Crespi 1759
Luigi Crespi, Al sig. Conte Francesco Algarotti…, in: [Giovanni Gaetano Bottari (ed.)], Raccolta di Lettere sulla Pittura Scultura et Architettura, scritte da’più celebri personaggi che in dette arti fiorirono dal secolo XV. al XVII. III, Roma [Niccolò, e Marco Paglliarini – Libraria all’ insegna di Pallade a Pasquino] 1759, pp. 264–284, 285–301.
pp. 264–284
CXC.
Al sig. Conte Francesco Algarotti gentiluomo delle Chiave d’ore
del Marchese di Brandeburgo, e Cavaliere del Merito.
Scritte l’anno passato tre lettere sopra il libro intitolato Desrizione delle immagini dipinte da Raffaello da Urbino, che fu opera di Gio. Pietro Bellori, e quelle mandate, e dirette all’ eruditissimo Mons. Gio. Bottari in Roma: la prima in difesa di Giorgio Vasari, attaccato dal Bellori, di avere voluto sottomettere Raffaello, e donare il primato a Michelangelo: la seconda dimostrativa, di avere potuto benissimo Raffaello seguire in qualche parte Michelangelo, senza riportare in veruna sua opera cosa alcuna del Bonarroti; e potersi però dire, senza aggravio di Raffaello, che migliorasse la sua maniera dalla veduta dell’opere di Michelangelo: la terza finalmente convincente di palpabile falsità accusa data dal Bellori a Raffaello Borghini, a Benedetto Varchi, e ad Ascanio Condivi, col confronto de’ testi de’ suddetti autori, era a me restato l’obbligo (come nella prima delle suddette tre lettere m’ impegnai) di dire qualche cosa intorno al secondo fine prefissosi dal Bellori nella già detta sua opera, dacchè al primo fine (che fu di criticare senza riferva il Vasari) con le mie tre lettere avevo risposto.
Essendo pertanto stato il secondo fine del Bellori, per quanto chiaramente apparisce, di pubblicare il gran segreto della riparazione fatta, quinci alla galleria del Caracci nel palazzo Farnese, e quindi alla loggia di Raffaello alla Lungara, e però di quella ne tratta in un intero capitolo a parte, amplificando da appassionato amico, quanto nella riparazione dell’ una, e dell’ altra è stato fatto, e stucchevolmente per minuto descrivendo ogni minima circostanza, crede con le sue parole di farci rodere per teste di vitelle lattanti :
Grugni di pulci, e di farfalle fritte.
Parerebbe, che io dovessi, siccome feci nel primo caso, così nel secondo, convincerlo di errore.
Diverso però essendo il caso, metodo diverso convienmi per più motivi tenere, e lasciando da parte l’esaminare sì fatte riparazioni, se elleno siano state fatte a dovere, o no se veramente fossero necessarie: e se finalmente l’ideato effetto, tanto dal Bellori decantato, abbiano elleno ottenuto; voglio piuttosto rivolgermi ad esaminare ciò, che il Bellori afferma a cart. 201. della ristampa, cioè: Ma perchè questo è un male troppo difficile a ripararsi, senza offendere la superstizione di alcuni, che consentono piuttosto alla caduta totale di una pittura egregia, che a metterci un puntino di mano altrui, benchè perito, ed eccellente, è certo un inganno comune a credere, che non si possa fare altro, che attendere a conservare, al meglio che si può, gli avanzi del tempo, e le venerate reliquie di così mirabili lavori. Voglio, dissi, esaminare se veramente sia superstizione il non volere, che si ponga mano nelle opere egregie degli eccellenti maestri in pittura, e se sia un inganno, l’attendere a conservarle tali, e quali elleno si ritrovano.
Potrei (lo so) qui riferire la nota fatta alla pag. 317. al Riposo del Borghini nel libr. 3. al num. 3. la quale al racconto della loggia dipinta da Raffaello ad Agosino Ghigi, che è quella appunto stata ritocca, e dal Bellori decantata, aggiunge: Era veramente bellissima, ma essendo stata ritocca, ha perduto assai. E potrei ancora riportare ciò, che nel tom. 2. del Trattato di Pitture &c. della stampa d’Amsterdam ci dice il sig. Richardson, il quale descrivendo la galeria del Caracci alla pag. 226. (anch’ essa mentovata dal Bellori) e narrandone i patimenti sofferti, afferma comme en peut juger, par les reparations, qu’on y a faites. Nel qual libro similmen. alla pag. 189. si legge inoltre, parlandosi della loggia di Raffaello alla Lungara, che comme ce morceau deperissoit beaucoup, il a ètè retouchè ; il y a meme des endroits, qui ont ètè entièrement repeints par Charles Maratti, qui tout excellent maitre, qu’il étoit, loin de rétablir l’ ouvrage de Raphael, ruinè par la longeur du tems; l’ a plus gatè, que le tems n’ avoit fait, ou n’ avroit pu faire. Peut-être ce que Maratti a fait n’ est plus à-present de meme, qu’il a ètè, mais que les couleurs en sont ternies, ou changées de quelque maniere que ce soit: ou bien il s’est trompé dans son jugement: ou il a manque dans l’ exècution; mais il est certain, que l’ouvrage entier, tel qu’il est aujourd hui, ne rèpond point du tout à l’ idée, qu’on s’en doit former par avance sur le nom de Raphael, sur la haute renommèe de l’ ouvrage, & meme sur les estampes qu’on en a: e l’ on est fachè d’y trouver tout le contraire: car le vieux coloris de briqué, épais, & pesant que l’on y voit, des figures, qui se trouvent placées sur le bleu vif, & éclatant, qu’on y a repeint nouvellement, & qui fait le fond des toutes les figures en gènèral, tant des grands, que des petits tableaux, & avec cela, l’ éclat èblouissant de ce, qui a ètè retouchè, ou repeint sur les figures meme, qui ne ressemble pas mal aux rehaussement de blanc, dans un dessein neuf: tout cela, dis-je, pris ensemble fait un èfet, qui choque extrèmement la vue… tutti testi, contrapposti agli altri del Bellori, come v. g. quello posto alla pag. 198. parlando della galleria del Caracci: E poi v’ andava sopra (il sig. Rossi) con certe acquarelle di tinta in tutto somigliante a quella di prima, e corrispondente alle parti rimaste dalla pittura, quali rese asciutte, s’ univano così bene, che non era possibile ritrovarvi un divario immaginabile. O pure a quell’altro nella p. 203. parlando della stessa loggia di Raffaello: Il che è stato eseguito con tanto giudizio, e con tanta perizia, che non darebbe l’animo certamente ad alcuno de’ professori rintrovare, quali sieno gli ajuti dell’ opera moderna, se non l’ avesse inteso, o da noi in quest’ istorica narrazione, o da altri, informati per oculare veduta; tale è l’accoppiamento del moderno coll antico, e tale è la fatica, che ha fatto questo grand’ uomo per andare a ritrovare i siti precisi, ove stavano le tinte primiere. Non so, torno a dire, se si contrapponessero i suddetti testi, con i qui sopra notati, che figura si facesse il Bellori, ed il suo capitolo.
Ma io, ripeto, non voglio entrare in questa disputa, benchè l’ una, e l’altra delle due gallerie diligentemente osservassi nell’ anno 1750. che fui in Roma, lasciando ad altri, cui maggiormente appartenga la decisione, e a cui faccia peso la sopra riferita relazione,
Voglio anzi concedere, che la riparazione fatta ad ambedue le gallerie fosse necessaria, che sia stata eseguita a dovere, e come il Bellori la predica, sia riuscita a maraviglia. Solo mi restringerò a dire il mio parere in generale un poco fondatamente, se queste tali riparazioni dell’ opre insigni de’ nostri antichi maestri, dal tempo rovinate, e guaste, siano doverose, necessarie, ed utili, o se per lo concontrario non lo sieno: non intendendo giammai di parlare di alcuna in particolare, ma solamente di dire, qualunque siasi, il debolissimo sentimento mio in generale, sottoponendolo a voi, riveritissimo sig. Conte mio, che siete:
Saggio, e di lunga esperienza dotto,
che i maggiori valentuomini di quest’ arte divina, sempre vi piacque di trattare, e tutt’ ora praticate: che le maggiori gallerie d’ Europa, e le più conspicue città avete veduto, e che in tale scienza anche con molta erudizione, e lode avete scritto; affinchè o dove v’ abbia il bisogno di emenda, vi degnate di avvisarmene la correzione, ben sapendo:
Che le più volte, il parer proprio inganna;
o dove siavi luogo d’accrescimento maggiore, e di maggior lume, voi stesso lo facciate con una vostra pistola, non solo per mio, ma altresì per altrui ammaestramento, diletto, e vantaggio.
A procedere però con qualche ordine in una materia non così agevole da trattarsi, converrà separatamente parlare del dipinto a fresco, e separatamente del dipinto a olio, meritando ciascuna di queste due classi, differenti riflessioni, osservazioni diverse.
