Resta 1759

Sebastiano Resta, Al signor N. N., in: [Giovanni Gaetano Bottari (ed.)], Raccolta di Lettere sulla Pittura Scultura et Architettura, scritte da’più celebri personaggi che in dette arti fiorirono dal secolo XV. al XVII. III, Roma [Niccolò, e Marco Paglliarini – Libraria all’ insegna di Pallade a Pasquino] 1759, pp. 327–330.


pp. 327–330

CCI.
Al signor N. N.1

M’Interroga V. S. da che proceda, che un pittore, che possegga diverse maniere, alle volte in un abbozzo s’attiene ad una sola, e alle volte ne accenna diverse, seb bene poi nel terminar l’opera le riduce ad una. Rispondo, che ciò avviene, secondo che il pittore diversamente si applica all’abbozzo con più o meno d’entusiasmo. Quando il concetto dell’opera è già deliberato nella mente, che abbia da essere compito nella tal maniera; e allora il pittore si slancia impaziente all’abbozzo per terminarlo col primo fervore, riesce fatto più uniforme in quella sola maniera, nella quale intende di voler dar fuora l’opera perfettamente accordata a quel genio, che da principio gliela fece concepire, e deliberare. Per esempio: Pensò il Coreggio di fingere la Natività del Signore in quel sacro orrore notturno (pittura fatta per li signori Pratoniere, e poi esposta in S. Prospero, e oggi in galleria del duca di Modena.1) e ponendosi con quello spiritoso, ed efficace vigore a partorire l’embrione tutto insieme nel primo abbozzo, questo tutto insieme lasciò terminato sotto la maniera d’una sola specie di colorito, che destinato aveva, per far comparire tutta l’opera grande. Di questa specie è il vero inconstrastabile abbozzo, che ne tiene il valente pittore, e giudizioso dilettante signor Giuseppe Ghezzi, onde lascia in dubbio un altro piccolo, che in Reggio di Modena fu mostrato a lume di torce, come per gran favore al sig. Giuseppe Passeri, ed a me; tanto più che questo non è d’un gusto, che adegui il quadro grande, di cui le figure sono le medesime per l’appunto: dove in questo del sig. Ghezzi le figure sono di attitudini alquanto diverse, ma è uniforme affatto nel gusto, che il Coreggio tenne nel quadro grande. Egli si diportò nel modo stesso nell’abbozzo primo in tela di quattro palmi dell’Assunta del duomo di Parma. Concepì una splendida amenità di gloria celeste per dove saliisse la beata Vergine al cielo; e quasi impaziente di dar di piglio a disegnarne il concetto con la matita, sfogò coll’impeto del pennello a olio quell’Assunta colla tinta, e gusto di colori, che si propose per suo finale oggetto; benchè dopo riducesse quel gruppo principale dell’Assunta all’ultimo stato della sua ricerca, quanto al disegno, con diversi studj fatti col toccalapis; ed io n’ebbi tre originali colla Madonna stessa, ma con diversità d’angioli circostanti: egli feci stampare, oltre ad altri pezzi della medesima cupola.

1 Anzi oggi nella galleria del re di Polonia in Dresda, e intagliata nel tomo 2. de’ quadri di detta galleria. A questo quadro è stata data la vernice, con più danno, che vantaggio della pittura.

Sia detto per digressione non inutile, che il Coreggio non per istento in disegnare, ma per impulso al gusto del colorito, molte volte cominciava gli abbozzi dal colorirli in carta, o in tela, e poi gli andava ripulendo in disegno più accertato. Così fece nell’invenzione del Cristo nell’orto fatto a uno speziale di Reggio. Io ebbi il primo abbozzo del Cristo solo tirato giù con furia, e dipinto in carta con colori, senza l’angiolo, del quale io ne feci un presente al benefico genio del sig. Conte Andrea Maraffi da Pontremoli, e poi lo pregai a cederlo a Mons. Marchetti, che lo desiderava. Ebbi poi anco il disegno in carta parimente senza angiolo, che mi fu donato da un amico, ch’era maravigliosamente contornato, e lumeggiato, tanto che lo stimai degno della camera del re di Spagna Carlo II. giacchè per opera di mio padre il re Filippo IV. aveva acquistata la pittura per 750. doppie, come dice anche lo Scannelli a carte 81. del suo Microcosmo, che furono pagate dal marchese Serra maestro di campo generale di sua borsa, benchè in apparenza facesse il pagamento il governator di Milano marchese di Carazena. E dico che furono doppie di Spagna, perchè mio padre, essendo state mandate doppie d’Italia, ci pose di suo il soprappiù per ridurle a doppie di Spagna, acciocchè non si rompesse il contratto, il che sarebbe dispiaciuto al re. Ed ho avviso dal pittore Tanga, che ancora il mio disegno si conserva nella camera del re Filippo V. benchè la pittura sia rovinata affatto da una lampada, che le sta davanti. Ma tornando al proposito; succedeva il contrario, quando il Coreggio si applicava a qualche quadretto, in cui non era portato da impeto per arrivare di veloce corso ad una particolar meta di straordinaria maniera, ma bensì a finire bene, e di buon gusto tutte le parti; onde in tutte studiandone le singolari perfezioni, andava di mano in mano ricercando nel seno della sua memoria ora il bello d’una specie, ora il bello d’un’altra. E così in questi abbozzi succede, che se un pittore possiede più maniere, facilmente nello stesso abbozzo ora ne tocca una, ed ora un’altra. Il caso pratico di questa teorica speculazione pare a me, che si dia nell’abbozzo della zingana del medesimo Coreggio, dove mi pare un misto di diversità, ma tutte sue, disperse in altri abbozzi di varie sue opere. Parmi ancora veder questo cosa nell’abbozzo della Zitella d’Orleans in piccolo quadretto fatto al rettore dello spedale di s. Brigida in Roma, che ancora si conserva in quelle stanze sopra la nuova chiesa. Il Coreggio non potè finire il quadro per essere in que’ giorni cessato lo spedale de’ poveri Svedesi per l’eresia di Gustavo. Feci copiare questo quadretto in lapis due volte dal signor Piccinetti, quando fu in Roma. Il Coreggio nell’abbozzo della zingana non arrivò ad accordar le parti sotto una superficie uniformemente difforme d’una sola maniera. Nell’abbozzo della Zitella non arrivò alla degradazione del componimento, e al dovuto intervallo da figura a figura, il che sarebbe stato di gran fatica, esprimendosi la spedizione della Zitella vestita da capitano, nella cappella reale, alla liberazione della Francia dagl’Inglesi, componimento di molte figure, e tutte grandi, a proporzione della piccolezza del quadro. E tanto basti. E resto con tutto l’ossequio.

Sebastiano Resta.


Notes
  1. Cf. Mary Philadelphia Merrifield, The Art of Fresco Painting, as Practised by the Old Italian and Spanish Masters, with a Preliminary Inquiry into the Nature of the Colours Used in Fresco Painting, with Observations and Notes, London 1846, pp. 94–95. ↩︎