa vedere nel precipizio della loro ruinosa caduta, e vengono a cadere così diroccatamente, che hanno infranta tutta la parte superiore di quei stucchi finti, che formano lo scompartimento della volta, e si precipitano insieme con quelle dirupate montagne, alle quali con diversi sconci modi si aggrappano con un impeto ruinoso, idea veramente poetica, e spiritosa. Per l’ aria in atto volante, agile, e leggiera è una figura armata di elmo e corazza, cinta da una leggiadra gonnella, e vibrando furiosa un asta mostra co’ suoi colpi, essere la cagione della loro caduta. Questa la quale è a similitudine di una Pallade è la virtù superiore, la quale ha sufficienza bastante di atterrare l’ ardimento, l’ audacia, e la presunzione figurate ne’ Giganti. Per dare ornamento più nobile a tutta la disposizione di quei stucchi finti sopra il gran cornicione, dove incomincia il sodo dello scompartimento, ha fatto nel mezzo un cartellone, nel quale è un impresa per ciascheduna parte, che allude all’ arme, ed all’ impresa Barberina, ed una figura di donna, ma vestita, che dall’ una, e dall’ altra parte regge detto cartellone. Per aggiungere anco maggior vaghezza al tutto, ha introdotto per diversi accidenti alcune verdure di pampini, di frondosi vitalbi, di edere serpeggianti, le quali uscendo per di sopra quei bianchi stucchi interrotti da quell’ amenità di fronde, ed incontrandosi in alcuna particella, che è toccata di oro, forma un armonia così soave, e gradita, che si rende il tutto curioso, ed ammirabile. L’ esplicazione, e l’ allegorie di quello, che è contenuto nel concetto di tutta l’ opera viene dilucidato allegoricamente in lingua latina dal Conte Girolamo Teti in un libro intitolato Aedes Barberinae, insieme col disegno di tutto intagliato a bulino con altre pitture, quadri particolari, statue, medaglie, ed altre cose curiose, e di studio, che si conservano in quel nobil Palazzo, e il tutto con diversi velami contiene la magnificenza, virtù, e prudenza del Pontefice, e della Casa Barberina; per questo io non m’ inoltrerò a più stretta narrativa. Dico bene, che è un opera maravigliosa, di grande studio, e fatica, e degna di somma lode per essere ingegnosa nell’ invenzione, copiosa nel componimento, studiosa, e in un atto mirabile, abbondante, e vaga nell’ ornamento, e condotta con tal maestria di pennello, che pare tutta dipinta in un giorno, e pare a me difficile, che possa vederne di altro pittore una simile, che abbia unite tante belle qualità in una sola, e questo sia detto a chi guarda l’ opere altrui senza l’ occhio dell’ invidia. Tenne coperta questa sua opera lo spazio di 12. anni; ma però in questo intervallo fece molte cose, tanto di Pittura come di Architettura, ed in quel tempo istesso chiamato dal Gran Duca in Fiorenza, incominciò le stanze di Sua Altezza Serenissima nel Palazzo de’ Pitti.

Prima di andarvi fece ancora in quel frattempo la Cappella dell’ Imagine di Maria Vergine della Concezzione in S. Lorenzo e Damaso, ed è quella dalla parte dell’ Evangelo dell’ Altar maggiore, di cui egli medesimo fu l’ Architetto. Fece il tutto di varie pietre colorite e di marmo bianco, e sopra la cornice principale formò la volta, che divise in regolati compartimenti di stucchi indorati. Si valse quasi di un partito simile a quello della sala de’ Barberini col fingere uno sfondato in mezzo, e quattro laterali, e nell’ apertura di mezzo mostra lo splendore di una gloria di Paradiso, dentro la quale l’ Eterno Padre assiso in un Trono di nuvole regge colla sinistra il globo terrestre, e colla destra sta in atto di benedire, e viene servito, ed accompagnato da amorini celesti, e Cherubini. Nelli quattro vani delle parti nei quali si vede la serenità di un Cielo azzurro, partecipando in alcuna parte dello splendore di quella gloria, vi sono alcuni Angioli assisi sopra bianche nuvole, ed alcuni putti volanti portando alcune rose vermiglie, ed altri candidi gigli per significare tutte le perfezzioni della Madre di Dio.