Parlando dunque adesso del dipinto a fresco, egli è certo, che questo non si potrà giammai a buon fresco ritoccare, quando in que’ luoghi, dove manchi qualche pezzo, non si dia il fondo di nuovo intonaco di calce viva sul muro, per sopra poi dipingervi, come il rimanente antico. Ma questo riesce impossibile da praticarsi, poichè il nuovo intonacato di calce nuova, che si desse ne’ luoghi mancati, mangerebbe il vecchi dipinto a lui vicino; e dato ancora per possibile, che ciò non succedesse, chi non vede l’ impossibilità d’uguagliare al vecchio il nuovo dipinto? Oltre di che si macchierebbe vicino al nuovo il dipinto antico.
Il dipinto vecchio, egli è for d’ ogni dubbio, avvengachè dipinto a fresco, ha preso la sua patina dalla calce, dall’ aria, dalla polvere, e dall’ umido, la qual patina è difficilissimo, per non dir impossibile, da imitarsi, massime col dipignere a fresco, il quale muta le tinte nell’ asciugarsi, poi, diversi sicchrebbe il dipinto; e rasciuttato che sia, non può ritoccarsi a buon fresco, ficchè non si può col ritocco a buon fresco supplire alle mancanze già fae: nulla si può diminuire: nulla accrescersi, e quindi quella vivezza, che dalla calce acqustano le tinte, darle certamente nel nuovo dipinto non si può; nè la prima volta, che si dipinga su’ pezzi mancanti con nuovo intonaco di calce, nè la seconda volta, che si ritocchi per maggiormente imitare il vecchio.
Non la prima volta, poichè qual vivezza può darsi alle tinte, se converrebbe in tal caso imitare la patina antica? Non la seconda volta, poichè qual vivezza può contribuirsi dalla calce asciutta alle tinte, che vi si dessero sopra, e che dar si dovrebbero a colla?
Ed oh come a proposito mi sovviene qui d’ un passo dell’ autore de’ Dialoghi sopra le tre arti del disegno stampati in Lucca nel 1754. ed e alla pag. 239. o per meglio dire, come a mio proposito sa egli nel suddetto luogo prlare Carlo Maratti! Sentitelo di grazia: Anzi parlandosi d’ opere fatte a buon fresco, non possono ritoccarle nè meno gli autori medesimi senza deteriorarle. Ma dato anche per possibile, di potersi imitare a buon fresco la medesima patina antica (lo che certamente non si può) che ne avverebbe poi? ne verrebbe, che l’ antico, il quale ha già ricevuti dal tempo, dalla calce, dall’ aria, dalla polvere, e dall’ umido, quella patina, che sino a quel tempto dovea ricevere, discordebbe fra poco dal moderno dipitno, il quale deve dalle medesime cagioni ricevere cambiamento, o patina, le quali anderanno sempre crecendo col crescer degli anni, tanto nel vecchi, quanto nel nuovo dipinto.
Se poi il dipinto a fresco unga ritoccato a secco, o vogliam dire a colla, o a tempera, o a guazzo, che tutto suona lo stesso, e così non siasi obbligato nè alla nuova intonacatura di calce viva sotto, nè siassi per temer cangiamento equale, nè patina, come nel ritocco a fresco; egli è certissimo, che il moderno ritocco a colla, non avrà mai quella vivezza, quella frechezza, quell’ impasto, o sia lucentezza, che a’ colori contribuisce la calce, ma i ritocco a colla, sempre si riconoscerà dall’ occhio intelligente, avendo un tal modo di dipignere a secco, in confronto del fresco, un languido, un appannato, che non corrisponde al vivo, al lucido, al pastoso, alla prontezza del fresco, non potendosi, ritoccando a secco, imitare il penneleggiare del fresco.
Quindi è (siegue il sopraccitato autore de’ Dialoghi nel suddetto luogo) che quando Pio IV. fece ritoccare a Gio. da Udine i suoi grotteschi maravigliosi, e quelle tante stupende bizzarie, che avea dipinto nelle logge Vaticane, fu universalmente biasimato, e il Vasari, che lo racconta, soggiunge: Il che fu errore, e cosa poco considerata, perciocchè il ritoccarla a secco, le fece perdere tutti quei colpi maestrevoli, che erano stati tirati dal pennello di Gio nell’ eccellenza della sua miglior età, e perdere quella freschezza, e fierezza, che la facea nel suo primo essere cosa rarissima.
Finalmente, se il dipinto a fresco venga ritoccato con colori mescolati con calce bianca (che è la terza, ed ultima maniera di dipignere su i muri, o di ritoccare il dipinto) non tutti i colori, in primo luogo, anzi la maggior parte, ed i più belli, ed i più fini, e i più necessarj, come sono tutti i minerali, non si possono colla calce bianca mescolare, ed unire. In secondo luogo la calce bianca rode, e diminuisce le tinte in guisa, che in poco tempo non sono più quelle, massimamente ne’ muri voltati a mezzodì. in terzo luogo non si può accompagnare nè la prima, nè la seconda, nè la terza volta le tinte vecchie, se prima il ritocco ogni volta non sia asciutto, per osservare, dove si debba o crescere, o diminuire, non potendosi nel far le tinte accompagnare con le nuove le tinte vecchie. Finalmente essendo questa la maniera più soggetta a mutazione, e a cambiamento, ognun vede la discordanza, che in breve tempo nel ritocco deve succedere.
Dunque o si rifacciano de’ pezzi mancanti a buon fresco (dato che si possano rifare) o si rifacciano a secco, finalmente si rifacciano co’ colori mescolati con calce, sempre si deve riconoscere il rifatto dall’ antico dipinto, e però giammai si otterrà l’ intento di perfettamente ugualiare le tinte, la patina, e la freschezza.
Ho detto del ritocco a secco, intendendo d’ un dipinto, che sia al coperto, difeso dall’ umido, e dalle piogge, altrimenti al sopravvenir d’una pioggia, se n’ anderebbe con essa tutto il ritocco, se il dipinto fosse allo scoperto.
Che però posto per verissimo, ed incontrastabile quanto sinora si è detto, e che però non si possa perfettamente o nell’ un modo, o nell’ altro accompagnare le tinte, ma debbasi necessariamente riconoscere il ritocco, ed il rifatto per le ragioni adotte; meglio sia, secondo il mio sentimento, godersi intatto quel poco, che ne rimane vergine, ed illibato, che goderlo discordante col ritocco, e guasto; poichè nel vederlo malamente ridotto dal tempo, al più al più non possiamo lagnarci, se non o del tempo medesimo, il quale:
Ogni cosa quaggiù guasta, e corrompe:
o della poca attenzione di chi lo fece fare, non avendo usate le necessarie cautele, perchè si conservasse: o della trascuratezza di chi di mano in mano lo ha posseduto, in custodirlo lo che certamente è deplorabile, ma lo è sempre meno in questa forma, di quello sia, di doverci querelare inoltre dell’ ignoranza di chi v’ ha fatto por mano, del coraggio biasimevole di chi ve l’ ha posta, e della disavventura di averlo volontariamente sempre più mal ridotto all’ occhio intelligente, in veggendolo discordato, e guastato.
Nel primo caso si gode almeno quel poco, che vi è, tale quale dalla maestra sua mano è stato dipinto; laddove nel secondo caso, fra le ingiurie del tempo, che deploriamo, non abbiamo il contento di vedere intatti gli venerabili avanzi dell’ antichità, e dell’eccellenza, che anzi abbiamo tutto il motivo di prendercela giustamente contro chi ha ardito di non rispettare si venerate reliquie.
Il fin quì detto dovrà intendersi si que’ notabili ritocchi, con cui si tratti di aggiungere teste piedi, o cose confsimili, poichè trattandosi di piccoli ritocchi o ne’ campi, o ne’ panni, o in altre cose di simil sorta, non si deve procedere con tanto rigore.
Se vi fosse a nostri dì, chi studiando di proposito le magistrali maniere de’ nostri antichi valorosi uomini, e procurando d’imitarle, si azzardasse a seconda delle maniere, cui più si approssimasse, di ritoccarle, pur pure si potrebbe soffrirlo, benchè in questo caso ancora sarebbe cosa degna di biasimo, ma nel vedersi, che tutt’ altre maniere si studiano, non la forte del chiaroscuro, ma la debole del deli cato, e tenero: non la grandiosità del contorno, ma la delicatezza, ed il minuto de’ dintorni: non la prontezza del pennello, ma lo stento, ed il finimento; anzi nell’ udirsi con racapriccio tutto di criticare da’ medesimi professori, con somma, ed inaudita baldanza, per stravagante l’arditezza del contorno de’ Bonarroti, e de’ Tibaldi: la macchia della prima maniera de’ Barbieri, e Caravaggi: il forte del colorito del Caracci; e da tali esempli guardarsi, non solo come da tanti vizj nella professione, ma insinuarne l’allontanamento ne’ giovani discepoli, io per me non potrò giammai accordarmi col Bellori in dire, che sia superstizione di alcuni, che consentono piuttosto alla caduta totale d’una pittura egregia, che a mettervi un puntino di mano altrui, benchè perito, ed eccellente. O qui sta il punto; il trovare un tal pennello eccellente; e poi può essere perito, ed eccellente un pittore nella sua maniera, e ciò non ostante non esser capace di ritoccare una pittura di maniera differente dalla sua; e poi, torno a dire, la questione non è sopra un puntino. Ed è certo un inganno comune a credere, che non si possa far altro, che attendere a conservare alla meglio, che fi può, gli avanzi del tempo, e le venerate reliquie di così mirabili lavori.
Dunque direi io, se sono, come egli dice, e come è innegabile, venerate reliquie, debban rispettarsi, nè aver l’ardimento di mettervi mano; se sono, come non v’ ha dubbio, mirabili lavori, non si devono per niun conto toccare, poichè non v’è chi nè meno per poco si accosfti, non che possa uguagliarsi a sì belle maniere.
Questa, e non altra è la conseguenza, che si dovrebbe cavare, ed il pensiero, ed il riparo, che dobbiam prenderci per la conservazione di loro, non quello di ritoccarle, e di guastarle, questo non essendo un conservarle, ma bensì un distruggerle viepiù, un anientarle.
Altri pensieri, ed altri ripari fa d’uopo porre in opera per salvare queste mirabili operazioni, e queste venerate reliquie. Ripararle cioè dalle ingiurie de’ tempi (quando si possa) o dall’ intemperie delle stagioni. Impedire, che l’umidità non trapeli ne’ muri, e nelle volte. Guardarle (se si può) da’ geli nell’ inverno, dagli eccessivi calori nell’ estate dalle nebbie, dalle piogge, dal fuoco, dal fumo, e da consimili cose: fare insomma da prudenti custodi di sì preziosi monumenti, ciò che da’ nostri antichi non fu nè pensato, nè eseguito, o per disavvedutezza, o perchè a que’ tempi non erano le opere suddette in tanto credito, e con ciò acquistarsi da’ posteri, non che da’ viventi, dagli eruditi, e dagli Scrittori eterna lode, e quella lode appunto, che si merita una tale vigilantissima cura per cose, le quali servono di monumento eterno del valore di sì grandi artefici, di ammaestramento a chi brama di giungere all’acquisto della perfezione dell’arte, di onore alle famiglie, di gloria e lustro alle città.
Ogni altro riparo sarà vano, sarà ridicolo, sarà biasimevole, imperciocchè o il danno cagionato a tali operazioni provviene dall’ estrinseco, cioè dal tempo, dalla situazione &c. e queste col solo ritoccarle non si difendono: o proviene dall’ intrinseco, cioè da’ muri, dalla calce &c. e col solo ritoccarle non si riparano, dovendo provvedere alla cagione del disordine, chi brama del disordine impedire l’avanzamento: altrimenti è per l’una, e per l’al tra cagione, e l’antico, e il moderno se n’ andranno insieme alla malora.
Ma se il male non fosse provenuto, nè provenisse dall’ intrinseco, ma solo dall’ estrinseco, e che più non potesse provenire? v. g. se si trattasse d’ un dipinto a fresco, annerito dal fumo per cagione del fuoco, che vi fosse stato fatto, nè più fosse per farvisi, non si potrà egli ripulire, e così rinnova lo, e rifar que’ pezzi, che fossero caduti, e screpolati?
No, signore, che non si potrà, poichè primieramente trattandosi di ripulirlo dal fumo, è necessario servirsi di un corrosivo per levare quel bituminoso, che lascia il fumo attaccato al dipinto, e dovendosi servire di un corrosivo, non solo si leverà il bituminoso, ma insieme le ultime pennellate, gli ultimi finimenti, le velature, e quel le tinte, di cui si servivano i grandi uomini per sporcare il tutto insieme, onde l’ innanzi dall’ indietro si distinguesse.
In secondo luogo, ciò seguendo, si viene a snervare, per dir così, il dipinto di tutto il suo più forte, che è quell’ unione universale del tutt’ insieme, che dagli ultimi finimenti specialmente procede.
Finalmente questi tali ritocchi, unioni, velature &c. non si possono fare, nè dare in un dipinto a fresco, se non asciutto che sia, e però con la sola colla, o gomma &c. onde quand’ anche nel ripulirlo non ci servissimo, che dell’ acqua pura, questa sola qualche volta basterebbe per seco portarsi via tutta l’unione, tutto il ritocco &c. ed eccoti il dipinto rimaso crudo, discordante, imperfetto.
Sembrerà (io nol niego) sembrerà, a chi non intende, notabilmente riparato un antico dipinto a fresco, per rivedere ciò ch’ era scortecciato, e caduto: per rimirar teste, piedi, mani, figure &c. dove mancavano: per veder ripulito, e chiaro ciò, ch’era affumicato, ed oscuro: infomma per vedere compito, e come novellamente dipinto ciò, che compariva imperfetto, e quasi alla vista cancellato, ed occulto; agli occhj di chi intende no, che non comparirà riparato, poichè quella discordanza veggendo, o quella diformità, che allo sguardo intelligente solo apparisce, troppo deplorerà l’ intendente un tale ritocco, amando piuttosto di vedere un antico dipinto dal tempo consunto, e corroso, poichè almeno quel poco, che vede, vergine il vede, ed illibato, che da mano oltre il dovere corraggiosa (per non dire di più) ritoccato, e compito, discordante veggendolo, crudo, e difformato.
Chi volesse ad una medaglia antica, la cui rarità, e segno di antichità fosse o la mancanza di qualche parte di essa, o la patina, chi volesse, dico, o ripulirla, o farle aggiungere quel pezzo, che vi mancasse, non sarebbe egli da tutti gli antiquarj, ed intendenti condannato? Chi si prendesse la briga di fare accomodare un antico carattere in una memoria, o lapide, non si renderebbe egli ridicolo? E così vadasi di tant’ altre cose nella stessa guisa ragionando, la purezza delle quali naturale, e l’ essere loro proprio molto contribuisse di pregio, e di valore. Or io dimando: e perchè non dee dirsi lo stesso delle operazioni famose dipinte a fresco? Son elleno forse d’ inferior condizione delle medaglie, de’ caratteri, e di altre consimili cose? E se il nome si merita dagli intendenti d’ ignorante, chi ardisse di ripulire una medaglia patinata, o di accomadare un carattere antico alla moderna, e così d’ altre cose vadasi discorrendo; non si dovrà meritare un simil titolo, e molto di peggio, chi avrà l’ ardimento di por mano in un’ operazione antica di un eccellente maestro? Più; e non abbiamo noi, a’ giorni addietro, udito criticare pubblicamente, e sollennemente udito titolare un poeta moderno, per avere in un drama del celebre Metastasio cambiate alcune arie, e fattole recitare in uno di questi nostri teatri? E pure non può dirsi in tal caso, che l’ originale si sia guastato, e mutato, ma solament una sua copia; essendo ciò non ostante vergine rimaso, ed intatto l’ originale, quale uscì dall’ autore, che lo compose; nulladimeno quante ciarle non si udirono? Quanti contrasti non vi furono ? Quante critiche non si guadagnò chi ebbe un tanto coraggio? E ciò non per altro, se non per aver avuto appunto il coraggio di por mano in un’ opera di un celebre autore, e in quella parte, in cui fino ad ora non ha avuto uguale; pretendendo, se non di megliorare, di potere per lo meno competere con l’ autore, che le compose. Or quanta forza (se si ama la verità) non prende l’ argomento, se alla disparità si rifletta, che v’ è fra un drama stampato, e un celebre dipinto?
Ma perchè s’ ha egli da negare (egli è il Bellori, che così parla a cart. 201.) ma perchè s’ ha egli da negare di fare alla pittura quella cortesia, che s’ usa verso la scultura, la quale vede frequentemente ristorate le sue statue col rifacimento delle gambe, e delle braccia, e talvolta della testa per sostenere il massiccio, ed il resto della figura? perchè? Ci sta pur bene quì la sentenza di colui, dalle bussole all’ oche è gran divario.
E chi non vede, che trattandosi d’ aggiungere gambe, braccia, teste, mani, e simili &c. le quali manchino ad una statua, trattasi d’ un’ aggiunta, che per niente tocca l’antico, cui si aggiunge, per niente il difforma, e può ad ogni ora levarsi a piacimento senza lesione del vecchio. Chi non vede, quanto sia più facile l’ imitarsi da uno scultore la maniera del contorno di una statua, non dovendosi da esso imitare, che una sol cosa, di quello, che sia ad un pittore, il dover imitare una maniera d’ un altro, trattandosi di molte cose insieme, che richiede una tale imitazione? Chi non vede, che l’ aggiunta del pittore, o sia ritocco, non può farsi senza metter le mani nel vecchio dipinto, se voglia unirsi al vecchio, il dipinto nuovo? Senza parlare del cambiamento suddetto, cui è soggetto il dipinto e non la statua; e dato anche, che il marmo prenda la sua patina, punto non disdice, o scomparisce all’ occhio, essendo un marmo istesso non un di un solo colore, ma variato, e diversamente patinato: oltre la facilità, che vi è di patinare egualmente tutta una statua, o pure di rendere l’aggiunta patinata, qual’è il rimanente. Dunque la cosa è differente; nè perchè si può facilmente ristorare le statue, potrassi con la medesima agevolezza ristorare il dipinto.