Nel Palazzo di Fiorenza detto de’ Pitti, vi è un nobile appartamento nel piano, ed ivi da quell’ Altezza fu destinato Pietro a dipingerne sette stanze tutte in fila, ed una nell’ estremo chiamata la stufa. La Sala è la maggiore, e fu la seconda ad esser dipinta, perche già aveva incominciata la stufa, la quale essendo divisa in quattro facciate in ciascheduna di esse rappresentò una delle quattro età dell’ uomo con espressione assai ingegnosa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Finita la stanza detta della Dea Venere non solamente il Principe, e tutta la corte ne restò soddisfatta, ma anche molti valenti, e giudiziosi Artefici sì Fiorentini che esteri, i quali concorsero ad ammirarle, ed affermarono, che fosse una delle più pregiate opere che uscissero dal suo divino pennello. In fatti mostrano tutta l’ arte, e bontà del disegno, l’ eleganza del componimento, la vaghezza del colorito, ed il rilievo più bello. Nella testa d’ Alessandro Magno vi si vedono espresse le sue virtù, e le sue passioni, cosa ingegnosissima.

Si ammirano qui ancora le superbe vestimenta dei Re ed Imperadori fatte all’ antica, ed altre armature molto ornate e bizzarre con Calzari, Celate, Targhe, ed ornamenti fatti tutti con arte maravigliosa. Le teste delle Regine sono bellissime, e cavate dalle medaglie antiche, ed i siti delle istorie sono veramente incomparabili sì per le Architetture vedute in iscorcio, che per le verdure molto vaghe. In somma si può dire con verità che il Sig. Pietro ha istoriato e dipinto con maggior facilità di Lionardo da Vinci che ha scelto i movimenti, e gli atteggiamenti con più grazia d’ Andrea del Sarto, e che il suo gusto d’ operare è migliore di quello di Francesco Salviati. Non pretendo di fare alcun paralello fra il divino Michelangelo e il Sig. Pietro da Cortona perche sarebbe temerità. Dirò solo che la pittura non consiste solamente nel fare i nudi coll’ intelligenza della grandezza de’ contorni, e de’ movimenti, o colla giusta situazione de’ muscoli. Vasto è il campo della pittura, e fra i perfetti artefici si debbono annoverare coloro ancora, che sanno esprimer bene, e con facilità le istorie, e con bell’ ordine, e giudizio i loro capricci. Tali sono anche coloro, che col troppo non confondono i loro componimenti, o che col poco non danno nel meschino, o che rendono interessanti le opere colla varietà ed eleganza delle prospettive, degli edifizj, e de’ paesi. Gran merito è il saper vestire leggiadramente le figure, il saperle far perdere a tempo nell’ oscuro, o il saperle far uscire dal quadro a forza di chiaro, il far vive, e belle le teste delle femmine, dei putti, dei giovani, o dei vecchi, il saper dar loro secondo il bisogno movimento, espressione, e quello che noi Pittori sogliamo chiamare bravura. Si dee anche considerar, per esempio, nelle battaglie la bella fuga de’ cavalli, la fierezza de’ soldati, e la rabbia, o il furore. Deesi sapere perfettamente la bellezza di tutti gli animali per poterli collocar giustamente, e nel miglior punto del loro carattere. Sopra tutto nel fare gli uomini debbonsi fare in modo che pajano ritratti affinchè si conosca per chi eglino sono fatti. Che dirò degli abbigliamenti, panni, calzari, celate, armature, acconciature di femmine, capelli, barbe, vasi, alberi, grotte, sassi, fuochi, arie torbide, serene, nuvoli, pioggie, fulmini, notte, lume di luna, splendor di sole, ed altre cose infinite? Se il Sig. Pietro non può paragonarsi nel disegno a Michelangelo egli ha avuto però un ottimo universale, e merita essere annoverato fra i più insigni valentuomini del nostro secolo (*).

(*) E’ veramente una perdita il non avere potuto compiere con qualche altro manoscritto questa vita, che sarebbe una delle più interessanti anche per rapporto al soggetto di cui parla, che non è ancora abbastanza noto. Forse che il Passeri la lasciò imperfetta non avendo potuto avere prima della sua morte la descrizione delle camere de’ Pitti, che si vede rimasta in sospeso. Avrebbe almeno potuto finire la vita di Pietro da Cortona. Su ciò vedi la Lettera di Monsignor Bottari all’ editore di quest’ opera stampata dopo la Prefazione. Questo mi conferma sempre più, che le Vite del Passeri sono un abbozzo incompleto, ma abbozzo, che vale assai più di cert’ altre Vite finite di Pittori, che sono uscite ai giorni nostri alle quali non si sa qual nome dare se non quello di opere degne di tenebre, e di disprezzo e simili ai ritratti che le compiscono. Dignum patella operculum.