Se poi un dipinto a fresco si vede in qualche parte scrostato, inscurito, perduto, che per questo? Forse contuttociò nol gode l’ intelligente? nol gusta? non l’ ammira ? nol loda? Certo, che sì, e noi tutto giorno il veggiamo nel concorso de’ dotti forestieri, che non si fanno staccare dal celebre claustro di s. Michele in Bosco, benchè in gran parte scortecciato, perduto, dilacerato; e nel partirsene, sentonsi ad una voce ripetere più volte: Che peccato! Che peccato! Ma se fosse stato ritoccato, si vedrebbe egli un tal concorso? No per certo; e nel partirsene, non sarebbero elleno queste le loro esclamazioni? Che temerità! Che ardire! Che ignoranza!
Qual’è quel professore, quale quell’ intendente, che in passando sotto il portico del palazzo Leoni, non si fermi estatico a contemplare la bellissima Raffaellesca Natività sul muro dipinta dal rinomatissimo Niccolò dell’Abate, benchè sia ancor essa in molta parte screpolata, mancante, diffatta? E nell’ uno, e nell’ altro, e in tant’ altri luoghi, ove s’ ammirano opere egregie, benchè dal tempo malmenate, e quasi perdute, e che io quì non annovero:
Se lo sapete voi, così com’ io:
fermerebbonsi eglino i dotti, ed intelligenti uomini, se quantunque malridotte, non cagionaffero ammirazione, piacere, instruzione? Se dunque non ostante il danno sofferto, opere cotanto egregie riscuotono il comune applauso, e gradimento, perchè s’ han’ elleno a ritoccare, e ristorare, dove sono mancanti? Perchè?
Per conservarle, direbbe il Bellori. Ma se col ritoccarle, e ristorarle non si conservano, per le ragioni sopra adotte? Se si guastano, si discordano, si difformano?
Per renderle all’ occhio compite, e non così difformi. Ma se l’occhio intelligente le brama piuttosto così; così maggiormente le gusta, e le applaude, laddove ritoccate, e ristorate, le critica, le guarda con doppio dispiacere, se ne addolora?
Ma dicono costoro egli è il sopraccitato autore de’ Dialoghi alla pag. 240.) è meglio aver una pittura racconcia in buono stato, che senza questi ritocchi mezzo perduta… Non è vero; e porta il sentimento di Gaspero Celio, allegando i passi, come siegue:
Le pitture collaterali attorno la cappella di s. Giacomo, a fresco, di Pellegrino da Modona &c. furono guaste col pretesto di rinnovarle, il che è errore grandissimo.
Uno stanzino dipinto da Raffaello, e da Giulio Romano nel casino del duca Lanti sul Gianicolo era stato ritocco, che vuol dire guasto. Le vecchie pitture della cappella Sistina col volerle rinfrescare non sono più quelle.
Nella chiesa di s. Onofrio di Roma le pitture di Baldassare da Siena sono state guaste con pretesto di rinfrescarle, cosa perniciosissima… il tante volte citato Vasari l’ avea detto molti anni prima, che noi nascessimo… Nel vero sarebbe meglio tenersi alcuna volta le cose fatte da uomini eccellenti piuttosto mezzo guaste, che farle ritoccare a chi sa meno. Anzi quel portento (perdonate sig. Conte riveritissimo se mi allungo nel riportare questi passi, mentre sono scritti troppo bene dall’ autore suddetto de’ Dialoghi, e sono troppo al proposito nostro) Anzi quel portento dell’ arte nostra, io dico lo stesso Guido Reni, pare, che non consentisse, che fossero ritoccate nè anco da chi ne sapeva più perchè dava nelle furie (son parole del Baldinucci quando sentiva, che alcun pittore avesse ardito di toccar pitture d’ antichi maestri, tutto che lacere, e guaste, cosa, ch’ egli non volle mai fare. E l’ istessa cosa racconta del Passignano, il quale ebbe in tanta venerazione gli antichi maestri, che non volle mai (son parole del Baldinucci) porre la sua mano sopra d’ alcuna loro fattura, nè potea sopportare, che altri il facesse.
Or’ io per me ripeterò, che non consiglierei mai alcuno a far porre la mani in opere tali, e molto meno avrei l’ ardimento di porvele io. Bensì se potessi:
… con queste, e con miglior ragioni,
Con parlar espedito, e chiara voce,
farmi udire da tutti quelli, che posseggono qualche opera d’ insigne maestro sul muro dipinta, vorrei scongiurarli per quanto di più caro abbiano al Mondo, ad avere di quella cu ra, attenzione, e diligenza per conservarla alla meglio che si possa, per comune gloria, e vantaggio, ma non mai da veruno farvi porre la mano.
Che se la mano vi si voglio porre, vi si ponga, ma in quella maniera, che ve l’ hanno fatta porre i nobili, non meno che virtuosi, antichi patrizj nostri delle conspicue famiglie Graffi, Magnani, e di altre, vale a dire (quando si possa, e sia la mole adatta ) si facciano tagliare i muri dipinti, e si trasportino per ornamento nobilissimo dalle gallerie, e degli appartamenti, salvandoli così dall’ ingiurie della polvere, dell’ umido, del fuoco, e d’altri pericoli.
Avrei nel novero di questi, riposti ancora i preti nostri dell’ Oratorio, i quali fecero trasportare il pezzo di muro di pinto a fresco dal celebratissimo Lodovico Caracci, di sotto al portico, dov’ era, nel loro Oratorio nuovo, sopra l’ interna porta collocandolo, come da par suo nè scrisse prima di me il Zannotti nel libro delle pitture di Bologna nel 1732. nella quale occasione, disse alla pag. 15. Esemplo raro, in questi tempi, intesi alla distruzione delle cose più belle. Ma l’ avere i preti suddetti fattovi aggiungere da Donato Creti due soldati in lontananza, si sono in gran parte diminuita la gloria, avendovi fatta un’ aggiunta non necessaria, anzi pregiudicevole ad una circostanza autentica della originalità del medesimo dipinto, avendolo riquadrato, levando il semicircolo, che dinotava l’ arco del portico, sotto cui stava dipinto.
Se non che sono pur pochi, caro, e riverito signor Conte, sono pur pochi cotali esempli, e sono sì rari:
Che su le dite annoverar si ponno;
in confronto di que’ moltissimi, che si potrebbono riferire in riprova della Zannottesca proposizione, cioè, d’ esser noi al presente ne’ tempi intesi alla distruzione delle cose più belle. E Dio volesse, che additar potessimo, e ricordarci l’ un l’ al tro gli esempli di chi, per lo meno, a salvare qualche opra insigne o per l’antichità, o per l’ eccellenza, contentato si fosse di farla ritoccare, e non fossimo anzi costretti a compiangere tante raguardevoli operazioni, e per la veneranda antichità, e per la celebrata rinomanza degne di laude, di venerazione, di stima, affatto cancellate, e distrutte; poichè nel primo caso i venerati avanzi pure sussisterebbero di sì preziosi monumenti, laddove nel nostro caso nè pur ci rimane un sì mirabil conforto.
In fatti avrete osservato, sig. Conte stimatissimo, in questo vostro felice ritorno in Italia, ed in questo vostro graditissimo per noi, sebben breve soggiorno in Bologna, che nulla più apparisce di quella celebre operazione nella cappella prima della B. Vergine della Pace in s. Petronio, la quale, se per l’ una parte era un monumento ragguardevole della dotta gara avutasi tra Bartolommeo Bagnacavallo, Girolamo da Codignola, Innocenzo da Imola, ed altri, era per l’ altra parte una prova incontrastabile dello sbaglio preso dal Vasari, allorchè disse, che fu messo (il Bagnacavallo) a fare un lavoro nella chiesa della Pace di Roma nella cappella prima a man destra, entrando in chiesa, che è appuuto la suddetta quì in Bologna, e non già in Roma: ed avrete con dispiacere osservato, che non ci rimane di ciò, se non quello, che ne scrisse il Zannotti nelle sue pitture di Bologna la prima volta nel 1686., e la seconda volta nel 1716. è ciò che ne lasciarono così diffusamente scritto gli autori, da che, com’ egli disse nella terza sua ristampa nel 1732. hanno potuto gl’ imbiancatori coprirlo di calce: argomento eterno, ed infallibile agl’ intendenti, e scientifici, dell’ ignoranza, e sciocchezza di chi ordinolla, e della miseria de’ tempi nostri, intesi alla distruzione delle cose più belle.
Voi, che tutto il dì avidamente girate per queste nostre chiese, a fine di dar pascolo virtuoso alla vostra intelligenza, ditemi per vostra fe, avete voi più trovate le quattro famose Sibille a fresco ne’ quattro spartimenti della volta, che si ammiravano nella cappella dell’ antichissimo Crocifisso, nella chiesa dell’ insigne collegiata di s. Maria Maggiore (tanto osservate, anzi studiate dagli affaticatissimi Caracci) del terribile Tibaldi, come il Zannotti ci descrive alla pag. 61.
Vedeste voi più nulla nella chiesa di s. Domenico, nella cappella Lambertini, de’ bellissimi dipinti a fresco da Lodovico con una verità, ed un’ espressione così grande, un maneggio così risoluto, e maestoso, che niun mai giunse a quel segno coma nota il Zannotti, e dove la Carità dipinta sulla volta servi per esemplare di sua vaga, e dotta maniera al Domenichino, e de’ quali, se il fu Rmo. P. Andujar già Inquisitore non si fosse presa la diligentissima cura di raccoglierne i frammenti, e collocarli in una stanza del s. Offizio, già nel rottame sarebbonsi iti dispersi? Nulla.
Nulla del s. Cristofano di Jacopo Avanzi in s. Petronio. Nulla della bellissima gloria d’Angeli dipinti a fresco dal Gessi, sul gusto di Guido suo maestro, nell’ apice del bel portico della chiesa di s. Maria del Baracano.
Qui nella chiesa di s. Maria della Morte avrete veduti cancellati i nobili dipinti de’ Garbieri, de’ Batistelli, de’ Massari, degli Alboresi, de’ Cremonini, de’ Procaccini, de’ Fiorini, de’ Buglioni. Là, nella chiesa di s. Maria di Mezza Ratta cancellate le tanto rinomate pitture di Cristofano da Modona, di Galasso Ferrarese, e de’ nostri Jacopo, e Simone, che fiorirono circa l’ anno 1370. e tanto citate dal Vasari, dal Malvasia, dal Zannotti, e da tant’ altri autori e nostri, e stranieri.
Ah! che pur troppo si è creduto dagl’ ignoranti moderni cosa più propria il far sottentrare il pennello d’un imbiancatore a quello di tanti bravi professori; e però chi di tali preziose memorie brama contezza, converrà, che si appaghi della sola lettura di que’ libri, che le descrissero, e ci avvisano, ch’ esse una volta vi furono.
Ma non si finirebbe giammai, se a una ad una riferire, e numerar si volessero le superbe operazioni antiche da nostri ignoranti moderni annichilate, e distrutte, e sarebbe un rinnovarsi l’ un l’ altro il dolore, se le tante preziose memorie riandare volessimo, per la sola ignoranza dove distrutte, di calce ricoprendole, dove atterrate, per rendere all’ uso moderno, o per rendere uniformi nel bianco, qui le cappelle, là gli appartamenti, per ogni dove le finestre, e le muraglie, senza nè pure prendersi la pena di salvare una mezza figura, o pure una testa sola, quando con tanta facilità salvar potevansi, e cammini intieri, e fregi di stanze, e quadri de’ Colonna, degli Abati, de’ Massari, de’ Gessi, de’ Bagnacavalli, de’ Cesi, e di tant’ altri, che troppo lungo sarebbe il nominarli tutti, de’ quali con orrore si sono vedute andar confuse co’ rottami, ei calcinacci, le belle mani, le graziose figure, le numerose istorie.
Io per me vi confesso, che per l’una parte sì fatte cose non posso:
Nè veder, nè pensar senza cordoglio,
per la perdita dolorosa di sì ammirabili operazioni dell’ arte, e per la sorte lagrimevole, cui sono soggette a’ tempi nostri dopo d’ essere costate tanti sudori a’ loro celebri autori: e per l’altra parte mi sento fortemente stimolato a render pubblici, e noti i cognomi di tutti coloro, che hanno avuto il coraggio di distruggerle, e di annichilarle con tanto danno della repubblica, con tanto disonore della nobilissima professione, con tanto pregiudizio de’ professori, e con tanto svantaggio d’ uomini così illustri:
Talchè sempre ricordo ne rimanga:
e per far nota vie più la loro ignoranza, e sciocchezza, pubblicare ancora i motivi di tali vergognose distruzioni, per lo più accadute o per accompagnare l’ imbiancamento delle chiese, e delle camere, o per fabbriche le più ridicole, e le più sciagurate del Mondo.
Forse così facendo, apprenderebbon gli altri d’andar molto cauti nella distruzione di sì rari, e stimabili monumenti, e la stima, che far di loro se ne debba da chiunque abbia un po’ di lume, di senno, e di stima per la virtù.
Ma d’ un parlar nell’ altro, ove son’ io?
So, che il mio parlare è un gridare al vento, ma sarà però uno sfogo gradito da chiunque, essendo vero estimatote della virtù, meco rifletta a’ gravi pregiudizj, che quindi derivanoI, onde
Per fama almeno il mio buon cuor si scopra:
e que’ pregiabili Eroi, le cui memorie si miseramente perirono, se lo avranno forse per gradito, e forse alcun di quei, che ne furono i distruttori, sarà per pentirsene, o per lo meno per vergognarsene, sicuri che di questa lore bell’ opra:
Non mi posse tener la bocca chiusa,
Di non la motteggiar con beffe, e risa. Ma
A quel ch’ ho detto aggiunger più parola
ora non voglio: finisco dunque la presente, veneratissimo sig. Conte mio, e mi riserbo a dirvi nell’ altra il senti mento mio debolissimo sopra il ritoccare il dipinto a olio.
Luigi Canon. Crespi.1
1 E’ vero l’uno, e l’altro.
pp. 285–301
CXCII.
Al suddetto signor Conte Algarotti.
Spiegato nell’ altra mia il debole mio sentimento sopra il ritoccare in generale l’opere insigni degli egregj maestri in pittura dipinte a fresco, eccomi a mantenerle la parola, ed a porle sotto l’occhio altresì il mio parere sopra il ritoccare in generale le illustri opere de’ nostri antichi, dipinte a olio. Tanto le promisi nella mia passata lettera, e tanto adempio, sottoponendolo al suo dotto, e savio discernimento.
Vuole però il metodo della materia, di cui si deve parlare, che si consideri un quadro antico da ristorare in tre classi, cioè,
1. O fra i quadri crepati, scortecciati, e scrostati:
2. O fra i quadri oscurati, e perduti:
3. O fra i quadri finalmente, che sono meramente prosciugati.
Se si parla de’ quadri del primo ordine, cioè di quelli, che sono meramente crepati, scortecciati, e scrostati, egli è certo, che ciò non è provenuto nel quadro, di cui parliamo, se non o dal tempo, che ha rasciugato, e consumato l’umido dell’ olio, e l’ontuoso de’ colori: o dal caldo, che ha riseccato estremamente il dipinto, e però renduto arido, e crepato: o finalmente dall’ umido, che dalla tela ha staccato a luogo a luogo l’imprimitura, o mestica, col dipinto.
Se il male è provenuto dalla prima cagione, cioè dal tempo, onde tutto l’oleoso sia consunto, non v’ ha dubbio, che tutto il crepato non potrà riattaccarsi alla tela, anche che provenuto sia dalla seconda, e terza causa, se non coll’ apprestargli nel rovescio del quadro il soccorso d’un umido oleoso, il quale penetrando per la tela nella mestica, riattacchi, e riunisca alla tela, mediante una proporzionata oppressione, e peso unito, tutto lo staccato, e disunito dalla tela, cui era prima attaccato; poi per mezzo di un calore proporzionato di fuoco, applicato con ferro da inamidare, parte nell’ opposto, o sia per di dietro della tela egualmente, e parte nel d’avanti, con carta frapposta, e bene untata, far maggiormente attaccare l’imprimitura alla tela, cui è separata, avvertendo, allorchè si sopprime col ferro caldo sopra il dipinto, di star bene in guardia, affinchè il dipinto non subbollisca, ed increspi, e successivamente, giusta poi l’esperienza, e l’arte, lasciare il quadro sotto grave peso unito sopra di un marmo pulito, o altro piano di qualunque sorta, purchè spianato, onde tutto resti egualmente in tutte le sue parti unitamente riattaccato.
Questo è tutto quello, che si può fare ad un quadro antico, crepato, e sollevato dalla tela, per impedirne la totale caduta, o ne sia stato la cagione il tempo, o il caldo, o l’umido, uniche cause di tali sregolamenti, sobbolliture, e scrostature.
Ora parlando di questa sì fatta riparazione nella forma sopraddetta, senza null’ altro farvi di più, io convengo, che si possa, e si debba ancora fare, nulla veggendovi d’improprio, di dannoso, di disdicevole; essendo convenientissimo, che si procuri il più innocente riparo, che si possa di tali opere ridotte alla malora; ma avverta, che ho detto senza null’ altro farvi di più, poichè se inoltre si pretendesse di dare ad un tal quadro nella parte opposta, attaccato che siasi come sopra, una materia oleosa, e composta, volgarmente chiamata beverone per mantenere (dicono gli sciocchi) umido il quadro, con di più una vernice sopra il dipinto oleosa per la stessa ragione; sappiasi, che non si otterrà se non per pochi mesi l’effetto.
Dissi per pochi mesi, poichè se si tratti della materia data, come sopra, nel di dietro del quadro, ella è osservazione fatta su mille esempli, che tal beverone ingiallisce tutte le carni, carica tutte le mezze tinte, annerisce tutti gli scuri, insudicia i bianchi, rode (per dir così) tutta la vivezza, e il lucido, e rende in poco tempo il quadro differente da quello, ch’egli era in avanti: con questo di più, che va mangiando, e consumando le tinte a poco a poco, sicchè in breve tempo tutto il dipinto s’infurisce, e si perde affatto, onde quello, ch’era sano, e buono, e che si sarebbe per lungo tempo conservato, tale caricato diviene oscuro, e consunto.
Se poi parliamo della vernice oleosa, che si dia sopra al dipinto, anche questa ingiallisce, carica, muta, e col tempo annerisce: non essendomi, con tutte l’esperienze fatte con non piccola spesa, potuto riuscire finora di ritrovare una vernice oleosa, che in tratto di tempo non ingiallisca, non si oscuri1, non si muti.
1 Si osservi attentamente la tanto celebre tavola di Giulio Romano, che era nella sagrestia della chiesa di s. Maria dell’Anima, posta adesso, dopo d’essere stata aggiustata così, all’ altar maggiore di detta chiesa.
V’è di più: che tal beverone dato dalla parte opposta, in breve tempo passa fra le commessure delle screpolature nel dinanzi (le quali screpolature non possono mai unirsi tanto nè col fuoco, nè col peso, sicchè elleno non vi siano) onde compariscono sopra il dipinto tutte le medesime screpolature ingiallite, e i segni delle medesime più cariche del rimanente dipinto, che discordando perciò col restante, fanno una pessima vista; massime se sopra le carni appariscono; e molti di tali esempli potrei nominatamente produrre, che per molti riflessi non produco, adducendone un solo nel celebre quadro, rappresentante Giuseppe Ebreo, del rinomatissimo cav. Carlo Cignani, posseduto già dal Pallavicini in Roma, ed in oggi de’ signori Arnaldi in Firenze, il quale è tutto ito alla malora, a cagione di tal maladetto beverone, e sul bel nudo della moglie di Putifarre compariscono tutti i segni delle screpolature, come ho detto di sopra.
V’ è anche di più; vale a dire, che il peso di tal beverone, rasciugandosi, fa, che il davanti della tela faccia borsa, onde oltre il far brutto vedere, le siede sopra più comodamente la polvere, e tali borse sono le prime col tempo a crepare, e staccarsi.
A salvare dunque tali opere io non avrei alcuna difficoltà di prestar loro il puro bisognevole soccorso di quel tanto di umido oleoso nel dietro de’ quadri, che potesse servire unicamente all’ attaccamento della mestica crepata, e scrostata coll’ ajuto del calore, e del peso, come dissi di sopra; ma nulla più; e mai olio cotto, poichè qualunque cosa di più loro si faccia, ho veduto per esperienza riuscir nocevole, e pernicioso.
Veniamo adesso a quei quadri, che sono scuriti, o perduti, e però della seconda classe, i quali da molti si pretendono, ritoccandogli, di ravvivare.
Di questi, io dico, che la cagione di tale oscuramento, e perdimento o ne è stata, e ne è tuttavia la qualità della mestica data sopra le tele, o la pessima qualità de’ colori, con cui sono dipinti, o ne è stata la maniera medesima, con la quale sono stati da’ medesimi loro autori dipinti; e sì nell’ uno, come nell’ altro caso, è impossibile di ravvivarli innocentemente, ma bisognerà ricoprirli, e farli di nuovo. Imperciocchè o proviene l’effetto pessimo dalla maligna qualità della mestica, come in molti quadri è succeduto, e tuttora succede; ed in tal caso non potendosi levar la causa, non si potrà mai rimediare al disordine. E qual rimedio per vero dire? Se nella nostra supposizione l’imprimitura fatta, o con terra d’ombra, o con olio, ove siasi bollito il verde rame, acciocchè presto rasciughi, o con altra materia corrosiva, sempre va annerendo le tinte, rodendo il colore, e tutto quanto il dipinto logorando? Come ravvivare un corpo già morto? Come far rinascere ciò, che non v’è più?
O ne è stata la maniera medesima praticata da’ loro autori nel dipingerli; ed in questo caso ancora dico, essere impossibile di ravvivarli innocentemente; e qui bisogna spiegare più chiaramente la cosa.
Diverse sono le maniere praticate nel dipingere da’ valent’uomini. Quella, di cui parliamo, e che diciamo potere aver cagionato l’oscuramento, o perdimento del nostro quadro, è quella, che da’ grand’ uomini, veloci nel dipingere, feraci nell’ ideare, e di un Mercurio vivissimo, si pratica: cioè, di abbozzare, e finire quasi alla prima; poichè lavorando d’impasto con una gran franchezza di pennello, gli vengono fatte maestrevolmente alla prima, coll’ estro, che gli conduce, le cose a segno, che poco più vi rimane a compirle; onde pel loro total compimento altro non vi ci vuole, che o qualche pennellata di lume, o qualche scuro, o qualche velatura, e niente più; e questi tali velocissimi, e pronti nel dipingere, i campi particolarmente, le arie, le mezze tinte, e l’ombre, per lo più non le fanno di corpo, ma cuoprono appena la tela col colore piuttosto liquido, il quale è per non avere in se corpo sussistente, e per essere più capace perciò di mutazione, di oscuramento, e di perdimento, massime se sopra fondo maligno è disteso, e se di rea qualità sia lo stesso colore; in brevissimo tempo si perde. E tanto è vero ciò, che io dico, che sempre si vedranno in tali quadri le carni maggiormente d’ogni altra cosa salvate, perchè dipinte con maggior corpo: e in molti luoghi vedrassi trasparire sotto i colori il color medesimo della imprimitura; essendo cosa indubitata, che alla durevolezza, e mantenimento del dipinto contribuisce principalmente il corpo del colore, e tanto più farà durevole, quanto quello sarà con arte debita replicato.
Ora in somiglievole caso parimente, e come ravvivare ciò, che non v’è? Converrà dipingere ciò, che non vi è più: rifare tutto quello, che è perduto. Ma a chi dà l’animo di accompagnare, ciò che manca, con ciò che è rimasto? Di questo ne parlerò più a basso.
Può anche provenire tale oscurezza, e perdita dalla maniera, che molti hanno di colorire stentatamente, e superficialmente, cioè con poco colore sulle tele; la qual maniera di dipingere resta evidentemente esposta a’ danni della pessima qualità della mestica, e di tutte l’altre intrinseche, ed estrinseche cagioni, dalle quali tutte viene la perdita del colore istesso, e delle tinte; oltre di che lo stesso colore posto sulla tela stentatamente, pesto, e ripesto, si oscura più presto, s’appanna, si perde; nel qual caso pure resta in chiaro, che non si può ravvivare ciò, che non v’è, senza rifare di bel nuovo, ciò che vi era, e che più non appare.
Se si parla finalmente de’ quadri meramente prosciugati, questo prosciugamento altro non essendo, che una semplice appannatura del colore, e delle tinte, onde la vivezza non comparisce nè dell’ uno, nè dell’ altre; e lo innanzi, e lo indietro non ben si distingue, anzi l’uno con l’altro si confonde, e si perde: nè da altro procedendo, se non dal calore, e dal tempo, che asciugando l’umidità dell’ oleoso, appanna ciò, ch’era lucido, e tutto quasi rende velato, e smorto, null’ altro abbisognandovi, per rendere al dipinto la primiera vivezza, se non un poco d’oleoso, e spiritoso insieme, che il lucido delle tinte ricavi fuori; appunto come dall’ aggiungere olio alla lucerna vediamo, che la fiamma più viva, e chiara si rende, dove languida, e quasi spenta vedeasi; così altro non si richiede nel caso nostro, che una semplicissima vernice, leggermente data sul dipinto, al temperato calore del fuoco, o al raggio del Sole, dopo di avere prima disposto con l’arte il dipinto ad essere atto a ricevere l’ajuto, che è per dargli con la vernice; ed a questo unico, e semplice ravvivamento m’accorderei agevolmente in tal caso, il quale ancora approverei, per la seconda classe de’ quadri di sopra spiegata; ma non mi accorderei ad alcuna altra cosa ulteriore; e così
Primieramente non approverei giammai alcun beverone, che da molti imperiti si dà dietro ai quadri, e di cui ho parlato di sopra, aggiungendosi (oltre le tant’ altre ragioni addotte) da noi in tal caso al nostro quadro una nuova causa di perdimento, che non avea, cioè la pessima qualità, e maligna del medesimo beverone.
In secondo luogo non accorderei, che si facessero ripulire i quadri, e rinettarli da coloro, che pretendono con tali ripuliture renderli, quali erano da principio dipinti: ma perchè questa è una proposizione, che salterà agli occhj, come si suol dire, conviene spiegarla.
E’ dunque da sapersi, che gli uomini grandi di tal professione hanno sempre (chi più, chi meno, ma però tutti) hanno sempre procurato l’innanzi, e l’indietro de’ loro quadri, come una delle cose più necessarie per il rilievo delle figure. Ora un tale avanti, e un tale indietro, benchè ottenere si possa, e si possa fare nel tempo istesso, che si dipigne, col tenere dove più vive le tinte, e dove meno, secondo il bisogno; contuttociò non sempre in tutto, e per tutto si può ottenere, onde non sia poi necessario nel finirsi il quadro, a forza di velature, di mezze tinte, di ombreggiature l’andar mandando degradatamente indietro ciò che bisogna. Hanno inoltre sempre tali valenti professori procurato l’accordo, l’armonia, e l’unione del tutto insieme, il quale accordo, armonia, ed unione non si può fare che sul finirsi del quadro.
Perchè dunque e l’avanti, e l’indietro, l’accordo, l’armonia, e l’unione non consiste in corpo di colore, o sia in colori, e tinte di corpo, ma in sottilissime velature, ombreggiature semplicissime, ed appannamenti superficialissimi, e talvolta in semplici sporcature fatte col solo pennello sporchetto, come dall’ ispezione oculare diligentissima si riconosce; chi non vede, che ripulendo un quadro scuro, insudiciato, ingiallito, e cose simili, chi non vede, che tutto questo accordo, e tutta quest’arte usata, se ne va con la ripulitura alla malora? E perduta una tale unione, ed una simile degradazione, cosa vale più il quadro all’occhio intelligente? Nulla affatto: mancandogli due cose delle principali, e necessarie.
Comparisce un tal quadro ripulito, è vero, chiaro, e bello, che sembra uscire allora dalle mani del suo artefice, ed anzichè di molti anni, di pochi giorni lavorato, ma che? Vede l’occhio intelligente venire avanti, ciò che dovrebbe andare addietro. Vede quel chiaro eguale all’ altro, che non dovrebbe. Vede non pienamente sbattimentata quella parte, come converrebbe. Vede… ma che non vede? Dicano quel, che vogliono questi tali ripulitori, che potranno bensì a chi non intende, far ingollar frottole:
1 Come i fichi sampieri, que’ ben maturi,
o le lasagne, o qualche cosa sciocca;
1 Pulc. Morg. cant. 18.
ma non già a chi intende. Oltre di che certe ultime pennellate, certe finezze, certi finimenti, e tocchi, che superficialmente, e delicatamente si lasciano come cader dal pennello i grandi uomini, e che gli ultimi tocchi s’appellano, dove sono eglino più, ripuliti che siano tali quadri? dove?
Ma e non si potrebbe levare il sudiciume, il rancico, lo sporchetto a un quadro antico, ripulirlo, e renderlo tale quale egli era, senza punto levare alcuna delle suddette cose, e però senza pregiudizio del quadro? Si può, ma non si speri, con ciò che adoperano i ripulitori de’ quadri, nè si speri dalla qualità delle persone medesime, che fanno i ripulitori.
Io non voglio qui porre sotto l’occhio ciò, che da costoro si adopera; basta osservarne minutamente un solo di cotali quadri da costoro ripuliti, ed esaminarlo ben bene con l’odorato, ed attentamente con lo sguardo, e potrà comprendersi ciò che da loro si adopera, e giudicar si potrà, se con ciò che si adopera, il solo sudiciume si levi insieme con esso l’accordo, l’unione &c. e quella patina, che ai quadri nè sa, nè può dare il professore, ma che solo viene dal tempo, in questa parte maraviglioso; nè tampoco è mio impegno il riportare qui ciò, che adoperar si dovrebbe; passerò solamente a parlare delle persone, che fanno da ripulitori, dalla qualità delle quali comprendere bastevolmente si può, qual capitale di loro si possa fare.
In tutte le città, che io abbia o vedute, o avuta cognizione, io non ho mai nè veduto, nè saputo, che alcun maestro professore ripulisca i quadri: ho bensì e veduto, e sentito, che alcuni pittori di niun conto fanno un tal mestiere, non tornando il conto a chi è vero professore, il perdere il tempo in ripulire i quadri altrui, impiegar volendolo questi (e con ragione) nelle operazioni, che vengano loro commesse; laddove quelli non avendo da operare, ritrovano in tali ripulimenti il modo, onde vivere; ed io posso asserire con giuramento, essermi avvenuto di rimproverare amichevolmente una volta uno di questi tali pittorelli, che in un certo luogo di questo Mondo aveva rovinato un quadro stimabile, ed averne avuto questa risposta: Potessi io pure rovinare così tutti i quadri, che sono in questa città, che così me ne toccherebbe una gran parte da fare, e così guadagnerei qualche cosa. Alla quale risposta, confesso il vero, che restai appunto,
Come fa l’uom, che spaventato agghiaccia 1.
1 Dant. Purg. c. 9.
sebbene sarebbe ancora in qualche parte tollerabile, se questi tali ripulitori fossero almeno di professione pittori. Quello, che oltrepassa ogni sofferenza, e mi fa essere:
2 tutto di furore, e d’ira pieno
2 Ariost. c. 23. st. 91.
si è il vedere, ed il sentire, che oramai non v’è alcuna città, in cui non sianvi i suoi indoratori di cornici, i suoi mesticatori di tele, i suoi macinatori di colori, e cento altri, e cento di simil sorta, che non facciano i ripulitori de’ quadri.
Che più? oltre ai suddetti, che qui abbondano, evvi
3 (Io ve lo vo dire, e far di meraviglia:
Stringer le labbra, ed inargar le ciglia)
3 Ariost. c. 10.
evvi fra gli altri perfino un musico, di cui, pel suo grazioso cantare, simile appunto a quello di certi armonici animaletti, dir si potrebbe ciò, che il Dolce nelle sue Trasformazioni al capitolo XIII dice che:
… di garrire hanno vaghezza,
Nè cessan maledir sott’ acqua ascose,
Han roca voce; e giorno, e notte avvezza.
A farsi udir nelle paludi erbose.
o pur direbbe l’Ariosto 1, che:
… col nojoso metro,
Fra i densi rami del fronzuto stelo,
Le valli, e i monti assorda, e ’l mare, e ’l cielo;
1 Cant. 8. st. 20.
il qual bravo professore, s’è posto anch’egli a ripulire i quadri, e molti moltissimi n’ ha acconci per le feste.
Ora da questa razza di ripulitori, gente, tutta, di cui direbbe il Rosa:
Che non scerne il rosso dal pavonazzo,
che si può egli giammai aspettare? Niente per verità, che sia dottamente, prudentemente, esattamente fatto. E pure dalle accademie de’ pittori si tace, e si tollera con tanto pregiudizio della professione, e dell’ opere insigni de’ nostri antichi, quando esser vi dovrebbe la saggia provvisione, che alcuno non potesse por mano in quadri antichi, che non fosse pittore.
Ma se i bravi professori, se i pittori non lo voglion fare, non v’ ha dunque da essere alcuno, che il faccia? Sì, v’ ha da essere; ma non ha da essere in libertà di chiunque il vuole, di farlo: v’ ha da essere; ma deve essere almeno chi, se non è gran maestro, o pittore almeno, almeno altro non faccia, sicchè in questa parte sia sperimentato, e dotto: v’ ha da essere, ma lo sia, chi il vero metodo di ripulirli; e da ciascuna accademia in ogni dominio, dov’ ella sia eretta, sia a tale effetto, ed approvato, e destinato. Così dall’ accademia di Roma il solo Michelini dovrebbe approvarsi, e dall’ accademia di Bologna, il solo Giacomo Montanari.
Corre in ciò l’abuso medesimo, che corre nella stima o sia prezzo delle pitture. Ogni miserabile rigattiere tutto giorno stima quadri. Ma che diamine di abuso è egli questo? Uno, che non conosce il bianco dal nero, ha da saper dare il giusto valore, a un dipresso, d’una cosa così preziosa, e di cui non può darlo a gran fatica, se non chi ha una gran cognizione, ed una gran pratica?
Non potrà dunque dare il prezzo ad una drapperia, ad una gioja, insomma ad ogni genere di cose, se non uno di quei, ch’è di tale arte, e che a tal effetto destinato, nè potrà vendersi giuridicamente senza la stima fatta da esso, e poi potrà dare il prezzo ad un quadro, uno che non è di tale arte, che nè meno ne conosce i principj, e che per lo più non stima, se non le cornici? Esclamiamo pure col Lippi:
O Cielo, o Mondo, o Giove, o Creature,
Dite, s’udiste mai così gran torto!
Si crederà dunque pregiudicato, e danneggiato il pubblico, se io faccia il prezzo ad un genere, ch’ io voglia vendere, quando una tal stima non venga fatta dal legittimo, e giuridico estimatore; e non si crederà pregiudicato il pubblico, nella stima di cose così preziose, come sono i quadri, da gente, che non è della professione, che nulla intende, e che compra poi tali pitture alla stima da loro fatta, col ribasso di un tanto per cento? V’ è egli paragone fra il danno, che possa darsi al pubblico nella vendita, e compra di un drappo, di una tela, e che so io, a quello, che può darsi nella vendita, e compra di un quadro?
Quanti quadri sono stati comprati alla stima de’ rigattieri per pochi paoli sulle piazze, che per centinaja di scudi sono poi stati venduti, e ritrovansi nelle più superbe gallerie? Or qual danno non è egli stato questo per quelle povere famiglie, alle quali in un con le panche del letto, e le pentole di cucina, furono stimate da rigattieri tali pitture?
Ora io dico; se il danno è inesplicabile, che proviene al pubblico da tali stime, perchè non si proibisce con pene rigorose da’ Principi, il poterli stimar quadri da chiunque, e non si deputano da ogni accademia il più pratico, e il più bravo conoscitore, per tali stime?
L’ istesso istessissimo danno proviene al pubblico dalla ripulitura de’ quadri, fatta da gente, che non sia del mestiere, e dell’ arte. Con un beverone dato dietro ad un quadro, eccolo in pochi anni ito alla malora: con una ripulitura, che tutto mangia, e si porta via il finimento, l’ accordo, l’ innanzi, e l’ indietro, ecco ridotto un quadro, che valeva mille, al valor d’una doppia.
E a vista di tali danni, a vista di tali abusi, si deve tacere? Non si devono deplorare? taccia chi vuole:
Il ver convien pur dir, quand’ e’ bisogna,
troppo grande essendo il danno, che quindi alla professione, al pubblico, ed alla repubblica ne deriva.
Peggio poi, se oltre al ripulimento si tratti di porre il pennello in un quadro. Per terzo capo però io non approverei giammai, che alcuno ardisse di por mano a ritoccare un quadro; sì per rispetto ben dovuto a sì mirabili lavori, sì per non rovinarli affatto.
E quanto a questa seconda causa, cioè perchè i quadri non vengano col ritocco rovinati, devesi riflettere, che oltre l’arte soprasfina, con cui hanno i più gran maestri dipinti i loro quadri, e che di sopra ho già detta, ha il tempo ancor egli dipinto (siccome di passaggio il notai nell’ antecedente mia lettera) voglio dire, hanno i quadri antichi dipinti a olio una certa patina acquistata, che da’ pittori non è loro stata data, ma solamente in loro dall’ olio, e dal tempo provenuta. Ora questo non è un colore, che assolutamente si possa imitare. Ell’ è una patina universale, che tutti i colori in un tempo stesso comprendendo, ed alterando, rende un uguaglianza, un accordo, un rancico, che non può dirsi alcun colore, e che non può chiamarsi con altro nome, che quello di patina, la quale, si faccia ciò che si vuole, non si può imitare giammai, poichè con l’arte volendola imitare, o riesce troppo scura, o troppo debole, o troppo appannata &c. ma diamo ancora, che si venga ad imitare, che per questo? Il nuovo ritocco ancor egli per certo deve prendere la sua patina: sicchè se adesso il ritocco accompagna, fra non molto, più non accompagnerà, e coll’ andare del tempo sempre più discorderà; poichè sempre col crescer del tempo, crescerà altresì la patina del ritocco. Ciò essendo incontrastabile, avrassi mai l’intento, che si pretende, ritoccandolo, di accompagnare cioè col nuovo il vecchio dipinto? Signori no; signori no.
Si farà così (sento rispondermi) si ritoccherà a secco, e così il ritocco non sarà soggetto a patina; ed io rispondo, che quantunque il secco non sia soggetto a patina, e però lontano dal discordare, giammai il secco presente accompagnerà, mentre il secco non ha mai la vivezza, e la lucentezza dell’ olio.
Ma se poi sopra il ritocco a secco si desse una vernice lucida? Il secco con sopra la vernice lucida si tinge, ed oscura.
E noi il ritoccheremo co’ pastelli, sopra li quali poi si darà la vernice a olio; e così, che ne averrà? Ne averrà una specie d’incantesimo a chi non intende, e però chi non intende, dirà, bravo: pulito: accompagna d’ incanto. Ma chi intende? Chi intende noterà a luogo a luogo i ritocchi, che benchè fatti co’ pastelli, si distinguono benissimo; ne vedrà la discordanza; ne compiangerà la miseria: e poi i medesimi pastelli, perchè soprappostovi l’olio prendono il loro rancico, la loro patina, fanno le loro mutazioni, e si vedono i ritocchi, in fine, ad uno ad uno.
Nè mi si stia a dire, che vi sono eccellenti uomini, che in tali ritocchi sono impareggiabili, poichè risponderò con un fatto, che certamente esclude ogni opposizione, abbatte qualunque contrario argomento, e manifesta chiaramente la verità, che trattiamo.
Nel celebre chiostro di s. Michele in Bosco, fra le altre insigni pitture, vi è la famosa, e tanto rinomata di Guido, la quale vivente ancora il suo eccellente autore avea notabilmente patito, a segno che mosso il medesimo Guido e dalla compassione, e dalla gloria volle riparare i danni, che avea sofferto il suo maraviglioso dipinto, ch’è forse il più bel parto del suo divino pennello.
Or chi meglio di lui ritoccar lo potea? Niuno certamente. E pure? Si contano ad una ad una le sue pennellate, si conoscono da chi si sia ad uno ad uno i suoi ritocchi, e talmente si riconoscono, che resta problematico, se stato fosse meglio, che Guido l’avesse lasciata così com’era, o che Guido l’avesse ritocca. E pure (segue l’autore de’ Dialoghi) e pure qui non v’era da opporre niente nè a’ possessori di quella egregia dipintura, nè al pittore, che vi mise su le mani, sì perchè egli n’era l’ autore, e sì perchè era Guido. E ciò non per altro certamente, e non per quella ragione, che si è addotta, cioè, che quel ritocco, che presentemente accorda, siccome deve dal tempo, dall’ olio, e dall’ aria prendere la sua patina, e soggiacere a quell’ alterazione, e mutazione, cui soggiacque il dipinto finora: così deve necessariamente scordare, distinguersi, e fare un pessimo effetto; e pure non era scorso gran tempo, da che Guido l’avea dipinto; contuttociò sentasi ancora il Malvasia nel secondo tomo alla pag. 14. Ed è gran danno, che quest’ opera anch’essa vadasi perdendo, e che l’autore medesimo inavvertentemente gli affrettasse una cotal rovina (si noti quell’ autore medesimo e quel verbo affrettasse) dandogli molti anni dopo, per acconciarla, ove s’era guasta dal tempo, una vernice, che maggiormente inaridendo il residuo di quel vecchio colore, fu cagione, che cartocciandosi, e scrostandosi più velocemente, vada sempre più cadendo.
Finalmente per quello, che riguarda il rispetto, che si dee all’ opre de’ valent’uomini, sebben portai nell’ altra mia qualche passo, che rendea forte il mio argomento su questo particolare, pure piacemi di porne qui alcuni altri, che maggior forza daranno alla mia proposizione, e finiranno la presente lettera: Oltre poi il disprezzo (egli è l’autore de’ Dialoghi, che così parla alla pag. 243.) oltre poi al disprezzo, e la disistima, che mostra chi ritocca l’ opere altrui, di quel professore, che le fece da principio, parendo in un certo modo, ch’egli pubblicamente si dichiari di saperne più, il che è un atto di superbia, e di millanteria, che disdice a ogni galantuomo. Quindi è, che niuno si troverà mai, per quanto eccellente, e famoso artefice egli sia, che ardisca di por mano sulle fatture eziandio d’un infimo professore, perchè si stima, e giustamente una solenne ingiuria fatta a quel poveretto, che a ragione se ne potrebbe altamente lagnare, e chiederne soddisfazione. Ed in prova, che ciò sia il sentimento comune di tutti gli uomini, di tutti i secoli, e di tutte le nazioni porta un passo di s. Cipriano, non meno di quindici secoli fa….. ch’è di sommo peso, essendo d’uomo sì grande, e d’un santo Padre, vescovo e martire della primitiva Chiesa….. ch’è il seguente: Si quis pingendi artifex vultum alicujus, & speciem, & corporis qualitatem æmulo colore signasset, & signato jam, consummatoque lineamento sacro manus alius inferret, ut jam formata, jam picta quasi peritior reformaret, gravis prioris artificis injuria, & justa indignatio videntur. Rimettendo il lettore all’ altra mia lettera, ove si leggono i sentimenti di Gaspero Celio, di Guido Reni &c. su questo particolare.
Per ultimo posso asserire con giuramento, d’ essermi ritrovato con molti forestieri Inglesi, e Francesi, tutti intelligenti, e che acquistavano a gran prezzo quadri di tutti gli autori, e di averli in alcune congiunture sentito dire, che piuttosto pagato avrebbero sempre di molto un quadro scorticacciato, o sfondato, purchè fosse originale, ma vergine, ed intatto; che preso un quadro per meno, similmente originale, ma ritoccato, e rifarcito.
Or vada il Bellori
Gridando quanto mai n’ha nella strozza:
che sia certo un inganno… credere, che non si possa far altro, che attendere a conservare al meglio, che si può gli avanzi del tempo, e le venerate reliquie di così mirabili lavori, che io crederei omai, che il contrario non potesse cader nella mente, se non di chi è:
Pregno di vento, e di cervello privo.
Perdonate intanto il lungo tedio, che con questa mia vi avrò forse recato, ed accordatemi l’onore della continuazione della vostra grazia, cui mi raccomando, dicendomi.
Luigi Canonico Crespi.
Notes
- For Algarotti’s reply of 5 August 1756 see Algarotti 1765/VI. ↩︎
